17 Novembre Nov 2013 0815 17 novembre 2013

Vorrebbero essere Shakespeare, è solo un'opera buffa

La tragicommedia della scissione Pdl

Berlusconi Predellino Pdl

Si separano, si abbandonano, eppure non si dicono addio e l’uno recita il dolore “per un figlio perduto”, mentre l’altro interpreta il tormento per “un padre che rifiuta l’abbraccio”, ma la scissione del Pdl non ha la cupa grandezza del dramma, e certo Silvio Berlusconi non è Duncan né Angelino Alfano è Macbeth, l’uno non si fa uccidere, l’altro non sa uccidere. “Ho appreso con dolore a un certo punto che veniva annunciata la nascita di un nuovo centrodestra", ha detto il Cavaliere con quella specialissima faccia afflitta con la quale finge d’essere afflitto, “ma vi prego”, ha aggiunto, “non fate dichiarazioni sul nuovo gruppo”. E la grande sala del Palazzo dei Congressi dell’Eur di Roma si anima d’un tratto, volano gli insulti più coloriti, grevi, Alfano è “omm’e merd”, alla meglio semplicemente un “traditore”. Seduto in prima fila, Daniele Capezzone annuisce, forse più al ribollire del pubblico, più ai motteggi volgarmente funerei degli ottocento delegati chiamati a seppellire il Pdl per battezzare di nuovo Forza Italia, che al Sovrano di Arcore. Ed è difficile, impossibile, dirigere un’orchestra di sentimenti tanto furiosa, e infatti Berlusconi non dirige, lascia che sia, tra gli insulti che fischiano chiede di risparmiare Alfano, ma poi lui stesso trova la misura di una certa malevola e beffarda condiscendenza padronale nei confronti del suo ex gregario e degli altri ministri che lo hanno abbandonato, “visto che esiste fratelli d’Italia”, dice con un lampo nello sguardo, “loro potevano anche farsi chiamare cugini d’Italia. Così, tanto per restare comunque in famiglia”. 

Ed entrambi, sia Berlusconi sia Alfano, cercano di contrabbandare questo loro strano divorzio come un’innocua separazione. S’indovina così, dalla distanza, il movimento di quella perpetua altalena, tra spasmi crisaioli e compunzioni di stabilità, che ha agitato per settimane la vita del Pdl e del governo di grande coalizione. Divorziano ma non divorziano. Alfano giura eterna fedeltà al Cavaliere, “siamo berlusconiani”, dice, mentre Berlusconi li chiama ancora “i nostri ministri”. E il 27 novembre anche Alfano voterà contro la decadenza del Sultano di Arcore, e i separati si ritroveranno dunque uniti, solidali, come sempre, e così anche il gioco intorno al destino del governo, l’estenuante tiro alla fune, l’indecisione, l’incertezza, la lotta solipsistica tra il Berlusconi di lotta e quello di governo, continueranno forse all’infinito, grammatica e codice di questo strano crepuscolo, fine della seconda Repubblica. 

Più opera buffa che seria, la separazione del Delfino bianco dal suo padrino politico rimanda al teatro dell’assurdo, alla commedia degli equivoci, restituisce, sì, l’immagine di un mondo al tramonto e compone un capitolo del declino berlusconiano, ma tutto avviene in un disordine menzognero e bislacco, con il Cavaliere che in realtà decide soltanto di non decidere, non scioglie i dubbi, aggredisce il governo ma poi dichiara candidamente di non poterlo (o non volerlo?) fare cadere, “non abbiamo i numeri”, dice. E insomma questo inconoscibile Sovrano, sincero bugiardo, amministra il caos, un’indeterminatezza che stordisce i suoi spauriti cortigiani, i falchi e le colombe, i pretoriani e i traditori, i ministeriali e i crisaioli, i berlusconiani e i diversamente berlusconiani. Nel suo lungo, lunghissimo intervento, che a un certo punto lo affatica visibilmente, l’anziano e pur fulmineo Cavaliere chiede l’argomento ai cento occhi della memoria e ai solluccheri di gioventù, ai fasti di un passato remoto e già conosciuto, “impongo a tutti di rileggere il libro nero del comunismo”, “i giudici godono di privilegi medievali”, “non abbiamo fatto le riforme per colpa dei piccoli partiti”, dice. Ma più il suo discorso va avanti, e si trucca di fiaba, e formicola di luminarie, più lascia varchi fra le righe al soffio del nero presente, alla sua imprendibile contraddittorietà. E dunque “basta con l’austerità imposta dalla Germania”, “la Bce deve cambiare ruolo”, “l’euro per noi è una moneta straniera”, dice. E quasi sembra d’intuire un orizzonte all’opposizione, una lugubre battaglia all’Europa e all’Euro, una rincorsa populista al passo sguaiato di Beppe Grillo, ma subito dopo Berlusconi trova gli accenti dell’impotenza, “non abbiamo i numeri”, “siamo entrati al governo per assoluta responsabilità”.

Le parole gli vengono fuori curve, beffarde, inafferrabili. Per lui ogni strada è percorribile, ogni ipotesi è valida, e dunque la sua separazione da Alfano può essere il preambolo d’un odio da coltivare con passione o soltanto un incidente del destino, una baruffa innocente da sanare con un bacio sulla guancia, un abbraccio fraterno, “saranno candidati con noi nella grande casa dei moderati”. E il disordine di Berlusconi è una menzogna necessaria, vitale, polvere negli occhi per frastornare e dominare in un campo da gioco nel quale solo lui riesce a sopravvivere, a tenersi a galla, il caos, appunto. Mentre i dirigenti del suo partito, in prima fila, lo guardano compiaciuti, complici e dolcemente servili, il sentimento del Cavaliere si compone di un impasto di passione e distanza: Berlusconi si muove in un intreccio falsificato, in un vizio e ironia di parole, morso dal piacere di apparire pupo e puparo anche nell’ultima Opera di pupi della sua tormentata vita politica. E dunque, con Alfano, questo anziano illusionista sarà ancora l’inesausto giocatore d’una vertiginosa partita a ping pong di cui l’Italia politica è condannata ad essere la stranita pallina. In un solo giorno ha dato sfogo a tutto l’arcobaleno delle passioni e al loro contrario: ha litigato e fatto la pace con il suo Delfino ribelle, ha abbattuto e sostenuto il governo, è stato responsabile ma anche populista, ha chiuso il Pdl ed è ritornato a Forza Italia. E insomma Berlusconi ha consegnato il suo futuro al suo passato. Non è un dramma shakesperiano, non ancora. 

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