19 Novembre Nov 2013 1900 19 novembre 2013

Saipem, quegli strani cambi al vertice in Canada

Il futuro della controllata di Eni

Canadaoilfield

Intervistato dal programma Hard Talk sulla Bbc, l’ad di Eni Paolo Scaroni ha ribadito ancora una volta la linea difensiva del Cane a sei zampe nei confronti della controllata (al 43%) Saipem: le accuse di corruzione internazionale riguardano una «società autonoma da Eni perchè lavora anche per tutti i nostri competitor». Tuttavia, per quanto ufficialmente ne prenda le distanze, il gigante di San Donato continua con discrezione le operazioni di pulizia a cura dell’amministratore delegato di Saipem Umberto Vergine, uomo di fiducia di Scaroni. A quanto risulta a Linkiesta, nei giorni scorsi si sarebbe dimesso Giovanni Cerchiarini, a capo delle operazioni in Canada di Saipem. Né Saipem né il diretto interessato commentano l’avvicendamento, ma fonti vicine alla società confermano che l’uscita è avvenuta in modo «amichevole». Cerchiarini, che sembra abbia deciso di “intraprendere altri percorsi professionali”, era stato l’uomo scelto da Umberto Vergine per sostituire Piero Cicalese. Spedito nel 2007 a Calgary, nello stato dell’Alberta, con il ruolo di presidente e amministratore delegato di Snamprogetti Canada (oggi Saipem), Cicalese guidava un team di 500 ingegneri, impegnati nell’estrazione di gas naturale e di petrolio dalle sabbie bituminose del Paese.

Per farsi largo in quel mercato, Saipem offriva ai big del petrolio contratti con un importo fisso per la costruzione degli impianti di estrazione, accollandosi i sovracosti derivanti dai subappaltatori. Un modus operandi piuttosto vantaggioso per i committenti, che alla lunga non ha retto. Tant’è che - proprio per via della revisione dei contratti in Messico, Algeria e Canada - lo scorso giugno Saipem ha dovuto lanciare il secondo profit warning nel giro di pochi mesi, dopo il primo di quasi un anno fa. Oltre al «significativo ed imprevisto radicale deterioramento della posizione commerciale di Saipem in Algeria», si legge infatti nel comunicato stampa diffuso a inizio giugno per motivare l’abbassamento della guidance sugli utili, si sono concretizzate «una serie di criticità operative in relazione a due contratti a terra in fase avanzata di esecuzione in Messico e Canada». Quest’ultimo progetto «ha evidenziato ritardi nell’esecuzione a causa della grave inefficienza di subappaltatori di costruzione, unitamente ad alcune criticità avvenute nella fase di prefabbricazione, con conseguente superamento dei costi». Si tratta del deal siglato nel 2010 con la società locale Husky Energy, dal valore di 2,7 miliardi di dollari. 

Cerchiarini, come trapela tra le righe dei comunicati stampa dei mesi scorsi, avrebbe provato a metterci una pezza rinegoziando i contratti. Perché allora è stato accompagnato alla porta? Le motivazioni non sono chiare, ma alcuni insider raccontano che sia vicino al cerchio magico dell’ex responsabile Engeneering & Costruction Algeria, Pietro Varone, arrestato lo scorso 28 luglio dalla procura di Milano. Secondo gli inquirenti Varone avrebbe beneficiato di 10 milioni di euro sulla presunta tangente da 100 milioni incassata dall’intermediario Farid Badjaui. Allora come mai Umberto Vergine l’avrebbe spedito a Calgary al posto di Cicalese? Quesiti che per ora non trovano risposta. Ironia della sorte, nonostante sia praticamente un ex, proprio oggi 19 novembre Cerchiarini ha presenziato all’inaugurazione di un nuovo impianto produttivo ad Edmonton, in Canada. 

Dopo l’indagine (seguita a quella della Procura), quella interna  non ha rilevato «alcuna evidenza di pagamenti ai pubblici ufficiali algerini per il tramite di contratti di intermediazione o di subappalto» ma “solo” «violazioni di regole interne e procedure relative all’approvazione e alla gestione dei contratti di intermediazione e subappalto» – dal quartier generale di San Donato trapela che le operazioni “di pulizia” sono alle battute finali. D’altronde, la nomina di Piergaetano Marchetti alla vicepresidenza e la maggioranza di manager indipendenti all’interno del consiglio d’amministrazione sono una dimostrazione della volontà di raddrizzare la barra.

Meno chiare le intenzioni della controllante Eni. Il possibile interessamento della norvegese Seadrill per la divisione drilling offshore – sul quale Saipem non commenta – se non altro sono una spia della discussione che da mesi coinvolge il top management della compagnia: vendita o spezzatino? Ragionando sulla base dei conti al 30 settembre scorso, su un backlog (gli ordini acquisiti e ancora inevasi, ndr) di 19 miliardi, il drilling offshore (perforazione a mare) ne vale 3, mentre l’Exploration & Construction on e offshore – cioè la progettazione e realizzazione di impianti – ben 15,1 miliardi. Se per Equita Sim la marginalità del drilling offshore raggiungerà 590 milioni di euro alla fine dell’anno, quella degli impianti sulla terraferma ha sfiorato i 100 milioni solo nel terzo trimestre. Ergo, la “ciccia” vera sta nell’E&C, seppure nel primo semestre dell’anno i margini sono stati negativi per complessivi 700 milioni. Risultati finanziari che, in generale, riflettono un 2013 da dimenticare. 

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