20 Novembre Nov 2013 0930 20 novembre 2013

Privatizzazioni? Finora è stata una farsa

Dati e confronti con gli altri paesi

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«Questa settimana sarà pronto un piano che indica quali beni, che non sono strategici per il Paese, possono essere privatizzati». Lo ha detto lunedì 18 novembre il ministro per lo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, a margine di una cerimonia di premiazione al Cnr. «Sono – ha sottolineato – beni immobili e in alcuni casi quote di società, ma senza perdere il controllo».  

C’è però poco da attendersi dal piano, e per capirlo vale la pena fare un ripasso delle ultime privatizzazioni realizzate in Italia. Le ha messe in fila uno studio della società di consulenza Kpmg, Privatization Barometer 2012, condotto a livello internazionale. Sul caso italiano, le parole sono state molto nette: non sono state privatizzazioni “reali”, perché nella stragrande maggioranza dei casi è intervenuta la Cassa depositi e prestiti (di cui ha l’80% il ministero dell’Economia e finaze), sia direttamente sia tramite il fondo da essa controllato (con il 16,52%) F2i, guidato da Vito Gamberale. Il rapporto Kpmg ha definito inoltre “vago” il piano del governo annunciato a giugno relativo a dismissioni non indispensabili per 10 miliardi.  

Nel 2012, l’Italia è stato il terzo Pease dell’Ue, dopo Portogallo e Irlanda, per valore delle quote pubbliche dismesse, pari a 3,96 miliardi di euro per ben 10 operazioni. Ma basta un’occhiata per constatare che l’acquirente è stato quasi sempre pubblico: l’Eni ha venduto due pacchetti azionari dell’1,6% e 1,7% (per poco più di 2 miliardi di euro in totale) a Cdp, la quale si è assicurata anche il 5% di Terna, per 612 milioni di euro. Con ulteriori operazioni la Cassa depositi e prestiti ha acquisito il 100% di Sace (assicurazione del credito per aziende che esportano) e Fintecna (Finanziaria per i Settori Industriale e dei Servizi) e il 76% di Simest (società italiana per le imprese all’estero). Tramite F2i la Cdp è intervenuta per comprare il 14% di Seaaeroporti di Milano (dalla Provincia di Milano, dopo aver comprato il 29% lanno prima dal Comune di Milano), e la Amiat e la Trm di Torino (azienda per la gestione dei rifiuti e termovalorizzatore). 

Di fatto fuori dall’orbita della Cassa Depositi e Prestiti ci sono state solo tre privatizzazioni: la Tirrenia, ceduta a Cin, non senza polemiche, per 414 milioni; la Apollo srl (ossia la Acea reti e servizi energetici, controllata da Acea), ceduta per 102 milioni a Rtr Capital srl, appartenente al fondo britannico Terra Firma; e infine il 14% di Save–aeroporto di Venezia, in mano al Comune, finito al fondo Amber, tramite il veicolo San Lazzaro Llc, per 50 milioni. 

Nessuna privatizzazione è stata invece effettuata nel primo semestre del 2013, ma non c’è da stupirsene: le vendite, soprattutto da parte degli enti locali, sono avvenute negli scorsi anni tutte a dicembre, al semplice scopo di rispettare il patto di stabilità. Da luglio in poi le privatizzazioni sono infatti riprese, e sempre nel segno del pubblico: Cdp ha rilevato in ottobre l’85% di Ansaldo Energia da Finmeccanica, essendo preferita ai coreani di Doosan (che saranno probabilmente partner industriali). Ha escluso una partecipazione in Alitalia, dove però, a meno di marce indietro dell’ultimo minuto, dovrebbe entrare l’altrettanto pubblica Poste Italiane (al 100% del Mef).  

Che cosa accadrà nei prossimi mesi? Secondo il report di Kpmg, le prossime dismissioni riguarderanno in Italia due settori: le piccole e medie fondazioni bancarie e le aziende pubbliche locali. Lo studio esamina il comportamento delle banche italiane in seguito alla crisi finanziaria del 2008 e arriva alla conclusione che molte fondazioni bancarie hanno finito la liquidità e saranno costrette, nonostante la nota indisponibilità a cedere potere, a vendere parte delle loro quote. 

Sul fronte delle aziende pubbliche locali, il report sostiene che gli enti locali sono entrati nell’ordine delle idee, anche per necessità di bilancio, di passare da un ruolo di proprietari a uno da semplici regolatori (nessun cenno, però, viene fatto alle poltrone che salterebbero in questa prospettiva). 

Intanto nel mondo: un anno record

Lo studio analizza tutte le maggiori operazioni di privatizzazioni effettuate nel mondo. Il 2012, è la conclusione, è stato un anno di crescita eccezionale delle dismissioni di patrimonio pubblico. I valori ceduti sono stati pari a 145,7 miliardi di euro, più del doppio dei 68 miliardi del 2011. La ripresa di vendite è guidata da Stati Uniti, Cina e Brasile, con operazioni che dicono molto della differenza di contesto rispetto al caso italiano. Negli Stati Uniti si è trattato per lo più di vendite di quote di Aig, la compagnia assicurativa acquisita dal governo nel 2008. In cinque tranche il governo Usa ha ceduto poco meno del 70% del gruppo, per di 41 miliardi di dollari (oltre 30 miliardi di euro). Allo stesso modo ha rivenduto per 5,5 miliardi di dollari quote della GM (General Motors), comprata negli anni della crisi. 

Anche la Cina ha un piano di privatizzazioni imponente: ben 29 aziende statali, per lo più nel settore del credito e dell’energia, sono state vendute nel 2012, per 32 miliardi di euro, il triplo del 2011. Le prime tre dismissioni di Dilma Rousseff hanno fruttato invece 11 miliardi di euro e sono state un successo: 6,84 miliardi sono arrivati dalla vendita del São Paulo’s Guaralhas International Airport, cinque volte la base d’asta. Per l’aeroporto di Brasilia l’offerta è invece stata pari a otto volte la base d’asta. 

L’Europa ha invece privatizzato pochissimo, solo il 19,9% del totale. Si tratta di un minimo storico, dettato dalla logica volontà di non vendere beni pubblici a prezzi di saldo, vista la fragilità dei mercati. Non è un caso che le dismissioni più importanti siano avvenute in Portogallo nel 2012 e in Grecia nella prima metà del 2013. Vendite imposte dalla Troika. Rimane allora il dubbio: l’Italia vorrà provare a creare condizioni di mercato che agevolino l’entrata di investitori stranieri o dovremo aspettare l’arrivo della Troika anche da noi?

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