25 Novembre Nov 2013 0830 25 novembre 2013

I cinesi non vogliono pagare l’immobilismo italiano

Perchè attraiamo pochi investimenti

Cina Lamborghini

Di recente sono apparsi articoli sulla stampa italiana (uno su Il Sole 24 Ore e uno su la Repubblica) che quasi celebrano gli investimenti esteri in Italia, specie quelli provenienti dalla Cina. Purtroppo la materia è complessa e spesso affrontata con superficialità, senza contare i molteplici fattori che allontanano gli investitori stranieri. Per vedere come è la vera situazione si devono fare confronti su come stanno le realmente le cose in Europa. Nonostante i tanto auspicati segnali di ripresa tardino ad arrivare, nonostante le continue turbolenze, nonostante tutto, gli investimenti diretti esteri (IDE) nel 2012 hanno superato i numeri registrati l’anno precedente raggiungendo globalmente i 1.500 miliardi dollari[2]. Certo, siamo ancora lontani dal picco toccato nel 2007 (-23%) ma la diversa percezione del mercato e l’ottica di diversificazione di alcuni player stanno giocando un ruolo importante nella quasi ritrovata fiducia degli investitori.

La Cina si muove su questa linea e gli investitori percepiscono in questo momento la necessità di diversificare continuando a fare passi da gigante nel loro piano di investimenti esteri. I flussi di capitale in uscita si sono rafforzati per tutto il 2012 e nei primi nove mesi del 2013, segno dunque di una going out strategy ben definita e supportata dal governo cinese. I dati ufficiali forniti dal dicastero del commercio e da quello delle finanze mostrano come i flussi di investimenti verso l’estero hanno toccato la quota record di 87.8 miliardi di dollari[3] nel 2012 (+17%), permettendo così alla Cina di raggiungere per la prima volta il gradino più basso del podio nella speciale classifica annuale degli IDE.

Pechino ha fissato una serie di obiettivi ambiziosi al riguardo. Nel suo discorso di apertura al Summer Davos Forum di Dalian, il premier Li Keqiang ha confermato che è fermo interesse dell’esecutivo mantenere un tasso di crescita degli investimenti all’estero superiore al 15% fino a raggiungere il target prefissato di 150 miliardi di dollari annui[4] entro il 2015. Sono numeri che fanno riflettere ma se guardiamo ai valori stock, il volume ha sì superato la soglia dei 531 miliardi di dollari garantendo però alla Cina solo un modesto tredicesimo posto nel ranking mondiale, rappresentando solo un decimo della quota degli Stati Uniti e metà della posta del Giappone.

Ma a chi sono rivolte queste risorse? 

Le realtà cinesi investono in maniera massiccia in alcuni settori[6]: in primo luogo nell’energy (48%), poi nel siderurgico (23%), nella finanza (10%) e nel real estate (6%). Il destinatario principale di tali flussi di capitale resta Hong Kong con più di 30 miliardi di dollari[7], seguito a distanza dagli Stati Uniti (4.05 miliardi) con un rapido recupero rispetto ai numeri in flessione del 2011.

Nonostante gli sforzi delle nostre autorità, nonostante il programma Destinazione Italia appena lanciato dal governo Letta, l’Italia è ancora una volta fuori dai radar degli investitori che contano. Alcune nazioni risultano inevitabilmente più attraenti di altre agli occhi dell’investitore cinese. Quando si tratta di decidere su cosa puntare, le aziende cinesi statali, così come i privati apprezzano la presenza di determinate caratteristiche nel paese target. Oltre ad indicatori diretti come il livello di reddito disponibile pro capite e il PIL, gli investitori TUTTI, in generale, optano spesso per mercati meno regolamentati, caratterizzati da un sistema giuridico solido ed affidabile, da una piena ed efficiente protezione dei diritti di proprietà, da bassi livelli di corruzione e di tassazione per le imprese o laddove sono presenti economie di agglomerazione (cluster) con disponibilità di capitale umano altamente qualificato, infrastrutture e specializzazione storica nel settore. Tutte ragioni a noi ben note.

I cinesi seguono anche altre logiche. Investono infatti in maniera cospicua in Africa, in Asia e Sud America, dove non sempre i sistemi legali o i governi sono così trasparenti e stabili, ma lo fanno perché alla ricerca non tanto di ritorni immediati quanto perché vogliono assicurassi materie prime e risorse naturali, senza dimenticarsi dell’esigenza di assicurare disponibilità alimentari per il futuro. I cinesi pianificano, pensano alle future generazioni e non c’è quindi da stupirsi se hanno iniettato una gran parte dei loro capitali nei paesi asiatici visto che da soli rappresentano oltre il 61% degli IDE [8] registrati dalla Cina nel 2011. Sarebbe del tutto riduttivo parlare di vicinanza geografica o collocazione strategica. Questi paesi godono di ridotti costi della manodopera, bassa pressione fiscale e profonde competenze nel petrolifero e nel minerario, settori su cui Pechino punta molto quando decide di varcare il confine.

Vediamo più da vicino l’Europa. Nel 2011 il flusso degli investimenti da Pechino in Europa ammontava a 15 miliardi di euro con una crescita del 156% yoy. Solo una piccola parte di questa fetta era diretta al nostro paese (460 milioni), per un modesto 3% del totale, mentre i capitali cinesi arrivati in Germania sono stati 1,2 miliardi (8%). Come riportato inoltre dalla Relazione Annuale 2012 della Banca d’Italia, gli investimenti diretti esteri in Italia, in generale, sono diminuiti del 49.4% (da 24,7 miliardi del 2011 a 12,5 del 2012)[9] risentendo in primis dell’incertezza del nostro paese sui mercati e mostrando solo lievi segnali di ripresa a fine anno. Nel complesso il saldo 2012 degli investimenti diretti ha registrato deflussi netti per 10,7 miliardi.


Investimenti diretti nell’Unione europea dal 2000 al 2011

È chiaro che il sistema Italia presenta molti più ostacoli per gli investitori stranieri, raggiungendo punteggi insufficienti nella quasi totalità dei criteri precedentemente citati. Il mercato del lavoro italiano è fermo, troppo regolamentato e con leggi che vincolano le aziende a piani insostenibili al momento. Non da meno, le imprese italiane sono soggette al più alto tasso di imposta nell’Unione Europea: i profitti possono essere soggetti a livelli di tassazione che raggiungono anche il 68%[10]. Pensando a Germania, Spagna e Regno Unito, d’altro canto, troviamo aliquote rispettivamente del 46.8%, 38.7% e 35.5%. Se a questo poi aggiungiamo il fatto che l’IRAP (applicandosi al reddito al lordo del costo del personale) costringe molte imprese a indebitarsi e a pagare imposte anche nel caso in cui registrano perdite, il quadro di certo non migliora nell’ottica dei potenziali investitori. Una cosa inconcepibile per chi è abituato a pagare tasse solo sugli utili.

Non aiuta la percezione del nostro paese nel mondo, cosa evidente mostrata dal “Ease of doing business”, classifica stilata ogni anno dalla Banca Mondiale. Uno degli ostacoli principali risiede quindi nella complessità della burocrazia italiana che comporta procedure infinite nello svolgimento di qualsiasi attività. L’inefficienza delle norme, le crescenti complessità nel rilascio dei nullaosta e dei visti per manager e dipendenti stranieri rendono il nostro sistema costoso e ancor più svantaggioso. Le lobbies italiane naturalmente sfruttano questa situazione per ritardare e porre il veto alla approvazione di progetti che sono in conflitto con i loro interessi. Lo stesso vale per il sistema giuridico: ci vogliono otto anni per concludere un contenzioso in Italia, ne occorrono solo tre in Francia e appena due in Spagna. Oltre a questi problemi di natura strutturale, gli investitori cinesi hanno più e più volte segnalato le difficoltà riscontrate nel tentativo di negoziare con le PMI italiane a causa della mancanza di allineamento degli interessi tra le parti e, cosa ancor più grave, una scarsa capacità di comunicare in inglese sul versante italiano. Questa lacuna potrebbe essere colmata da progetti ad ampio respiro gestiti in collaborazione tra i governi dei due paesi. A discapito poi dei piani di rilancio infrastrutturale tanto osannati dal Ministero delle Infrastrutture, nel nostro Paese manca una vera linea guida al riguardo. Per carità, ci sono stati spesso buoni propositi, riunioni intergovernative, tante buone intenzioni ma che poi si sono dissolte in fumo prima che venissero trasformate in pacchetti di interventi reali.

Secondo un’elaborazione dell’Osservatorio Autopromotec su dati Eurostat ed Istat[11], in Italia il 91% del trasporto merci avviene su gomma. Seguono nella graduatoria la Gran Bretagna (86,7%), la Francia (81%) e la Germania (67,0%) con numeri e peculiarità molto diverse dal nostro sistema. Il massiccio ricorso al trasporto su strada è determinato soprattutto dalla mancanza di un’adeguata rete interna di ferrovie e di vie d’acqua che risultano, invece, molto efficienti e ben sviluppate altrove (quanto sta accadendo contro la TAV in Val di Susa è sicuramente un fattore che non aiuta ad attrarre investimenti nelle infrastrutture. In Italia pochi possono danneggiare l’interesse dei molti, cosa inconcepibile qui da noi in Cina).

Ovviamente, anche la presenza della criminalità organizzata è stata riconosciuta come un forte disincentivo per gli IDE: le otto regioni meridionali attraggono solo l’1% degli investimenti esteri che giungono in Italia. Anche se il contesto politico ha espresso sempre più crescenti preoccupazioni al riguardo, osserviamo ancora la presenza di istituzioni pubbliche con un apparente mandato di agire sul tema, ma che si sono rivelate del tutto inefficaci e persino dannose. Una di queste è Invitalia che, sotto il controllo del Ministero dello Sviluppo Economico, avrebbe come obiettivo quello di attrarre investimenti stranieri nel tentativo di stimolare la competitività e la crescita del nostro Paese. La stessa agenzia è fortemente indebitata, non redditizia e accusata di essere più un luogo dove riciclare politici non eletti o dove far assumere persone vicine alla propria parte politica .

Se torniamo poi ai numeri e consideriamo le transazioni con una size superiore ai 100 milioni di euro, la situazione diventa ancora più complessa. Il database di The Heritage Foundation (in un’interessante elaborazione interattiva sugli investimenti esteri cinesi nel mondo) riporta, infatti, che su una torta di 688 miliardi di dollari [12] l’Italia raccoglie solo un misero 0,5%, con lo stock degli investimenti cinesi che nel nostro paese ammonta a 3.4 miliardi di dollari di cui tre quarti nell’area tecnologica e circa mezzo miliardo nel real estate.

Alla fine del 2012 le aziende cinesi davano lavoro a circa 1.500.000 persone fuori dai confini nazionali [13] ed il nostro paese è rappresentato appena da 5.500 dipendenti, un altrettanto scarso 0.037% della fetta. Quindi, ancora una volta, l’articolo de Il Sole 24 Ore lascia del tutto perplessi sull’enfasi usata quando cita i dati italiani: non mi sembra che il nostro peso sia così importante se guardiamo in Europa. Come riportato poi dalla banca dati Reprint del Politecnico di Milano, il fatturato delle aziende italiane controllate da Pechino è quasi triplicato passando dai 676 milioni di euro del 2005 ai 2,66 miliardi del 2012[14] ma il problema è a monte. Il dato citato deve far riflettere se compariamo il turnover delle aziende italiane controllate da Pechino nel 2011 con i 498,5 miliardi del monte ricavi 2011 di tutte le imprese a partecipazione estera in Italia: non si va oltre uno 0,38% del totale!

La strada da fare resta molta. C’è bisogno di un approccio più critico verso quello che siamo e che stiamo rappresentando, in modo da capire come e cosa cambiare. Senza guardare la realtà in faccia non potremo mai migliorare le condizioni per le generazioni future che al momento, dopo la formazione, preferiscono prendere un aereo piuttosto che stare a vegetare a casa in un paese che non offre opportunità. Fintanto i media e gli opinionisti non si rendono conto che non si fa un buon servizio a incensarci in una situazione che è invece disastrosa, verrà a mancare la spinta a decidere riforme strutturali per far sì che non solo i cinesi vengano a investire, ma tutto il mondo. È paradossale che persino aziende del Nord Africa e del Sud America guardano all’Europa come un possibile sbocco di investimento. Ma paesi come la Spagna risultano essere più attraenti di noi perché c’è chi sta facendo i “compiti a casa”, le riforme, per uscire dalla crisi e chi è, come noi, sempre in ricreazione, con la classe dirigente del nostro paese che non comprende che NON C’E’ più tempo per giocare, sia a destra che a sinistra!

Siamo sempre un mercato importante, per carità, l’Italia presenta tante opportunità ma esse restano languenti perché la politica non decide nulla da 30 anni. Sembriamo paralizzati e incapaci di pianificare il nostro futuro. Ci sono troppi freni in Italia che devono essere tolti. A partire dal modo di gestire le nostre aziende, troppo incentrate sulle famiglie, con poca managerialità e con una visione globale dei mercati distorta. I sindacati, dalla loro, stanno difendendo troppo chi il lavoro ce lo ha già, a scapito dei giovani e di chi si immette ora nel mercato del lavoro. Gli ambientalisti, poi, e i populisti che bloccano qualsiasi tentativo di modernizzare il paese. Non vi è quindi alcuna speranza di convincere gli investitori internazionali finché burocrazia, apparati pubblici, lobbies e interessi privati, ma anche degli stessi partiti che siedono in Parlamento, ostacoleranno tutte le riforme vitali per rendere il sistema Italia una piattaforma competitiva e attrattiva. Il Bel Paese, dunque, non è tale per chi vuole investire e, che dir se ne voglia, non lo diventerà in tempi ragionevoli a meno di massicce riforme da attuare presto. Questo non solo per facilitare gli investimenti esteri, ma anche per aiutare le imprese italiane stesse a competere, passando attraverso a cambi generazionali che diano più managerialità alle imprese per aprirsi di più a nuove idee ed iniziare ad aggregarsi con l’obiettivo di tornare a contare di più nel mondo.

Fonti

2 International Trade Centre

3 China’s Ministry of Commerce, National Bureau of Statistics and State Administration of Foreign Exchange (SAFE)

4Testo integrale

5 Xinhua, Big investments but small stock

6 BOC International Holdings Limited: 2013 China Mining Overseas Investments Trends conference

7-8 Xinhua, Big investments but small stock

9 Banca d’Italia, Relazione annuale 2012 e Relazione annuale 2013

10 Lavoce.info, L’Irap funesta che strozza le imprese

11 ANSA , Italia seconda in Europa per trasporto su gomma

12 The Heritage Foundation, China global investments map research

13-14 Banca dati Reprint – Politecnico di Milano

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