27 Novembre Nov 2013 1800 27 novembre 2013

Per Bankitalia i vertici delle banche sono da rottamare

L’indagine di via Nazionale

Bankitaliaok

Una cartina di tornasole impietosa delle banche italiane. Pochi giovani nei consigli d’amministrazione, zero stranieri, molti amministratori con troppi incarichi. Irrisorie le poltrone assegnate alle donne. È quanto emerge dall’analisi di Bankitalia sui processi di autovalutazione di organizzazione e organi sociali di un campione di 43 istituti di credito nazionali. Nello specifico, si tratta di consiglio d’amministrazione e consiglio di gestione nel sistema dualistico. Dati che via Nazionale ha confrontato con analoghe ricerche da parte di Consob e Assonime (l’associazione delle società per azioni, ndr) arrivando ad alcune conclusioni che danno la misura di quanto l’industria bancaria sia lo specchio dell’arretratezza culturale del Paese.

Nei grandi istituti, con attivi superiori a 20 miliardi, il numero medio dei consiglieri è pari a 15,4, a 12,9 per le banche con attivi compresi tra 20 e 3,5 miliardi e 6,7 per le Bcc e le banche di credito cooperativo con attivi inferiori a 3,5 miliardi. Guardando al di fuori dei confini nazionali, gli studi condotti dalla società di executive search Egon Zehnder International e da Nestor Advisor evidenziano un numero medio pari a 13,5 per 350 quotate equiparabili alle maggiori banche e 14,8 per i primi 25 istituti comunitari per capitalizzazione di mercato. Ergo: nel distribuire poltrone siamo piuttosto generosi.

Molto meno quando si tratta di quote rosa. «Con riferimento all’ equilibrio di genere il 93% dei componenti i board delle banche esaminate è rappresentato da uomini», scrivono i curatori della ricerca di Palazzo Koch, aggiungendo: «Nonostante la presenza femminile sia in aumento (nel 2011 la percentuale di uomini era pari al 96,2%), in 17 delle 43 realtà esaminate la componente femminile è ancora del tutto assente e in altre 18 è pari ad una sola rappresentante». Insomma, nel 40% degli istituti al 31 dicembre 2012 le donne semplicemente non c’erano. È stato necessario che l’esecutivo Monti varasse la legge sulle quote rosa per obbligare le banche a mettere nel cassetto questa cattiva abitudine.

Un altro dato che fa saltare sulla sedia un investitore dagli occhi a mandorla riguarda il cumulo degli incarichi. Anche in questo caso attenuati grazie a un provvedimento all’art. 36 del decreto Salva Italia che ha costretto, ad esempio, Ennio Doris (Mediolanum) e Jonella Ligresti (ex FonSai) a dimettersi dal consiglio d’amministrazione di Mediobanca e viceversa Alberto Nagel (Mediobanca), Francesco Gaetano Caltagirone (Unicredit) e Lorenzo Pelliccioli (De’ Agostini) dal board delle Assicurazioni Generali o ancora Giovanni Bazoli (Intesa Sanpaolo) da Ubi Banca e Carlo Pesenti (Rcs) da Unicredit. Eppure, nonostante l’entrata in vigore della misura nell’aprile del 2012, la strada è lunga, dal momento che – osserva Bankitalia – «I consiglieri delle banche analizzate, considerati complessivamente, rivestono, in media, un numero di cariche pari a 6 compreso quello nella banca di riferimento. A livello di board, in media il 38% dei componenti rivestono contestualmente almeno 5 cariche in altre società».

Trovare tempo ed energie da dedicare a sei incarichi non è banale, soprattutto ad una certa età. Gli uomini del governatore Ignazio Visco notano infatti «il ricorrere di situazioni in cui l’età media dei componenti il board è superiore ai 60 anni e in diversi casi anche ai 65 anni». Se la media è 61 anni per gli uomini e 53 per le donne, in Europa sale per quest’ultime a 54,4 anni, ma scende a 59 per gli uomini. Forse perché una carica dura in media poco meno di un settennato da Presidente della Repubblica: 6,2 anni. Non è infrequente, come mostra la tabella qui sotto, che presidenti e amministratori delegati siano in carica rispettivamente da 15 e 10 anni. Lasciando stare l’highlander Lorenzo Pellizzo, ai vertici della Banca popolare di Cividale dal 17 maggio 1971, la scarsa mobilità del management e soprattutto lo scarso legame con i risultati della banca.

E meno male che Palazzo Koch rileva: «La quasi totalità delle autovalutazioni ha posto in evidenza l’opportunità di accrescere le professionalità, anche per il tramite di specifici piani di formazione per i consiglieri; in taluni casi è  stata prospettata l’esigenza di potenziare il board mediante la designazione di consiglieri “dotati di specifica professionalità nel settore bancario e finanziario”». Della serie: meglio tardi che mai. 

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