1 Dicembre Dic 2013 1645 01 dicembre 2013

Da Thohir a Pozzo, il calcio di oggi versione low cost

Il nuovo trend del business calcistico

Pozzo Plastico 1280X956

Sessanta milioni di plusvalenze. In una stagione. È quanto è riuscito a raggranellare Giampaolo Pozzo nell’esercizio 2012/12. Lo storico proprietario dell’Udinese ha inaugurato ormai da anni un nuovo modello di gestione societaria, fondato essenzialmente sul concetto di low cost. Modello che si sta imponendo oggi, in tempi di crisi economica e tecnica, anche nel mondo del calcio. Già, perché è questo il nuovo trend del pallone europeo: spendere (relativamente) poco e guadagnare tanto.

Sono finiti i tempi in cui i ricchi appassionati si compravano una squadra di calcio, sapendo di investire in un’attività tradizionalmente a perdere come quella del business pallonaro, solo per il puro gusto di spendere soldi in una passione. O usare la proprietà di un club per spostare una percentuale di voti nel periodo elettorale. Non è un caso che il modello milanese rappresentato dal duopolio Berlsuconi–Moratti stia cambiando direzione. Da una parte il Milan, che sollevando l’amministratore delegato Adriano Galliani darà il via a un nuovo corso fatto di maggiore attenzione ai bilanci e – soprattutto – alle voci marketing e merchandising. La stessa volontà che vuole imporre il nuovo proprietario e presidente dell’Inter, Erick Thohir.

Il caso del magnate indonesiano è emblematico. Thohir vuole realizzare utili attraverso l’Inter, a differenza di un ex proprietario tifoso (forse anche troppo) come Massimo Moratti, che ha lasciato in eredità qualche buco di troppo nel bilancio nerazzurro (90 milioni nel 2012). E per fare utili, non è un caso che l’indonesiano abbia scelto la nostra serie A. Ovvero un campionato che è considerato in declino dal punto di vista tecnico rispetto agli altri grandi campionati (Premier League, Liga e Bundesliga) e che quindi, paradossalmente ma fino a un certo punto, rappresenta un campo nel quale si può investire sfruttandone le debolezze e convertendole in potenzialità.

[node:see–also:142787]

La serie A è, dal punto di vista delle strategie di marketing, un terreno vergine rispetto alle leghe inglesi o tedesche, dove si possono quindi impostare nuovi progetti che abbiano come proprio obiettivo l’espansione in mercati nuovi e affamati di calcio. Mercati come l’Asia e il nord America, che considerano il calcio italiano ancora affascinante, forse più di noi italiani. Thohir espanderà il marchio Inter nel sud est asiatico, ma anche in Cina e Giappone: che se n’è fatta l’Inter di un giapponese come Yuto Nagatomo, se non hai mai organizzato tournée e amichevoli a Tokyo e dintorni? Forte del rinnovo per 10 anni a 18 milioni di euro a stagione con Nike, l’Inter può provare a entrare in un mercato dove il brand del “baffo” ha deciso di investire con l’apertura di 50 nuovi store nella sola Cina. Un investimento nel quale Thohir, in sostanza, interviene in maniera low–cost: una spesa di 300 milioni di euro non sono nulla, per uno che ha un patrimonio personale stimato in 1 miliardo di dollari.

La stessa politica che coniuga investimenti low–cost e guadagni mirati in nuovi mercati che sta inseguendo James Pallotta. Accreditato come uno dei 20 manager di hedge fund più pagati negli Usa e con un patrimonio personale di 3 miliardi di dollari, l’imprenditore italo–americano attraverso la holding Neep possiede il 78% del club giallorosso, rilevato dopo la gestione Sensi per una cifra tutto sommato irrisoria per un club italiano di prima fascia: 89 milioni di dollari. E mentre i tifosi storcevano il naso per le cessioni nel calciomercato estivo, Pallotta aveva già chiuso l’accordo con Nike come nuovo sponsor tecnico a partire dalla stagione 2014/15 e confermava la tournée della Roma negli Usa, compresi i parchi della Dinsey. Non solo, ma faceva entrare nel bouquet degli sponsor anche Wolkswagen. Il tutto per veicolare meglio il marchio giallorosso in un mercato come quello statunitense, che ha visto un incremento del soccer soprattutto dopo i Mondiali di calcio del 1994. Insomma, come Thohir, Pallotta agisce da finanziere che arriva in Italia per generare soldi con un investimento basso e non con pacchi colmi di petrodollari come arabi e russi nei casi di Chelsea, Monaco, Psg e Manchester City.

investire in Italia si può, considerato anche che inizialmente si può ammortizzare con i diritti tv: il 60% dei bilanci della squadre di serie a dipende ancora dai soldi versati dai grandi broadcaster, per un totale di 1 miliardo di euro di assegni staccati per trasmettere i match. E poi ci sono gli stadi proprietà: in Italia solo la Juventus ne ha uno e costruirne di nuovi significa, al netto del valore dei soli naming rights acquisiti dai grandi sponsor sugli stadi dei altri grandi campionati, riportare nel calcio italiano 75 milioni di euro all’anno. In attesa di una legge che è ancora parcheggiata tra Camera e Senato.

Ma che c’entra Pozzo in tutto questo? Il proprietario dell’Udinese non è solo un precursore della strategia low–cost. Ne sta anche interpretando il trend, ma in senso geograficamente opposto. Mentre alcuni magnati stranieri investono in Italia, lui lo fa all’estero sfruttando il trading dei giocatori come fonte di guadagno. In sostanza, la sua tecnica è molto semplice: Pozzo possiede altre due squadre di secondo livello in altri due campionati: il Watford in First Division inglese (la nostra serie B) e il Granada neopromosso in Liga spagnola. Tra i due e club e l’Udinese avviene ogni anno un fitto di scambio di giocatori e fine anno i migliori vengono ceduti, permettendo a Pozzo di realizzare plusvalenze importanti come quella complessiva da 60 milioni di euro dello scorso anno.

Non solo trading legato ai calciatori, però: Pozzo investe in Inghilterra soprattutto per sfruttare la divisione più “democratica” dei diritti tv. Se lo scorso anno il Watford fosse salito in Premier (e ci è andato vicinissimo), il club della periferia di Londra avrebbe incassato altri 30 milioni di euro, subito reinvestibili nel parco giocatori. Nel frattempo, Pozzo continua a investire anche in Italia: senza una legge ad hoc, l’Udinese si sta dotando di uno stadio di proprietà che aiuterà il club bianconero ad avere bilanci meno dipendente dai diritti tv. E non è un caso che un altro presidente attento a bilanci e merchandising come Aurelio De Laurentiis si sia mostrato interessato, nei mesi scorsi, ad investire nel calcio inglese. Il proprietario del Napoli, unico club italiano ad essere fino ad ora in regola con i parametri Uefa del fair play finanziario, aveva manifestato lo scorso giugno l’intenzione di comprare il Leyton Orient, club di serie minore che come il Watford rappresenta un quartiere di Londra. E che sempre come il Watford permetterebbe al produttore cinematografico di operare un investimento low cost sul modello Pozzo.

[node:see–also:141210]

Al momento l’acquisto del Leyton è rimasto congelato. Chi invece si è dato al low cost all’estero è Igor Campedelli. L’ex proprietario del Cesena è ora coinvolto nella gestione dell’Olhanense, club di massima divisione portoghese. Il trend da seguire è quello di Pozzo, come confermato dallo stesso Campedelli: «Abbiamo prelevato tanti giocatori dall’Italia, vedi Bigazzi, Dionisi, Belec, Bessa, Mehmeti e Kroldrup. Offro ai club italiani la possibilità di testare i giocatori in un campionato tosto e ai ragazzi di esibirsi in stadi caldi come il Dragao o il Da Luz». L’obiettivo è chiaro: fare soldi con il trading, puntando su un contesto come quello portoghese in crisi economica ma con strutture e impianti più moderni dell’Italia, eredità degli Europei di calcio del 2004. 

[node:see–also:142200]

Tutti casi, dall’Inghilterra al Portogallo, nei quali gli investimenti stranieri sono più fattibili, benché nel primo caso la tassazione si sia fatta più stringente. Il modello low cost può rappresentare il futuro, ma oggi chi comanda è quello tedesco, basato sul protezionismo. A differenza di serie A e Premier, la Germania non permette investimenti stranieri superiori al 50% del capitale di un club. Una sorta di autarchia che però sta dando i suoi frutti: il Bayern Monaco ha appena chiuso l’anno fiscale con un fatturato di 400 milioni di euro, in un campionato che di fatturato colpessivo ha realizzato 2 miliardi di euro. Una supremazia economica che si è tradotta sul campo: non è un caso che le due ultime finaliste di Champions League fossero tedesche. Solo il tempo – il mercato – diranno se il modello low cost potrà competere con loro. 

[node:see–also:138527]

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook