2 Dicembre Dic 2013 1430 02 dicembre 2013

Medio Oriente: il cinema è una cosa da donne

Un industria in lotta

Nadine Labaki

Per la prima volta nella sua storia, l’Arabia Saudita ha un film candidato agli Oscar che è stato interamente girato all’interno dei suoi confini. È quel Wadjda presentato con grande successo l’anno scorso alla Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti, che racconta la storia di una bambina (il cui nome dà il titolo al film) determinata a raccogliere i soldi necessari a comprare una bicicletta che, secondo le tradizioni locali, non potrebbe condurre. A girare la pellicola, è stata una regista saudita: Haifaa Al Mansour. Mentre il suo paese si ostina a vietarle di guidare l’automobile.

È negli ultimi due o tre anni che un numero crescente di registe dal Medio Oriente riesce a produrre pellicole di straordinaria originalità. Stravolgendo gli stereotipi di genere, e nonostante gli ostacoli tra cui il finanziamento minimo, scarsa istruzione e montagne di scetticismo, nella regione si allunga l’elenco dei film di successo con donne dietro la macchina da presa. Ed è entusiasmante.

Si puo’ cominciare con i film girati dalla libanese Nadine Labaki di cui tutti ricordiamo il delicato esordio di qualche anno fa, Caramel, girato con un budget di 1,6 milioni di dollari, e presentato in anteprima a Cannes, che è diventato un successo commerciale da 14 milioni di dollari. Il suo film più recente, dal titolo E ora dove andiamo?, è stato il candidato libanese agli Oscar nel 2012, mentre noi lo abbiamo guardato nelle sale italiane affrontare con intelligente ironia il delicato tema delle divisioni settarie nel paese dei Cedri. Nell’elenco di questa sorta di (inaspettata) rinascita femminile del cinema mediorientale c’è anche la regista e poetessa palestinese Annemarie Jacir, la cui opera prima come regista, il film drammatico Salt of the Sea (2008), è stata definita da Michael Moore uno dei film piu’ belli degli ultimi anni. Jacir, cofondatrice della casa di produzione indipendente Philistine Films, ha poi realizzato - ma solo nel 2011 - una seconda pellicola dal titolo When I saw you sull’esodo dei Palestinesi del 1967 in Giordania, che ha vinto premi ai film festival di Abu Dhabi, Orano, Il Cairo e Berlino e candidata a rappresentare la Palestina all’85esima edizione degli Oscar. Nella regione il successo non è solo delle donne arabe. In quella stessa edizione degli Oscar (siamo nel 2013) c’era un’altra donna mediorientale coraggiosa a rappresentare il suo paese: l’israeliana Rama Burshtein con la La sposa promessa, sulle regole dell’amore nella comunità degli ebrei ultra-ortodossi di Tel Aviv.

Le opere femminili sono a volte più coraggiose e innovative delle altre, in grado di affrontare questioni delicate, come la condizione femminile in Arabia Saudita, o le divisioni settarie in Libano, e per questo sono sorprendenti e piene di promesse per il futuro. Fra queste “innovatrici” c’è anche la regista libanese Katia Saleh, che nel 2009 ha girato Shankaboot, una web-serie (prodotta da Batoota Films, fondata dalla stessa Saleh, in collaborazione con BBC World Service Trust e The Welded Tandem Picture Company) che nel 2011 è diventata la prima serie araba a vincere un International Digital Emmy Award, sbaragliando concorrenti agguerriti provenienti dall’altra parte del mondo.

A molte di queste registe, pero’, non piace essere guardate attraverso la lente del genere femminile. «È importante giudicare i film dalla qualità delle riprese, non dal sesso di chi l’ha girato» si lamenta Annemarie Jacir in un suo intervento di quest’anno al Birds Eye View, un festival londinese dedicato alle donne dietro alla macchina da presa che quest’anno si è occupato di registe dal mondo arabo. «Voglio essere considerata solo un filmmaker - ha detto la regista - sì, sono palestinese, sì, sono una donna, ma sono così tante altre cose». Sulla questione è intervenuto anche Will Young, il produttore di Bird Eye View (il festival è stato inaugurato nel 2002 in risposta al fatto che solo circa il 10% dei film in tutto il mondo sono realizzati da donne),  che invece ha commentato: «Negli ultimi due anni abbiamo assistito all'improvvisa comparsa di donne provenienti da tutta la regione araba, che hanno vinto grandi premi ai festival internazionali». 

Sul fronte dei finanziamenti finalmente non mancano le iniziative, non solo dedicate alle donne. Questa volta anche in ambito regionale. Come per esempio l’istituzione nel 2010 del fondo Sanad dell’Abu Dhabi Film Festival (EAU), che ha a disposizione mezzo milione di dollari da destinare a progetti realizzati dai talenti emergenti nel mondo arabo, come pure - sempre dal 2010 - finanziamenti possono essere chiesti al Doha Film Institute (Qatar).

Anche se oggi ci sono piu’ donne arabe regista di successo, i problemi di distribuzione dei loro film restano quelli di sempre.  Mentre le pellicole della libanese Labaki guadagnano uscite in patria e nei paesi occidentali, per la palestinese Jacir è diverso. Lei vorrebbe condividere i suoi film con un pubblico ampio, non solo con quello dei numerosi ed entusiasti festival occidentali, ma anche con i frequentatori di cinema in Giordania o nei Territori Palestinesi, per esempio. «Cast e troupe vengono da questi paesi», ha sottolineato la regista quando era a Londra per il Birds Eye View, «ci si augura sempre di trovare lì un pubblico più ampio. Penso che sia importante dare la priorità al proprio pubblico (arabo, NdR) e condividere questi film con loro». Ma i proprietari di cinema nella regione sono spesso riluttanti a sostenere le pellicole locali. «Dicono che nessuno vuole vedere film locali, che vogliono vedere i film di Hollywood», conclude Jacir.

La distribuzione nelle sale cinematografiche in Medioriente è minata anche dalla pirateria, diffusa nella regione anche perchè ancora poco combattuta dal punto di vista legale. Molte di queste pellicole sono a disposizione del pubblico in copie pirata al costo di pochi euro.

Resta il fatto che dal punto di vista della regia, chiaramente le cose stanno cambiando. E’ chiaro che le donne arabe hanno oggi «più risorse e più amici nelle alte sfere, che mai», ha scritto Debra Kamin su Variety in un articolo intitolato Female Arab Directors Are Breaking Out of Region. Come ha ricordato Young, lo dimostra anche la loro presenza a numerosi Festival Internazionali di Cinema, forse - ma questo Kamin non lo ha scritto - sull’onda dell’entusiasmo generato dalla Primavera araba, e dalla voglia di riscossa e cambiamento che ha alimentato nelle donne della regione. Speriamo quindi sia solo l’inizio.

Intanto, se si rivolge lo sguardo al resto del mondo arabo o di quello islamico, l’elenco continua. Qualche anno fa, l’afghana Sonia Nassery Cole con The Black Tulip è stata la candidata del suo paese agli Oscar (nel 2011). Mentre dal Marocco quest’anno potrebbe venire un nuovo successo di regia al femminile.  Al Toronto Film Festival di settembre è stato accolto positivamente lo screening dell’ultima commedia della regista marocchina Layla Marakshi, Rock The Casbah, una produzione franco-marocchina. La pellicola promette di sbancare i botteghini anche grazie ad un cast straordinario che vede Nadine Labaki come interprete, insieme all’attrice e regista palestinese Hiam Abbas, e uno splendido ruolo cameo affidato alla leggenda egiziana del cinema Omar Sharif, oggi 81 anni.

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