5 Dicembre Dic 2013 1615 05 dicembre 2013

Il declino delle banche italiane spiegato in 6 grafici

Le previsioni di Morgan Stanley

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Non si ferma la crisi delle banche italiane. Come è stato per gli ultimi due anni, anche il 2014 sarà un anno difficile per il sistema bancario italiano. Sarà compito della Banca centrale europea (Bce) guardare dentro i bilanci dei primi gruppi del Paese in modo da stabilire quanto sia grave la malattia. Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco Popolare, Monte dei Paschi di Siena, UBI, Popolare di Milano e Mediobanca sono però già state analizzate da Morgan Stanley, che ha pubblicato un’approfondita analisi sui colossi bancari italiani. Il quadro che emerge è a tinte fosche. Nella migliore delle ipotesi potrebbe rendersi necessarie ricapitalizzazioni per 4 miliardi di euro. Nella peggiore, per 10 miliardi di euro. Ecco in sei grafici come mai gli istituti di credito italiani soffrono e soffriranno ancora.

Non-performing loans: Si tratta dei crediti dubbi, ovvero il maggiore macigno sui bilanci delle banche italiane. In estate si era superata quota 250 miliardi di euro, secondo le stime della Banca dItalia. Un fardello tanto ampio quanto in costante deterioramento negli ultimi anni. Secondo lanalisi di Morgan Stanley, anche per il 2014 il trend sarà in aumento, e solo a partire dal 2015 inizierà la discesa. Al primo posto della classifica europea delle banche con più Npl ci sono, e ci saranno, le italiane. Ed è proprio per questo motivo che l’Asset Quality Review (Aqr) della Banca centrale europea (Bce), ovvero la verifica di bilancio che sarà condotta lungo il 2014, sarà fondamentale per individuare tutti i punti di debolezza degli istituti di credito italiani. Primo punto della lista? Capire quanti sono davvero i Non-performing loans. 

Tasso di copertura: Questo secondo grafico analizza il tasso di copertura dei crediti dubbi, cioè i Non-performing loans. L’ultima indagine della Banca dItalia, condotta su un campione di Npl in pancia alle banche italiane, ha evidenziato che al 31 dicembre 2012 il tasso di copertura era del 43,5 per cento. Dopo l’ispezione di Palazzo Koch, le cose sono andate via via migliorando. Come evidenziato da Morgan Stanley, a fine del terzo trimestre dellanno in corso la quota è salita al 45%, ma rimane molto sotto il livello di Francia, con un tasso del 69%, e di Austria, al 65 per cento. Vicino al 60% anche la Spagna, che ha subito il bailout del sistema bancario lo scorso anno. La sfida, secondo la banca americana, è quella di aumentare ancora la quota del coverage ratio dei crediti dubbi. Per fare ciò, lAqr della Bce sarà fondamentale. 

Ricapitalizzazioni: Per far fronte allaumento del tasso di copertura dei crediti dubbi (Npl), le banche italiane avranno bisogno di avere nuovi capitali. Sono due gli scenari visti da Morgan Stanley. Se il ratio viene portato al 50%, serviranno 4 miliardi di ricapitalizzazione per il gruppo dei top italiani individuati dalla banca statunitense. Se invece il tasso di copertura viene portato al 65%, saranno necessari circa 10 miliardi di euro. Il tutto per mantenere un coefficiente Core Tier 1 dell’8 per cento. Questo si traduce, nello scenario avverso, che il Banco Popolare potrà aver bisogno di 5,4 miliardi di euro, il Monte dei Paschi di Siena circa 2,7 miliardi, UBI e la Popolare di Milano 600 milioni ciascuna. Si tratta di un quadro doloroso per il settore bancario italiano, che a fine 2014, quando sarà terminata la verifica della Bce, potrebbe dover ricorrere di nuovo al mercato per ottenere risorse. Infatti, solo Mediobanca, UniCredit e Intesa Sanpaolo hanno abbastanza capitale per considerarsi al sicuro. 

Capital buffer: Nel grafico qui sotto sono indicate le risorse che gli istituti di credito nazionali hanno già in bilancio per poter assorbire nuove sofferenze senza ricapitalizzare. Soltanto Mediobanca - che però non è un istituto retail - Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno rispettivamente un surplus pari a 1,7, 9,7 e 13,7 miliardi di euro considerando un Core Tier 1 (il cuscinetto di capitale di primaria qualità che immunizza dagli shock esogeni) all’8%, ovvero l’asticella minima fissata da Eurotower per superare l’esame dell’asset quality review. Queste considerazioni portano acqua al mulino di quanti vorrebbero la creazione di una bad bank in cui conferire i crediti deteriorati per far ripartire il ciclo del credito, soluzione che gli istituti per motivi reputazionali non hanno mai preso in considerazione.

Titoli di Stato: Il recente declassamento, da parte dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, delle prospettive su Generali, Cattolica e Unipol è una spia di come la percezione del rischio Italia desti ancora preoccupazione. Troppi titoli di Stato in pancia, ha scritto S&P. Lo stesso discorso vale per gli istituti di credito. Mps, UBI, UniCredit, Intesa Sanpaolo presentano un’esposizione sovrana che supera la media europea, pari al 175% del valore complessivo del patrimonio netto (TNav). Che le due aste Bce con tasso all’1% (Ltro) siano servite a calmierare il rendimento dei titoli del Tesoro non è una novità. Eppure ora il patto tra Eurotower e istituti nazionali si è trasformato in una sorta di lettera scarlatta, tant’è che l’Eba potrebbe valutare anche la gestione della liquidità. Finora le banche italiane hanno restituito (dati Bankitalia) solo il 15% dei prestiti Bce. Mps fa storia a sé: nel piano industriale al 2017 che consentirà la restituzione dei Monti bond Rocca Salimbeni prevede di ridurre il portafoglio di Btp di 6 miliardi in quattro anni, per arrivare a quota 17 miliardi. 

Margini d’interesse: Rimpolpare i bilanci utilizzando i fondi Bce per lucrare sul differenziale di rendimento con i titoli di Stato (carry trade) non è servito a recuperare la redditività. Equita Sim ha calcolato che il carry trade copra mediamente il 7% del funding, con UniCredit al 4% mentre per Credem e Carige oltre il 20 per cento. La balcanizzazione del sistema bancario europeo, il congelamento del mercato dei pronti contro termine e il lento rientro dei fondi di mercato monetario statunitensi hanno elevato a dismisura il costo del denaro. Dall’altro lato, il margine d’interesse ha perso drammaticamente il 30% in cinque anni (vedi tabella sotto). Ciò significa che il reddito derivante dall’attività di intermediazione del denaro di famiglie e imprese è in calo costante. I dati dell’Associazione bancaria italiana (Abi) indicano un calo del margine d’interesse pari al 5% complessivo nel 2012, equivalente a 2,4 miliardi. Secondo un report di Kepler Cheuvreux in ottica Asset quality review le banche italiane ridurranno l’esposizione sovrana in portafoglio. Una mossa che contrarrà ulteriormente il margine d’interesse. Una discesa che si arresterà soltanto se il test degli investitori sulla solidità della ripresa italiana, atteso nella seconda parte del 2014, darà esito positivo. Un’altra incognita sul futuro del sistema bancario nazionale. 

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