6 Dicembre Dic 2013 1530 06 dicembre 2013

Tonetti: “Giannino non sta fallendo”

Il declino del ristorante dei vip

Kaka Top

In un freddo giorno qualunque - sotto il porticato di via Vittor Pisani - un signore di mezza età, con trolley regolamentare (la Stazione Centrale è a dieci minuti), cammina come se cercasse un indirizzo preciso. Si ferma davanti a Da Giannino, fotografa l’ingresso con lo smartphone e se ne va con l’aria di chi ha compiuto una missione importante. La porta del locale e nulla più, lo sottolineiamo: la scena si svolge alla una di pomeriggio, in totale assenza di veline, calciatori e star televisive. «Giannino è un marchio di Milano, lo conoscono in tutto il mondo» spiega Lorenzo Tonetti, per nulla sorpreso, quando narriamo quanto visto pochi minuti prima.

Doverosa premessa per chi non conoscesse il binomio. Da Giannino: trattoria toscana, fondata nel 1899, è cresciuta costantemente di livello, arrivando a conquistare ben due stelle Michelin nel 1970. Poi l’eclissi, interrotta brevemente con un giovane Davide Oldani alla barra, stella Michelin nel 1998. Recuperato da una nuova gestione nel 2005, si è spostato dalla storica sede di via Sciesa in quella attuale. In pochi anni, dopo il trasferimento, è diventato il locale dei Vip (o aspiranti tali) che non si vogliono nascondere, la sede non ufficiale del Milan e soprattutto il tempio del calciomercato con tanto di inviati fissi e telecamere 24 ore su 24 davanti all’entrata. Qui si fanno e si disfano gli affari. Lorenzo Tonetti: è il patron del locale. 38 anni, fisico atletico (pratica il pugliato), è molto amico del Pocho Lavezzi, amico di Leo Messi, sodale di quasi tutto il calcio che conta (giocatori, procuratori, allenatori…) e dello star-system che ruota a Milano. Sa tantissimo – grazie soprattutto allo storico rapporto con Adriano Galliani, qui fisso – ma non parla di trattative neppure sotto tortura. Questa volta sotto tortura è andato per davvero: i problemi finanziari del ristorante sono finiti in prima pagina. Ovvio il suo sconcerto tanto da optare per il silenzio stampa. Interrotto solo per Linkiesta.  

Tonetti, lei è uno dei ristoratori più famosi d’Italia. Più per il “contorno” che per la cucina: forse doveva aspettarsi un casino del genere. 
Intanto una precisazione. Non sono un ristoratore classico, semmai un imprenditore che fa anche ristorazione. Ho iniziato come barista a San Siro, proseguito come cameriere e avviato un’attività di catering. Poi con un socio ho aperto un locale – il Coriandolo, sempre a Milano – e rilevato successivamente Da Giannino. Dovrebbero farci un monumento: dieci anni qui era una zona orribile e l’abbiamo rivalutata. 

Lei ce l’ha con un quotidiano milanese in particolare.
Esatto. Il pezzo pubblicato è stato ripreso da tutti gli altri giornali e siti: al di là che molti numeri sono errati (650mila euro di finanziamento da parte del Credito Valtellinese, a fronte di perdite del ristorante per mezzo milione di euro, ndr), trovo spaventoso che siano state messe in piazza delle trattative private, tirando in ballo altre persone e neanche chiedendomi un parere o facendo una sola domanda. Sostanzialmente, sono passato per un fallito o uno che ha dovuto chiudere un locale. 

Ma la verità quale è?
Che sto pagando come tanti altri colleghi una crisi tremenda del settore, mediamente i fatturati sono scesi del 30 per cento. Ho chiesto aiuto a una banca - come fanno tante altre aziende in Italia - per problemi di liquidità nella gestione ordinaria e ho ottenuto un fido su cui sto lavorando. Non sono un delinquente, pago le tasse ma evidentemente dovevo rivolgermi agli strozzini per non uscire marchiato come tale. Sarà una storia assurda, sta di fatto che nei giorni seguenti mi sono ritrovato la fila di fornitori che pensavano fossi sparito, il telefono incandescente con i clienti che domandavano se il locale fosse ancora aperto e gli amici che mi abbracciavano dicendo “conta su di me ora che sei fallito”. Comunque sia, ho subito un grave danno alla mia immagine ma soprattutto alla mia attività imprenditoriale.  

Forse doveva difendersi subito. Invece il silenzio.
Ho chiesto una rettifica al quotdiano, non me l’hanno concessa. Ho inviato una lettera al direttore, minacciando azioni legali e mi hanno detto “fai pure”. Non so che dire, salvo che non si deve colpire un imprenditore così per il gusto della notizia. E poi in definitiva di cosa devo vergognarmi? Piuttosto pensino al danno che hanno fatto a un gruppo di 60-70 persone che devo pagare ogni mese: poi ci si stupisce che molti proprietari di ristoranti e locali in genere vadano all’estero. 

Se lei non fosse personaggio, ovviamente non sarebbe successo. 
Ok. Però sin quando mi colpiscono per le amicizie con i calciatori, perché qui ci sono tante belle ragazze o per le feste del Milan è un conto. Ma è scorretto far passare una situazione complicata in fallimento. Non è gossip, è malafede. Cattiveria pura. 

Evidentemente non è amato da qualcuno. O da molti. 
Ho letto una frase di Enzo Ferrari che sosteneva “gli italiani perdonano tutto tranne il successo”. Aveva pienamente ragione, perché non trovo altra spiegazione a quanto è capitato. Sono una persona che partendo da zero e ascoltando molto chi è più bravo di me, ha combinato qualcosa di buono. Ripeto: in un momento così difficile per chi fa questo lavoro – scopro l’acqua calda -  bisogna essere cattivi per danneggiare quanti non mollano e danno lavoro alla gente. Il resto è aria fritta.

È anche uno dei soci del Byblos, noto locale notturno milanese, e del ristorante-discoteca Shatush a Courmayeur. Si lavora meglio prima o dopo la mezzanotte?
Personalmente mi sento più a mio agio al Byblos, fermo restando che buona parte della clientela è la stessa dei miei ristoranti. Tutti pensano che la “notte” renda di più delle cene ma anche lì c’è una crisi fortissima: da dieci bottiglie vendute di Cristal a sera, si è passati a una al mese. Solo Briatore continua a macinare successi.

Oddio Tonetti, non è un modello superato?
Non so cosa voglia dire. Però, come imprenditore è sempre il numero uno: ditemi chi è in grado di fatturare tre milioni di euro in quattro giorni di Gran Premio? Io l’ho visto in azione al Bilionnaire di Montecarlo ed è sempre sul pezzo, Segue le serate in ogni dettaglio, averne di imprenditori così. Mi ha telefonato poche ore dopo l’uscita dei quotidiani e mi ha detto “Lorenzo, ma questi sono pazzi?” 

Parliamo di Adriano Galliani. Sa quanti fra i tifosi rossoneri – e non solo - vorrebbero avere il privilegio di sedere come lei nelle tribune migliori degli stadi italiani, a fianco del più famoso a.d. del calcio? Come ha fatto?
Non chiedendo nulla ed essendo amico di famiglia. Sono stato socio con sua figlia nell’azienda di catering: mai avuto un contratto con il Milan, né mi interessa averlo. Trovo giusto dare una mano in qualche occasione a persone che con la loro presenza hanno fatto pubblicità al locale. Come la vicinanza con la storica sede in via Turati è stata di aiuto. Poi un giocatore tira l’altro, un procuratore invita un collega e via così: ma se il ristorante non fosse accogliente e si mangiasse male, tutto ciò non sarebbe possibile. Quanto alle trasferte, mi considero semplicemente un tifoso privilegiato. 

Molti hanno trovato analogie tra il momento difficile del suo locale, quello di Galliani,  cliente storico e amico, e persino dell’ex-premier Berlusconi. Dagospia ha scritto tra l’altro «…adesso decade pure Da Giannino, il ristochic o forse ristrotrash della Milano da bere versione anni duemila, con i Suv e le Porsche parcheggiate in seconda fila fuori…». Proseguiamo?
Per carità. Del signor Galliani e del nostro rapporto personale ho già detto prima. Quanto al dottor Berlusconi, si sono dette e scritte un cumulo di falsità: sarà venuto qui una decina di volte in tutto, al termine di una partita serale. Insieme ai giocatori, all’allenatore e ai dirigenti. Tutto qui. A me spiace davvero che la mia situazione sia stata legata a vicende totalmente diverse di persone che stimo e che mi hanno aiutato a rendere popolare il locale. E aggiungo che, da tifoso rossonero, sono felicissimo che sia tornato il sereno al Milan dopo qualche settimana complicata.

Cattiverie a parte, caro Tonetti, non può negare che il suo ristorante sia forse l’ultimo baluardo di uno stile di vita in via di estinzione.
Direi già estinto, la gente è arrabbiata e ha ben altri problemi che seguire calciatori, veline e tronisti nelle loro imprese. Sino a qualche anno fa, qui davanti stazionavano dieci paparazzi e oggi ne vedo uno ogni tanto. Non so dire se sia giusto così o meno,  tanto più che faccio un lavoro basato su una clientela medio-alta. Ma nei primi anni dall’apertura giravano i soldi – qui e in tanti altri posti - e tutta la città ne beneficiava. Non lo trovo un reato né una cosa moralmente discutibile. 

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