6 Dicembre Dic 2013 0930 06 dicembre 2013

Zum Zum-Zum-Zum

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È la Traviata di Giuseppe Verdi, l’opera scelta per aprire la stagione del Teatro alla Scala di Milano, anche quest’anno, come ogni anno, la sera del sette di dicembre, Sant’Ambrogio. E certo non poteva che venir scelta un’opera di Verdi, visti di duecento anni tondi tondi, che decorrono dalla sua nascita. Che poi Verdi e la Scala vanno talmente a braccetto, che pensare all’una senza l’altro, o viceversa, sarebbe come immaginare un calciatore senza stadio, o un attore senza cinema...

Il racconto

SUONO ANCH’IO!

Il giovane musico era giovane davvero. Tanto giovane, che dell’orchestra era tra tutti il più giovane e i maestri un po’ tromboni lo guardavano di sbieco, un po’ altezzosi, un po’ invidiosi di quella sua bella età.
Avrebbe suonato volentieri il violino, il giovane musico, ma un posto da violinista nell’orchestra non c’era. E se ci fosse stato, sai quanti musicanti sarebbero stati in fila davanti a lui?! Stesso discorso per la viola, il violoncello e il contrabbasso, che oltretutto era più grande di lui e scomodo da suonare. Avrebbe suonato il corno o il basso tuba, ma sai che fiato che ci sarebbe voluto?! E lo stesso valeva per il sassofono, la tromba e il trombone, di quei tromboni dei maestri. Il pianoforte aveva troppi tasti per andare da qua e là e nemmeno era previsto per tutte le opere e i concerti e a cosa serviva un pianista, se il piano non andava suonato, né forte, né piano?! Per l’arpa ci volevano le unghie lunghe, la chitarra era troppo rock, i piatti, i tamburi e la grancassa facevano troppo rumore...
Però il giovane musico era ormai parte dell’orchestra e qualche strumento avrebbe dovuto suonarlo anche lui, altrimenti la sua gioventù non sarebbe stata sufficiente per non essere cacciato.
Scelse, quindi, il triangolo. I violinisti furono d’accordo, i maestri tromboni annuirono, i percussionisti sorrisero, il direttore non disse nulla, e quando il direttore nulla dice, vuol dire che tutto va bene. E triangolo fu.
Chiuso nella custodia triangolare, il giovane musico portò lo strumento a casa con sé, che l’indomani era la sera della prima e i due avrebbero dovuto fare amicizia, che gli strumenti sono un po’ come i cavalli e non si lasciano suonare da chiunque. Nella tasca del cappotto infilò lo spartito, arrotolato per bene e buonanotte.
Quella notte, però, il giovane musico non dormì un istante. Era la notte prima della prima e chiudere gli occhi sarebbe stata un’impresa per chiunque. Non dormì prima di mezzanotte e nemmeno dopo. Restò sdraiato con lo sguardo sul soffitto e il pensiero al triangolo, allo spartito, all’orchestra e al concerto. Quattro pensieri, quindi. Sarà per questo che non riuscì ad addormentarsi?!
Alle prime luci dell’alba il musico insonne bevve una tazzona di caffè per colazione, poi si accomodò in poltrona per pochi istanti, prima di affrontare la giornata. Posò la testa sullo schienale, le palpebre crollarono e il giovane musico cominciò a russare. Un russare intonato e a tempo, ma pur sempre un russare.
All’ora di pranzo il sonno era più intenso che mai. A metà pomeriggio il musico dormiva come un ghiro. All’ora di cena stesso discorso e...
E il concerto cominciava alle nove! Sveglia, sveglia! È ora di correre a teatro!
Il triangolo, nella sua custodia, avrebbe anche suonato, per farsi sentire, ma che ne sapeva lui di che ore erano?
Fu così che il giovane musico si destò di soprassalto alle nove meno un minuto, con lo sguardo terrorizzato a fissare le lancette dell’orologio. Difficilmente in quei sessanta secondi sarebbe riuscito a sciacquarsi la faccia, darsi una pettinata, infilare l’abito da concerto, annodare la cravatta, indossare il cappotto, scendere per strada, acchiappare l’autobus, arrivare a teatro, salutare i musicanti suoi compagni d’orchestra, accomodarsi al proprio posto, accordare la tonalità, ripassare lo spartito, due, tre, quattro e zum zum-zum-zum.
Visto che non ce l’avrebbe mai fatta, alla fine se la prese comoda e, una cosa dopo l’altra, arrivò in sala alle dieci e quarantotto della sera, quando il concerto era più verso la fine che verso l’inizio. Con passo accorto e silenzioso raggiunse il suo posto lassù in ultima fila, dove lo sgabello e il leggio lo attandevano dalle nove. Nessuno dei maestri lo degnò di uno sguardo, presi com’erano con un occhio sul rigo musicale e l’altro sulla bacchetta del maestro. E anche il direttore fece finta di non vederlo.
Il giovane musico, quindi, si posizionò, aggiustò la cravatta, aprì lo spartito alla pagina dove stavano tutti, che poi era la penultima, estrasse il suo magnifico triangolo, lo lucidò, lo rimirò, si mise in posizione da suonatore di triangolo e attese. Tempo poche battute e...
E tin! Un semplice tocco, ma che tocco!
Ed era l’unica nota che avrebbe dovuto suonare nell’intero concerto, un’ora e cinquantasei minuti dopo l’inizio. Una nota e nulla più. Lui la suonò, precisa e squillante, e fu un grande successo.

L’inizio di una straordinaria carriera.
 

La fotografia

La guerra era terminata da qualche mese e le città venivano pian piano ricostruite, cercando di curare le ferite, per ritrovare una vita tranquilla. La sera dell’undici di maggio del 1946 Milano salutò la riapertura di uno dei suoi simboli: il Teatro alla Scala, pesantemente bombardato. Sul podio, un direttore anch’egli simbolo di libertà: il celebre Arturo Toscanini, tornato in Italia dagli Stati Uniti, per votare a favore della nascente Repubblica.
Fu un concerto indimenticabile, dedicato all’opera italiana, con la platea gremita e un artista per ogni strumento. Non ce ne saranno più, di prime alla Scala come quella e, visto che fu una prima dopo la guerra, tutto sommato è meglio così.
 

Il video

Se la Traviata non ti dice nulla, l’opera è per te un geroglifico e preferisci il rock, non c’è molto di male, che i gusti son gusti. Probabilmente, però, senza saperlo, la Traviata la conosci eccome! In questo video la cantano nientemeno che tre tenori – e che tenori! – con l’orchestra al seguito. Tu, se vuoi, puoi cantarla a squarciagola sotto la doccia. Nessuno ti sentirà e ognuno potrà continuare a credere che tu e la Traviata on avete nulla a che spartire...
 

La pagina web

Vuoi andare alla Scala e assistere a un’opera, un concerto o un balletto? Forse può essere opportuno muoversi per tempo, anche per scegliere con calma cosa indossare. A parte le scarpe e il cappotto, per ogni altra cosa c’è Twitter e c’è ovviamente il sito ufficiale del teatro dove scoprire cosa offre il cartellone, chi saranno gli artisti sul palco, dove c’è ancora un posto libero in platea, quanto costa e se c’è un’offerta che vada bene per te. È un sito ricco di storia e di curiosità, che puoi visitare, cliccando qua e là, anche se alla fine a teatro ci andrai un’altra volta.
 

Ti consiglio un libro

Serena Piazza – Voci su Verdi – Rizzoli

È sempre bello farsi raccontare la storia da chi ne ha vissuto una parte. In questo libro le voci di chi ci svela la vita del maestro Giuseppe Verdi sono varie, a volte sono voci sottili, a volte appena sussurrate: quelle di un cocchiere, di una bambina, del padrone di casa, di una cameriera o della cuoca di Villa Verdi. Chi meglio di loro e della rigorosa fantasia dell’autrice può svelarci i particolari e le curiosità di un personaggio talmente grande, che non si smetterebbe mai di farselo raccontare?
 

I nostri eroi

Si chiamava Cecilia Sophia Maria Anna Kalogeropoulos, nacque a New York e morì a Parigi, ma era greca, naturalizzata italiana, e per il mondo intero passò alla storia con il nome indimenticabile di Maria Callas. Per gli appassionati più appassionati, fu semplicemente la Divina.
Soprano dalla voce ineguagliabile, Inutile dire che il Teatro alla Scala la vide protagonista per molti anni, durante i quali non ci fu rivista che non le dedicasse una copertina ogni tanto, non giornalista che non ne raccontasse le giornate, non televisione che non la inserire tra le proprie immagini in bianco e nero, nonostante la voce gracchiante degli altoparlanti di quei tempi.
In tutto questo non poteva mancare una intrigante storia d’amore, a bordo dello yacht del multimiliardario Aristotele Onassis, con tutti gli scandali del caso, che in quegli anni erano quasi più ricercati della sua intonatissima ugola.
 

Le ha scritte il signor Temistocle Solera, le celebri parole “Va’ pensiero, sull’ali dorate..” che con la musica di Verdi sono diventate una tra le arie più celebri dell’intera storia della musica, dai canti gregoriani al rap.
Fanno parte della terza opera composta da Verdi: quella che lo consacrò. Il titolo originale del libretto era Nabucodonosor, che poi era il nome del re di Babilonia di duemilacinquecento anni prima. Però un nome così lungo sarebbe stato scomodo da far stare sulla carta d’identità e lo stesso problema si presentò per la locandina del Teatro alla Scala, per la prima, nel marzo del 1842. Il tipografo, infatti, decise di scriverlo su due righe: Nabucco e Donosor, che in poco tempo restò per tutti Nabucco e basta.
E il nostro pensiero va a quei tempi, poco prima del Quarantotto, quello dell’Ottocento, anno tumultuoso da cui deriva proprio il modo di dire: facciamo un quarantotto. Il risorgimento aveva trovato la propria colonna sonora e il pensiero, ancor oggi, è sempre lì che va.
 

La prima prima alla Scala fu addirittura la primissima, il tre di agosto del 1778, con l’arciduca Ferdinando d’Asburgo appollaiato nel palco reale e l’architetto Piermarini in prima fila. 
Giuseppe Verdi sarebbe nato trentacinque anni dopo e certo non si poteva aspettare così tanto, per inaugurare il nuovo teatro con una sua opera, quindi fu Antonio Salieri a comporre, per l’occasione, L’Europa riconosciuta.
Contemporaneo di Mozart, Salieri non ebbe vita facile, perché il suo collega finiva sempre per fare più bella figura di lui. Certo, era Mozart, mica Piripicchio...
Essere scelto per l’inaugurazione del teatro di Milano fu quindi un grande onore per lui, che come compositore fu comunque di grande livello e forse ancor più bravo fu come insegnante, tanto da essere stato maestro di personaggi niente male davvero, da Beethoven a Schubert, fino a uno dei figli dello stesso Mozart. E chissà se, con Wolfgang junior, passarono più tempo tra crome e biscrome o a raccontarsi storielle e barzellette alle spalle del papà...
 

Tra i personaggi del Teatro alla Scala ce n’è uno che non canta per nulla, ma risplende più che mai. Quando non è spento, ovviamente, perché stiamo parlando del lampadario, che se ne sta appeso lassù, sopra le teste di chi siede in platea. E un po’ di storia di quel teatro l’ha fatta pure lui.
Le lampadine sono più di quattrocento, con altrettanti cavi elettrici che si diramano per distribuire la corrente. Il peso totale è di una tonnellata, grammo più, grammo meno, e ogni anno l’intero trespolo viene calato dall’alto, sia per togliere la polvere come si fa a casa a Pasqua e a Natale, sia – soprattutto – per verificare la stabilità e la tenuta.
Narra la leggenda, che quel lampadario sia amante della musica... Sarà per le onde sonore, sarà per la passione per il bel canto, ma quando sul palco un cantante si esibisce particolarmente bene, lui comincia a girare su se stesso, in segno d’approvazione. Sarà vero? Se una sera andrai alla Scala, guarda in alto e mi dirai.

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