7 Dicembre Dic 2013 2015 07 dicembre 2013

Alla Scala in scena il rito stanco di un potere fragile

La prima del teatro milanese

Scalamilano

All’entrata della Scala quel poco che è rimasto della nostra classe dirigente. Dall’altro lato, di fronte a palazzo Marino, sede del Comune di Milano recintata da transenne e polizia, qualche sindacalista a urlare nel microfono improperi contro Expo 2015. Scorre via così la Prima scaligera, in un freddo e anonimo sabato di dicembre a Milano. Poche proteste, poca politica, poca finanza, abiti sobri e la maggior parte degli invitati che arriva a piedi al teatro Piermarini: per questioni di sicurezza le automobili si sono fermate nelle vie adiacenti. Non ci sono gli animalisti, non c’è manco l’attrice Valeria Marini con i suoi spacchi vertiginosi. Tutto scorre lento, quasi in silenzio, tanto che gli echi del megafono delle proteste non si riescono a sentire. Di fronte a Palazzo Marino i Cobas hanno organizzato un mercatino equosolidale. Vendono scarpe, un po’ di frutta. Ci sono i turisti che chiedono spesso ai contestatori di spostarsi per fare le foto ai monumenti. Le casse pompano El pueblo unido jamás será vencido, ma dopo pochi minuti smettono: ci sono quasi più poliziotti che “indignados”. A dare un po' di brio alla giornata ci saranno solo i fischi in sala contro la regia dell'opera: gli Amici del Loggione non hanno apprezzato.

Si aspettavano i comitati No Expo, ma c’è solo un ragazzo che nel megafono ricorda che l’evento mondiale che coinvolgerà Milano tra due anni è in mano ai costruttori e all’insegna della speculazione più bieca. C’è chi beve vin brulè, in arrivo dalla fiera degli Oh bej, Oh bej, ormai spostata intorno al Castello Sforzesco. Un finto Giuseppe Verdi parla al microfono e paragona la Traviata alle vicende di Silvio Berlusconi. L’unico accenno di protesta è quando un gruppetto di giovani di Forza Italia prova a contestare Napolitano: paradossalmente sono gli altri manifestanti di sinistra a guardarli di sbieco e tutto rientra.

Nel frattempo nella casa circondariale di San Vittore, pochi chilometri in linea d’aria con piazza Scala, compare il ministro di Grazia e Giustizia Anna Maria Cancellieri. «Sono molto contenta di essere qui: non ero mai stata a San Vittore», ha detto il Guardasigilli che un mese fa si ritrovava in prima pagina sui quotidiani per le telefonate con la famiglia Ligresti. Di Don Salvatore non c’è neanche l’ombra. Anzi, come da tradizione, la buona borghesia milanese l’ha già dimenticato: basti pensare alla famiglia Jucker quasi ostracizzata dopo l’efferato omicidio del figlio Ruggero ma comunque sempre presente alla Prima.

E in effetti, assenti come di consueto i vertici dell’adiacente Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca, c’è chi ha tentato di salvare Fondiaria Sai, il gruppo assicurativo di famiglia. È Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit che per mettere in sicurezza la sua esposizione verso la compagnia ha spedito, dopo un aumento di capitale, il figlio della Cancellieri Piergiorgio Peluso a risolvere la situazione. Una mission impossibile, tant’è che Peluso è finito a fare il direttore finanziario di Telecom Italia, i cui rappresentanti non si sono visti nel parterre rosso fuoco del teatro più famoso d’Italia. Almeno per una sera l’anno.

Presente in prima linea, invece, la classe dirigente di Intesa Sanpaolo al completo: Giovanni Bazoli, l’amministratore delegato Carlo Messina alla sua prima uscita mondana da capoazienda, il presidente del consiglio di gestione Gianmaria Gros-Pietro e Gaetano Micciché, storico numero uno dell’investment banking. Ca de’ Sass, d’altronde, è uno dei principali sponsor del disastrato ente meneghino. Di casa Gabriele Galateri di Genola, ora presidente delle Generali ma con un passato da consigliere di Mediobanca e soprattutto da presidente di Telecom, e Alessandro Profumo, presidente del Monte dei Paschi di Siena. I flash più intensi se li è presi Paolo Scaroni. L’amministratore delegato dell’Eni, consigliere dell’ente lirico milanese, sicuramente farà una chiacchierata con il presidente del Togo, Faure Gnassingbè, e soprattutto con il suo ministro dell’Economia. Non poteva mancare l’altro grand commis di Stato, Fulvio Conti, a capo dell’Enel, e nemmeno il presidente Fiat John Elkann, altro abitué che per una sera non vuol pensare alle magre vendite Fiat e al difficile piano di risanamento di Rcs, la casa editrice del Corriere della Sera. 

Nemmeno loro, Scaroni e Conti, possono stare tranquilli. Il gigante petrolifero è alle prese con l’operazione pulizia sulla controllata Saipem. Venerdì è stata ufficializzata la nomina di Alberto Chiarini, uomo Eni, a direttore finanziario e della compliance, mentre a Mix24 di Gianni Minoli il top manager vicentino ha preso le distanze da Pietro Varone, ex direttore operativo di Saipem ora ai domiciliari che aveva ammesso il coinvolgimento di Scaroni nell’affaire algerino. Nessuno scandalo per Conti, ma un debito monstre con cui fare i conti, seppure in calo così come i consumi nei due principali mercati, Italia e Spagna. Chi ha meno soldi di tutti sono le banche.

Mps corre verso la nazionalizzazione con il principale azionista, la Fondazione Mps, che ha votato contro al rafforzamento patrimoniale. Unicredit ha perso, forse volutamente, la partita con Bnp Paribas – che ha offerto un miliardo – per acquisire la controllata polacca di Rabobank, Bgz. E meno male che c’è Varsavia a risollevare i margini dell’istituto, in procinto di essere radiografato dall’asset quality review della Bce. Intesa, la cui anima milanese storicamente tiene molto all’appuntamento con la prima della Scala, è un cantiere. Archiviato il periodo Cucchiani, Messina è impegnato nella semplificazione organizzativa di un istituto che sembra un ministero, e soprattutto nella scrittura di un piano industriale che manca dai tempi di Corrado Passera, anche lui presente stasera. Le intenzioni di puntare forte sulla divisione italiana si riveleranno un successo soltanto se la politica darà una mano a far ripartire il Paese. E chissà che, tra un flut di champagne e un voulevant nel corso dell’intervallo, Ghizzoni e Messina non parlino di deflazione, la sindrome giapponese dove i prezzi calano perché nessuno compra più nulla. José Barroso, presidente della Commissione europea seduto alla destra di Re Giorgio sul palco reale, sa quanto sia rischioso per l’intera Europa. Per questo là fuori non c’era nessuno a protestare: è più importante tirare avanti. 

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