7 Dicembre Dic 2013 1415 07 dicembre 2013

Vita “traviata” della Scala, dove comanda il sindacato

Non solo vip e lustrini

Scala

Lasciamo perdere gli abiti, i tacchi, i gioielli, le pellicce, gli smoking che “addobbano” l’ingresso del Teatro alla Scala di Milano ogni sette di dicembre per la prima della stagione lirica. Dietro quella passerella in fila quest’anno per la Traviata di Verdi, il teatro d’opera più importante al mondo nasconde (e non solo nel giorno di Sant’Ambrogio) un lungo elenco di segreti, malfunzionamenti e veleni interni degni del peggior ufficio di collocamento di provincia. Con tutto il rispetto per gli uffici di collocamento di provincia.

Alla Scala lavorano più di 900 persone (contando solo l’organico fisso) tra cantanti, tecnici, truccatrici, sarte, parrucchieri e impiegati del settore amministrativo. Come le altre fondazioni lirico sinfoniche italiane, anche la Scala negli anni è stata “invasa” pacificamente dalle sigle sindacali. Che si sono spartite gli spazi del teatro, come la Rai ai tempi della lottizzazione. «Si vive come ai tempi del muro di Berlino», racconta qualche insider. «Il palcoscenico è della Cgil, i laboratori-atelier Ansaldo sono della Uil, l’orchestra della Fials (Federazione italiana autonoma lavoratori dello spettacolo, aderente alla Cisal, ndr), gli uffici amministrativi della Cisl».

E in questo quadro «non esistono le rappresentanze sindacali unitarie, le rsu elette dai lavoratori, ma solo rsa, quelle scelte dagli iscritti ai sindacati». Il Cub, Confederazione unitaria di base, che anche quest’anno ha organizzato una manifestazione di piazza in concomitanza con la prima, da tempo chiede le elezioni delle rsu senza però ottenerle.

E le richieste di indennità negli anni sono state ai limiti del surreale. Lo scorso dicembre saltò la prima di Romeo et Juliette con la coreografia di Sasha Waltz perché il corpo di ballo pretendeva un’indennità del 10% per la pendenza del palcoscenico che faceva infiammare le caviglie e il coro chiedeva un’aggiunta allo stipendio per i piegamenti, dovendo accompagnare le note musicali con l’inclinazione della testa. Ma l’elenco dei bonus in aggiunta allo stipendio è lungo: «indennità trucco», «indennità umidità», la «doppia» paga in caso di rischio in scena, il doppio cachet per i concerti della Filarmonica. I lavoratori si giustificano dicendo che «se ripeti alcune cose innumerevoli volte per le prove poi ne risenti». E in effetti la Scala non è l’unica fondazione in cui i lavoratori fanno simili richieste«I sindacati hanno messo sotto scacco intere dirigenze un po’ corresponsabili», commentano dall’interno, «alla Scala avevano la possibilità di avere il teatro degli Arcimboldi e l’hanno persa, mentre poteva essere molto importante dal punto di vista operativo». 

Sul piede di guerra ora ci sono pure gli addetti alle pulizie e alla ristorazione del Piermarini. I servizi sono stati appaltati al consorzio salernitano Ati Miles servizi integrati (ma tutti i dipendenti fanno capo alla Cooper Pul di Salerno), vincitore della gara da 2,4 milioni di euro bandita dalla Fondazione con un appalto al ribasso del 39,22 per cento, che di conseguenza ha abbassato le ore di lavoro previste. Sono loro ora gli ultimi a denunciare «ore aggiuntive in nero e turni di lavoro massacranti», nonostante da poco sia stato inserito per gli addetti alle pulizie l’ingresso con impronta digitale del dito pollice che dovrebbe registrare ogni entrata e uscita, senza confusione sul conteggio totale delle ore.

Ma il malessere dei circa seimila dipendenti delle 14 fondazioni lirico sinfoniche italiane (non solo per la Scala) deriva anche da un’attesa ormai quasi decennale del rinnovo del contratto nazionale. L’accordo tra le parti in realtà è stato raggiunto, ma non è ancora applicabile, perché non è ancora garantita la copertura dei costi aggiuntivi previsti. Non solo: la confusione risiede proprio nell’ossatura stessa delle Fondazioni come la Scala. Nonostante con la legge Veltroni siano state trasformate in enti di diritto privato, vivendo sostanzialmente dei contributi pubblici del Fus (Fondo unico dello spettacolo) - tranne la Scala, che essendo un po’ una griffe riesce ad attirare svariati sponsor privati - con la riforma del 2010 sono stati posti alcuni paletti per la riduzione dei costi. Primo fra tutti il blocco delle assunzioni a tempo indeterminato (dal 2012 il blocco è allentato, fermo restando la compatibilità con il bilancio). Tanto che, alla notizia del blocco, sulle fondazioni si scagliò una pioggia di cause di lavoro tra coloro che da tempo si vedevano rinnovare contratti a tempo determinato.

Ma, nonostante un organico che sfiora i mille dipendenti, anche alla Scala i lavoratori del comparto artistico lamentano di essere in pochi. «Gli sprechi ci sono nell’amministrativo», dicono. «Soprattutto sul palcoscenico ci vorrebbe un 30% di lavoratori in più». Anche perché «la Scala ha quasi raddoppiato le produzioni negli ultimi anni. Bisogna produrre tanto in tempi stretti, con relativi rischi per la sicurezza. E gli incidenti sono all’ordine del giorno. Ora hanno nominato come responsabile della sicurezza un ingegnere del Comune, che prima di insediarsi ha dovuto fare un corso sulla sicurezza».E se ci sono delle carenze di personale, «le professionalità si prendono dall’esterno, e alla fine si finisce per spendere di più».

«Non c’è stato alcun ricambio generazionale», denunciano i dipendenti, «i lavoratori invecchiano, vanno in pensione, nessuno li sostituisce, e soprattutto tra i macchinisti, lavoro che richiede uno sforzo fisico, molti sono anziani. Tra 4-5 anni avremo grossi problemi perché in tanti presenteranno problemi di salute. E che non ci vengano a dire che non siamo flessibili: lavoriamo sei giorni su sette e possono cambiarci l’orario entro le tredici del giorno prima».

Passi la spending review sul costo del lavoro, ma alla Scala gli sprechi non mancano. «Il problema non sono i lavoratori, che pure sono un costo», ripetono tutti in piazza della Scala, «il problema sono quelli che gestiscono le fondazioni. Tanti sovrintendenti messi lì dal politico di turno hanno distrutto i teatri senza pagarne le conseguenze. Bisognerebbe fare un contratto con la città: vi prometto che riduco le spese e aumento la produttività. Ma ancora si spreca molto, anche alla Scala». Prendiamo ad esempio la passerella del lampadario, un tempo accessibile anche ai turisti che ogni giorno affollano il museo del teatro. Per il solo museo il biglietto è di sei euro. Ma «prima si poteva visitare anche la passerella sul grande lampadario dove i tecnici delle luci fanno i “seguipersona”. I turisti pagavano 50 euro. Ora non si può più. Sapete perché? Perché non c’è un vigile del fuoco che possa star lì a garantire la sicurezza. Hanno ridotto il numero dei vigili e ora sono solo due per ogni turno. Pensiamo a quanti soldi si perdono chiudendo la passerella». I lavoratori denunciano anche la “questione filarmonica”: «Noi lavoriamo in base agli impegni che loro hanno in giro per il mondo. E se la filarmonica non c’è, vengono pagati profumatamente musicisti chiamati dall’esterno». Non solo: «Fino a qualche mese fa, nonostante la Scala avesse i suoi camion fermi con le ragnatele sopra, venivano usati e pagati i camion che venivano dall’esterno».

Dal 2008, tra l’altro, è stato costituito il Comitato ambiente e salute del Teatro, dopo la scoperta della presenza di amianto nella volta del teatro. La platea e le altre parti del teatro contenenti amianto (come la “pattona” del sipario) sono state bonificate. «Nel frattempo cinque persone sono morte di mesotelioma pleurico, e altre sono state esposte. Quando la pattona del sipario si muoveva, cadeva talmente tanta polvere che venivano portati i bicchieri d’acqua sul palcoscenico con un fazzoletto di sopra», raccontano dal comitato. I lavoratori ora hanno chiesto e ottenuto dall’Asl una classificazione di tutti i dipendenti in base all’anno di assunzione (quindi precedente o successivo ad alcune bonifiche) e alle mansioni. «Si viene classificati in base all’esposizione alta, media o bassa, così ci si viene iscritti al registro degli esposti. In tanti però hanno paura a sottoporsi alle visite specialistiche, per paura di scoprire qualcosa di grave».

Ma i veleni, questa volta simbolici, si respirano anche nell’alta dirigenza del Teatro. A partire dalla questione della successione di Stéphane Lissner, sovrintendente e direttore artistico dal maggio 2005, che lascerà il testimone nelle mani del viennese Alexander Pereira. Non senza causare malumori nelle stanze di via dei Filodrammatici. In primis tra coloro che volevano difendere l’“italianità” della Fondazione. Tra i papabili, infatti, c’era anche il nome di Francesco Micheli, il “finanziere democratico” mecenate delle arti di Milano, che siede già nel consiglio di amministrazione del Teatro alla Scala, in quello della Filarmonica scaligera e nella Fondazione Pier Lombardo. 

Alla fine, lo sappiamo tutti, Giuliano Pisapia ha scelto Pereira, che già sta lavorando sulla programmazione post 2015 e per questo ha chiesto un anticipo dei suoi compensi per 120mila euro. Con tanto di critiche da parte dei lavoratori che lo scorso anno si sono visti pagare solo il 50% del contratto integrativo per raggiungere il pareggio di bilancio. Anche quest’anno, comunque, si dovrebbe raggiungere il pareggio - al 99% dicono i sindacati. L’unico nodo da sciogliere resta la donazione di 420mila euro che il Comune dovrebbe “scongelare”.

La prima di quest’anno, per giunta, arriva alla fine di una lunga serie di accesi colloqui tra il ministro Massimo Bray e le fondazioni lirico sinfoniche sulle clausole della legge “Valore cultura” che aveva ridotto da undici a sette i membri del consiglio d’amministrazione e fissava nel 5 per cento dei contributi dello Stato la quota che i privati dovevano versare per entrare in consiglio. Il problema è che meno consiglieri avrebbero significato anche meno sponsor privati. Tanto che durante l’incontro ministro-sovrintendenti di Roma, i più informati raccontano che Stéphane Lissner abbia abbandonato ogni aplombe parigino alzando i toni fino a un “Come si permette lei di trattare così la Scala?”. E così dopo vari tira e molla è arrivato un maxiemendamento alla legge di stabilità: la Scala tornerà ad avere un cda a undici componenti (con relativi contributi finanziari) e potrà dotarsi di «forme organizzative speciali», cioè arrivare all’autonomia (che la Scala aveva già ottenuto e che poi è stata revocata dopo l’annullamento di un regolamento da parte del Consiglio di Stato). Intanto anche quest’anno all’esterno si terrà una manifestazione dei lavoratori in piazza della Scala dal titolo “L’Italia traviata”. Buona Traviata a tutti, dunque, dentro e fuori. 

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