La russia e il gas
9 Dicembre Dic 2013 1130 09 dicembre 2013

Putin abbassa il prezzo del gas per Kiev

Accordo a Mosca tra Putin e Yanukovich

Yanukovich Putin

Vladimir Putin e Victor Yanukovich firmano un accordo per l’abbassamento del costo del gas importato da Kiev, ridotto da più di 400 dollari a 268,5 dollari durante i colloqui in corso al Cremlino. È una notizia dell’ultim’ora che sembra mettere un punto fermo nella trattativa in corso da mesi tra i due Presidenti. Il patto prevede anche l’investimento da parte di Mosca di 15 miliardi di dollari in titoli di Stato ucraini. Il denaro verrà prelevato dal fondo di benessere nazionale russo. 

Prima dell’incontro di oggi 17 dicembre a Mosca, i due si sono visti lo scorso fine settimana a Soci, in un incontro che ha destato scalpore, perché giunto proprio nel bel mezzo delle proteste di Kiev contro la svolta di un Presidente che ha sbattuto la porta in faccia all’Unione Europea (Ue) per volgersi verso quella Euroasiatica (Uea) patrocinata dal Cremlino.

Kiev chiedeva da tempo la rinegoziazione dei contratti stabiliti nel 2009 tra Putin e Yulia Tymoshenko, validi - prima dell’accordo di oggi - sino al 2019. Per l’Ucraina il prezzo che oscillava intorno ai 400 dollari per 1000 metri cubi era troppo alto. In realtà vi era incluso già un ribasso di circa 100 dollari stabilito con gli accordi di Kharkiv del 2011, ma la cifra stava comunque pesando sulle casse dello Stato ucraino. Mosca, in realtà, era già disposta a scendere se Kiev, abbandonata la via verso l’Ue, avesse compiuto davvero il salto verso l’Uea: Putin è arrivato a offrire nel passato anche 160 dollari per 1000 metri cubi (sulla linea dei 170 che paga ora la Bielorussia). 

 Il Cremlino, attraverso la pressione nel settore energetico, punta a tenere agganciata l’ex repubblica sovietica, che dipende ancora troppo dalle importazioni russe. Non solo: Gazprom vorrebbe impadronirsi del sistema ucraino dei gasdotti come ha già fatto con la Bielorussia, assicurandosi in questo modo un controllo totale. La strategia aggressiva del colosso russo passa anche attraverso i progetti di Nordstream Soutstream, i due gasdotti destinati a tagliare fuori l’Ucraina dal versante settentrionale e da quello meridionale. Se il primo è già in funzione, del secondo è stata posta la prima pietra alla fine del 2012 e, almeno in teoria, dovrebbe cominciare a pompare una volta ultimato nel 2015. 

Il condizionale si deve al fatto che secondo alcuni osservatori l’eventuale presa di possesso del gas ucraino potrebbe rallentarne la realizzazione. In ogni caso, partendo proprio dalle mosse sulla scacchiera europea, sembra che Gazprom si sia concentrata più sul consolidamento della posizione di forza acquisita nel passato, trascurando una reale diversificazione e soprattutto trascurando forse gli investimenti necessari per fa fronte nel prossimo futuro alle sfide della produzione e dello sviluppo. L’Espo (East Siberia-Pacific Ocean) è l’unico oleodotto nato per invertire la rotta delle esportazioni petrolifere verso la Cina, mentre il gasdotto Altai è ancora sulla carta. 

In particolare secondo alcuni analisti Gazprom avrebbe dormito sugli allori per troppo tempo e ora dovrebbe rincorrere il treno partito negli Stati Uniti con la rivoluzione del gas di scisto. L’aumento dell’offerta di gas sul mercato (con gli Usa che presto potrebbero entrare anche come fornitori su quello europeo e viceversa i produttori del Golfo come il Qatar che invece di esportare Oltreoceano potrebbero riversare sul Vecchio continente) ha spinto e spingerà probabilmente i prezzi al ribasso, creando non poche difficoltà anche al gigante controllato dal Cremlino. Benché sia secondo Forbes la seconda compagnia energetica mondiale, dietro alla saudita Saudi Aramco e davanti all’iraniana Nioc, Gazprom si è trovata ultimamente davanti ad alcuni problemi strategici e congiunturali che hanno fatto ridurre la produzione e l’export negli ultimi due anni.

Le difficoltà sui mercati europei, con la revisione dei contratti a lungo termine e la riduzione dei prezzi, aggiunta a quelle interne di non riuscire a sfruttare ancora i giacimenti siberiani e artici, hanno fatto traballare un po’ la creatura tanto cara a Putin, che sta tentando di arraffare tutto quello che può nelle relazioni da sempre opache con le ex repubbliche sovietiche. Mettendo spalle al muro Bielorussia e Ucraina, la Russia persegue una strategia che può sì essere efficace sul breve periodo, ma non risolve i punti interrogativi sul futuro. 

In Europa il Terzo pacchetto energetico, che prevede in sostanza la separazione tra produzione e distribuzione, è uno scoglio che se non superato con un compromesso potrebbe dare a Gazprom un brutto colpo: soprattutto in considerazione del fatto che le vie del gas sono ora tutte sulla direttrice est-ovest, mentre per soddisfare l’Asia, dove pure c’è sete di gas e petrolio anche se i prezzi non sono quelli che la Russia riesce a spuntare sul mercato europeo, ci vorranno tempo e investimenti. Il Cremlino però è più interessato adesso alle questioni urgenti e sembra voler fare le grandi spese solo al mercato ucraino.

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