10 Dicembre Dic 2013 0915 10 dicembre 2013

Ucraina, la “guerra dei monumenti” che divide il Paese

Dietro l’abbattimento di Lenin

Lenin Kiev 0

Da domenica sera giace riverso su un fianco. Tirato giù senza troppi complimenti e pure decapitato. La sua testa è stata mostrata come un trofeo sulla Maidan. Vladimir Ilich Lenin, in versione gigante marmorea, è per ora la vittima più illustre della crisi ucraina. Sul piedistallo della statua abbattuta a due passi dalla Piazza dell’Indipendenza ci sono ora tre bandiere: quelle ucraina e dell’Unione europea, e quella rossonera, simbolo dei nazionalisti ucraini dell’Upa, l’esercito insurrezionale attivo durante la Seconda guerra mondiale e il primo periodo dell’occupazione sovietica. Non è un caso che quasi settant’anni dopo il suo arrivo nel 1946 nel centro di Kiev, Lenin sia stato preso di mira durante le proteste di massa contro la svolta antieuropea e filorussa del presidente Victor Yanukovich. E non è un caso che a rivendicare l’operazione di demolizione siano stati gli attivisti della destra estremista.

Non è infatti la prima volta che il monumento sulla Kreshchatik viene usato come bersaglio. Un paio d’anni fa gli era arrivata qualche martellata dai soliti ignoti, che però si erano accontentati di scalfirlo. Da allora un picchetto del Partito comunista sorvegliava la statua giorno e notte, proteggendola dagli assalti proditorii delle squadre di nazionalisti. A Kiev, col bersaglio più grosso protetto costantemente, i picconatori antileninisti avevano allora ripiegato su obbiettivi più soft: nell’estate del 2011 era stato il busto di Nadezhda Konstantinovna Krupskaja, moglie di Vladimir Ilich, a essere sfregiato in un parco poco lontano dal centro cittadino. L’oltraggio era stato dei peggiori, proprio per aver colpito una donna e per di più indifesa.

A parte la famiglia Lenin, che ha ancora monumenti sparsi in tutte le città delle regioni orientali e meridionali del Paese, mentre in quelle dell’ovest sono state rimossi praticamente tutti dopo l’indipendenza da Mosca nel 1991, a scatenare la furia distruttiva antirussa ci ha pensato ovviamente il Baffone più famoso del secolo scorso. In Ucraina, come del resto in Russia, la faccia di Iosif Stalin era sparita dalla circolazione già durante l’epoca sovietica. Dal 1991 in avanti nessuno si era mai sognato di dedicargli un monumento in qualsiasi delle ex repubbliche nate dopo il crollo dell’Urss, anche il revival putiniano era ancora in pectore, fino a che a Zaporizhia, nel sud dell’Ucraina, nell’estate 2010 il gruppo locale di comunisti nostalgici ha avuto la bella pensata di erigere un busto in suo onore. La cosa non poteva passare inosservata e appena qualche mese più tardi, la notte di Capodanno, un manipolo di buontemponi lo ha fatto letteralmente saltare in aria. Responsabili, pare, un paio di attivisti di Svoboda, il partito di estrema destra che dall’ottobre del 2012 è rappresentato anche in parlamento, che volevano festeggiare l’arrivo del nuovo anno senza i fantasmi del passato.

Oltre che essere protagonisti distruttivi della caccia ai simboli dell’odiato comunismo, i rappresentanti della destra nazionalista hanno sviluppato in questi anni anche una vena costruttiva. Nel senso più letterale del termine. E cosi, oltre ad decapitare le statue altrui, si sono messi a erigere monumenti ai loro eroi. Se da una parte dell’Ucraina il culto di Lenin non è mai morto, dall’altra quello per Stepan Bandera è rinato, soprattutto da quando il presidente Victor Yushchenko (2005-2010) si è preoccupato di conferire al suddetto e a Roman Shukhevych, altro discusso simbolo dei nazionalisti, l’ordine di “Eroi dell’Ucraina”. Allora, era la fine del 2009, la questione aveva scatenato non solo le reazioni indignate dei comunisti, ma anche la rivolta delle organizzazioni ebraiche nazionali e internazionali. Persino il Simon Wiesenthal Center ha scritto una dura lettera di protesta al capo di stato.

Il motivo è presto detto: Bandera e Shukhevych, leader dell’Oun (Organizzazione dei nazionalisti ucraini) e dell’Upa (Esercito insurrezionale ucraino, il braccio armato) hanno sì combattuto per l’indipendenza dell’Ucraina durante la Seconda Guerra Mondiale, ma lo  fecero collaborando inizialmente con i nazisti, partecipando durante la tutto il conflitto a massacri nei confronti della popolazione polacca e degli ebrei. Su questo piccolo particolare, dimenticato persino da Yushchenko al quale non é bastata l’indignazione ebraica per ritornare sui suoi passi (ci ha pensato il suo successore Victor Yanukovich ha ritirare le onorificenze), sorvola abitualmente non solo Svoboda, ma un po’ tutta la Galizia, la regione con capoluogo Leopoli dove il monumento a Stepan Bandera poco lontano dal centro storico è sempre addobbato con fiori freschi. Sia Leopoli che la vicina Ivano Frankisvk sono le roccaforti dei nazionalisti dalla memoria corta, che al pari dei loro avversari veterocomunisti dall’altra parte dell’Ucraina, sono abituati alla storia selettiva, cioè ricordano solo quello che vogliono loro. Si spiega così perché per la destra ucraina è stata più che doverosa l’erezione nel 2011 di un piccolo monumento vicino a Lutsk, nella regione della Volinia vicino al confine polacco, dedicato ad alcuni soldati dell’Upa, mentre sull’altro versante sono arrivate le scomuniche targate falce e martello.

La decapitazione del Lenin sulla Kreshchatik è in fondo solo l’ultimo episodio della “guerra dei monumenti” che mostra come le divisioni del passato siano in parte anche quelle del presente e come la mancata elaborazione della storia recente rischi di minare ulteriormente la solidità della giovane democrazia ucraina.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook