13 Dicembre Dic 2013 1330 13 dicembre 2013

Dal maestro Manzi a XFactor, ritorna la tv pedagogica

La vittoria di Michele Bravi

Michele

Vincerà Michele, mi ripetevo da giorni tra me e me. «Secondo me vince Michele», mi diceva anche la mia amica Romina, e sul trionfo di Michele scommettevano anche la produttrice del mio programma, Marzia, il direttore di Radioies, Antonio («l’avevo capito la prima volta che l’ho visto»), e la barista sotto casa: a questo punto, messo insieme questo piccolo ed eterogeneo movimento di opinione - per nulla scientifico, ma molto attendibile - ho pensato che Michele avrebbe vinto davvero. 

La prima dote di Michele Bravi è un carisma quasi impalpabile ma magico, qualcosa che sta nell’aria, un’aura, una cifra che vive tra il suo sguardo e il suo sorriso, rendendo possibili le cose: sono queste le eterne, seducenti e affascinanti stigmate del “Bravo ragazzo”. Ma oggi, se si può dare un senso alla vittoria di X Factor, bisogna aggiungere che, nell’Italia dei forconi e del caos, Michele Bravi è diventato anche qualcosa di più: risponde a un bisogno di senso di questo tempo. Ho iniziato a scambiare opinioni sulla futura vittoria di Michele, a coltivare questa certezza fideistica, quindi a tifare, dopo aver intercettato per puro caso, di notte, la puntata in cui lui se ne usciva da un ipertecnologico uovo con il suo sorriso leggiadro, i suoi capelli sagomati ad onda come un personaggio di Tim Burton, e si è messo a cantare con voce roca e ipnotica Mad World dei Tears for Fears. 

In un talent fondato sulle canzoni, Mad World è stato una tappa fondamentale nel processo di scrittura e autoscrittura di un personaggio: sonorità dolenti, gotiche e romantiche, look da Peter Pan malinconico, voce nera in un arrangiamento che non a caso è stato reso famoso da un film di culto come Donnie Darko. Ma una volta disegnata questa cornice, Michele ci ha messo il suo: nel tempo dei cattivi maestri, infatti, Michele è un alunno d’oro, un discepolo perfetto. Nel tempo del caos Michele è una sicurezza rassicurante, anche sul piano subliminale. Nel tempo del grande disordine Michele e la sua vittoria ci dicono che la pedagogia non è un sentimento arcaico, ma un valore che torna bene rifugio

La fastosa e variopinta giuria di XFactor è l’altro cardine di questo percorso: i costumi di Morgan, i parrucchi sempre nuovi di Elio, il nuovo look di Simona Ventura e le giacché metrosexual rosa di Mica. Due ex scavezzacollo che si redimono e due mainstreamer che diventano fratelli maggiori: il vero plot imperdibile del programma è il momento in cui i giudici scolpiscono con i loro giudizi l'apologia del Predestinato. È una giuria che giudica e che viene giudicata, secondo il canone del modello meritocratico anglosassone. 

Quando era davanti alla giuria, Michele veniva raccontato e trasfigurato nella molteplicità dell’elogio: Morgan era il suo demiurgo, la Ventura la sua Madonna laica, Mica il suo sotterraneo platonico spasimante («Sei buono come una lasagna che non si capisce cosa ha dentro ma è buonissima»), Elio era il burbero controtendenza che cedeva all’onda del consenso certificando la possibile vittoria del bene. Il talent neo-pedagogico genialmente reinventato da X Factor è figlio (inconsapevole?) del maestro Manzi che faceva pensare agli italiani di poter migliorare insieme a lui, imparando. Incontra questo bisogno collettivo, che nel tempo del del grande disordine è insieme bisogno di giovinezza, di educazione e di speranza. Michele riesce a incarnare tutte e tre le cose. Non sarà una meteora, è il primo vero erede di Gianni Morandi: l’Italia può produrre un vero bravo ragazzo ogni mezzo secolo.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook