22 Dicembre Dic 2013 1045 22 dicembre 2013

Ma dove vai, Molière in bicicletta?

Il Misantropo al cinema

Moliere Bicicletta

Ma dove vai, Molière in bicicletta? Attraversi con leggerezza le nevrosi atrabiliari di un tuo interprete, uno che ha fatto della misantropia il proprio stato civile; tagli l'aria dispensando endecasillabi alessandrini tra spiagge ed acquitrini; arrivi leggero, come in una pedalata in pianura, a dirci che il mondo sì, può pure cambiare, ma gli uomini no, gli uomini mai.

Satira amara contro le ipocrisie sociali che regolano l'ascensore del successo e della caduta, Il Misantropo diventa sul grande schermo, nella versione di Philippe Le Guay campione d'incassi in Francia, una riflessione sul mestiere dell'attore, sul suo rapporto con il pubblico, su quanto la popolarità possa essere una falsa spia di bravura e pertanto meritevole di distacco sdegnato invece che di corteggiamento. Insomma l'Alceste immaginato da Molière, nelle sembianze di Fabrice Luchini che lo interpreta in una reincarnazione contemporanea, agisce come una irriducibile opposizione al sistema dello spettacolo che è un deposito più di ambizioni che di talento.

Succede che un giorno sull’Île de Ré capiti Gauthier (interpretato da un assai convincente Lambert Wilson), attore di successo in una serie tv piuttosto inguardabile, il quale è venuto a proporre al suo vecchio amico Serge (Luchini) di portare in scena Il Misantropo. Serge non ha molta voglia di interrompere la sua lunga assenza dalla scena, si è abituato alla stasi della monotonia, quando non della depressione. Ma le lusinghe di Gauthier, il suo slancio sincero verso l'impresa, smuovono qualcosa in lui. C'è di mezzo anche una donna, un'italiana da poco divorziata (la brava Maya Sansa), che sembra dare una scossa anche sentimentale alla piattezza di Serge. Ma Serge incarna fino in fondo la sua altèra relazione col mondo, inscalfibile nella sua convinzione di superiorità: che peraltro risponde al vero, ma lo trascina - come nella commedia di Molière - in un finale amarissimo (amarissimo non solo per lui).

Il gioco d'attori del film è insuperabile. Luchini, giustamente considerato come uno dei massimi attori europei contemporanei, costruisce sugli spigoli e le acidità del suo Serge, che vive in una casa troppo grande troppo fredda e troppo puzzolente di fogna, il ritratto di un sincero avversario del mondo. Gli fa da immagine speculare Gauthier: più bello di lui, più affascinante, più di successo, più tutto per essere davvero un autentico Alceste (e infatti l'ambizione di voler esser protagonista a tutti i costi la pagherà assai cara). Serge e Gauthier non hanno ruoli contrapposti, ma sono le due metà complementari e confidenziali del medesimo fallimento: con grande intelligenza la sceneggiatura non assegna ai due le parti degli avversari del Misantropo, Alceste e Oronte, ma dei due amici, Alceste e Filinto.

Il film ha un bel sapore di autobiografia. Scritto da Le Guay e Luchini proprio sulla figura di quest'ultimo che un giorno, nella preparazione per Le donne del sesto piano, proprio sull’Île de Ré dove abitualmente si ritira, proprio pedalando, essendo proprio un autentico misantropo, cominciò a declamare l'opera di Molière: tutta intera, parte per parte! Di lì è venuto fuori questo bell'omaggio all'arte della recitazione. Un omaggio che non vive di teatralità e retorica, ma di mezze misure, tra il dolce e ancor più l'amaro. Curioso come, al pari della strepitosa Venere in pelliccia del grande Roman Polanski, il cinema francese ricorra alla semplicità profonda del teatro per sondare il nucleo misterioso delle passioni e delle forze psicologiche che animano la nostra vita, al di sopra di tutti i nostri calcoli.

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