2 Gennaio Gen 2014 2000 02 gennaio 2014

“Meglio Putin!” Quando l’Europa non piace più

Ex blocco sovietico e miti infranti

Ucraina Europa

Quelle baltiche sono state sempre un passo avanti alle altre. Il paragone è con le vecchie repubbliche sovietiche che dal 1991, anno della dissoluzione dell’Urss, sono diventate indipendenti e hanno intrapreso un corso lontano dall’orbita di Mosca. Essenzialmente per questioni geografiche e storiche, Estonia, Lettonia e Lituania sono state le prime a emanciparsi veramente dalla Russia. Già dal 2004 sono entrate nell’Unione Europea e nella Nato. Tallin è diventata nel 2011 la prima capitale ex sovietica a introdurre l’Euro, seguita dal 1° gennaio 2014 da Riga. Vilnius lo farà nel 2015. L’inglobamento nell’architettura politico-economica e militare occidentale è avvenuto per i tre piccoli stati baltici in tempi molto rapidi, grazie anche alla reciprocità delle intenzioni, dove accanto alla volontà di Bruxelles e Washington di cooptare i satelliti dell’ex Urss vi è stato da parte di questi ultimi il desiderio di dare un taglio più o meno definitivo alle ombre del passato. Diverso è invece il discorso per gli altri undici paesi che, oltre alla Russia, sono nati dalle ceneri dell’Impero comunista.

L’Unione Europea ha avviato dal 2004 il programma di Enp (European neighbourhood policy) nel quale sono state coinvolte le repubbliche dell’Europa orientale (Bielorussia, Ucraina, Moldavia) e quelle del Caucaso (Armenia, Azerbaigian e Georgia). Per i rapporti con le cinque dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzebkistan) nel 2007 è partita la Eu-Central Asia strategy, un progetto di rafforzamento delle relazioni che però non si è istituzionalizzato ulteriormente. Detto in altre parole, è finito nel nulla. La Enp è invece confluita nel 2009 nella Eastern partnership (il Parternariato orientale), con l’obiettivo di accelerare il processo di avvicinamento all’Europa dei suddetti stati. A quasi cinque anni dalla sua fondazione, il Partenariato orientale - che doveva essere lo strumento di punta nella politica di vicinato di Bruxelles per attirare a sé i paesi ancora in cerca di una propria identità e soprattutto di un equilibrio tra Est e Ovest - è da considerarsi un buco nell’acqua.

Lo scopo di rendere attraente l’Europa per le repubbliche ex sovietiche non è stato raggiunto. Anzi: Bielorussia, Ucraina e Armenia sono più lontane oggi da Bruxelles di quanto non lo fossero un lustro fa e si sono ancorate di nuovo alla Russia. Con l’Azerbaigian i rapporti sono buoni, ma Baku è comunque lontana dal prendere la via per l’Europa e preferisce una diplomatica equidistanza dai grandi attori della geopolitica, da Mosca a Washington passando appunto per Bruxelles. Su Moldavia e Georgia, che al recente vertice di Vilnius hanno fatto piccoli passi in avanti rafforzando i rispettivi accordi di associazione che potrebbero essere firmati il prossimo anno, pesa ancora l’ombra di Mosca. Il recente esempio dell’Ucraina, con i patti economici siglati dal presidente Victor Yanukovich e Vladimir Putin - arrivati dopo la mancata intesa sull’Accordo di associazione tra Kiev e Bruxelles al summit del Partenariato orientale in Lituania - mostra che le capovolte sono sempre possibili.

In realtà il caso di Chisinau e Tbilisi, è diverso da quello di Kiev. Le prime sono capitali di Paesi piccoli e poveri con una storia da sempre legata all’Occidente, e per i quali l’inserimento nella cornice di Bruxelles sarebbe quasi un ritorno a casa. Kiev, invece, possiede negli equilibri continentali un peso ben superiore. Se Putin non ha voluto mollare l’Ucraina (e qualcuno in Europa ha certamente tirato un respiro di sollievo per la paura di dover pagare un conto troppo salato), Moldavia e Georgia non fanno la differenza, né da una parte, né dall’altra.

In definitiva le ragioni per cui da Minsk a Kiev l’Europa fa poca breccia ed è Mosca ad avere riguadagnato terreno sono presto dette. Da un lato le élite politiche ed economiche delle repubbliche ex sovietiche seguono una strategia limitata al breve periodo ed essenzialmente destinata alla propria sopravvivenza. Alexander Lukashenko e Victor Yanukovich hanno trovato in Vladimir Putin un partner generoso e interessato a offrire appoggio finanziario e politico per evitare lo spostamento del baricentro geopolitico verso Ovest. Il progetto dell’Unione Euroasiatica, che sotto la guida di Mosca partirà nel 2015 con Bielorussia e Kazakistan e di cui l’Ucraina dovrebbe essere un ingranaggio fondamentale, è al momento più interessante delle prospettive che offre Bruxelles. Dall’altro lato, appunto, le offerte dell’Europa non sono state mai allettanti e la linea spesso zigzagante tenuta dall’Unione, dove le diverse voci non sono mai veramente riuscite ad accordarsi (come ad esempio nel caso di Yulia Tymoshenko) ha recato alla Eastern partnership più danni che benefici. Tra Ue e i maggiori paesi dell’ex Urss è cominciato insomma un inverno destinato a durare ancora a lungo.

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