5 Gennaio Gen 2014 0830 05 gennaio 2014

Sarà la fine della City?

Londra e il demone delle tasse

City 1

Se ne discute da mesi. La bolla immobiliare a Londra si gonfia al ritmo del 10% all’anno. Meno per gli immobili delle altre città inglesi che però si attestano su percentuali tra 5 e 7 punti di media. Si arriva anche al 22 in alcuni quartieri della capitale su cui sono piovuti petrodollari o gasrubli in grande quantità. Il costo medio di una abitazione è salito così a 180mila sterline per via della spinta delle nuove costruzioni, come lo Shard (finanziato dal Qatar), dove un appartamento costa fino a 50 milioni di pound. Nel 2015 si voterà. E il governo deve trovare il modo di sgonfiare la bolla. 

Il cancelliere dello scacchiere ha annunciato una tassa sull’aumento di capitale immobiliare da applicare solo agli stranieri e non per la prima casa. Facilmente sarà il 7% su valori superiori ai due milioni. Dall’altra parte, ovvero sul fronte dei residenti, si discute su una bedroom tax. L’imposta che prende il nome dalla camera da letto rivolta a tutti i trilocali del Regno Unito. La tassa prevede una perdita del 14% del sussidio d’alloggio per chi ha una stanza da letto in più, e del 25% per chi ha due stanze da letto inutilizzate. Più gettito? Non è detto.

Una delle conseguenze infatti potrebbe essere la demolizione di una parte di quelli sfitti. Nel caso in cui i proprietari non siano in grado di sostenerne gli oneri. I laburisti ne chiedono infatti l’abrogazione. In ogni caso un report di Policy Exchange ha calcolato che con tali interventi le tasse sulle abitazioni raggiungerebbero il 4,1% del Pil inglese. Oltre il doppio della media Ocse. Tanto per capirsi, il Canada, Paese tra i più onerosi in termini immobiliari, non consente che le imposte sulla casa superino il 3,5% del Pil. Negli Usa siamo al 3%, in Giappone 2,8 e in Germania solo lo 0,9%.

La discussione ha già fatto alzare le antenne di tutti gli investitori esteri. PricewaterhouseCoopers ha sentenziato che la prospettiva di una imposta sugli utili realizzati da proprietari di casa “overseas”  potrebbe scoraggiare gli investimenti esteri nel mercato immobiliare nel centro di Londra. Fin qui nulla di eclatante. Ros Rowe, partner di PricewaterhouseCoopers intervistato dal quotidiano britannico Telegraph ha però fatto un passo in avanti e lanciato un messaggio molto chiaro. Ha spiegato che molti clienti si sentono tacciati da elusori, mentre «queste persone sono orgogliose di aver investito sul mattone londinese con l’obiettivo di creare welfare per i propri figli e le generazioni future». In sintesi, «il messaggio che sta dando il governo inglese», si legge nell’intervista, «è incertezza su quanto in futuro Londra possa essere aperta ai capitali esteri».

Arabi, russi, e altri investitori asiatici secondo alcune stime generano ogni anno 83 miliardi di pound di entrate per lo Stato. Farli scappare sarebbe un dramma e pure un cambiamento di filosofia tremendo per un Paese che ha generato Margaret Thatcher. Che ha creato con la propria capacità attrattiva le isole del Canale e numerose piazze offshore sotto il sole dei Caraibi. Facendo della City la più grande impresa nazionale.

Non a caso nel 2000 durante uno dei soliti meeting lacustri di Ambrosetti, Giulio Tremonti ebbe a dire: «Sono assolutamente d'accordo con la necessità di lottare contro i paradisi fiscali, ma il grande problema è la City di Londra: secondo gli inglesi, e secondo una gran parte della finanza, la City londinese dovrebbe mantenere la sua indipendenza e autonomia e non standardizzarsi con le ritenute, secondo gli altri europei Londra deve invece uniformarsi». Tredici anni dopo, in vista del G20 di San Pietroburgo il ministro delle Finanze inglese rivolto ai paradisi fiscali e agli evasori che vi albergano ha esclamato: «Verremo a prendervi ovunque». Nemmeno Tremonti avrebbe potuto immaginare una tale svolta. Tanto drastica quanto pericolosa per l’intera economia Uk.

Il ministro delle finanze nella sua dichiarazione bellicosa ha omesso un piccolo particolare. Nelle isole del canale fino al 2007 erano allocati circa 800 miliardi di sterline. Dopo la forte crisi post Lehman e l’attacco al segreto bancario, gli asset si sono ridotti circa di un terzo. I migliori clienti di Jersey restano società e privati Ue e del Medioriente. Molti dei quali vivono a Londra e optano per la scelta di non-domicilio fiscale. Per questo Londra non ha mai applicato gli accordi di scambio d’informazioni con le isole se non per procedimenti penali. Degli 800 miliardi di asset metà erano investiti nella City. Ora ne restano 200.

Se scappassero anche quelli che succederebbe? Altro che bolla immobiliare. I problemi sarebbero ben più strutturali. A onor del vero Londra si sta muovendo alla ricerca di paracadute, ma non sarà semplice. Per esempio il tentativo di trasformare la City in un importante mercato offshore di trading per la moneta cinese, lo yuan, è uno di questi tentativi. «Entrambe le parti», ha scritto l’agenzia Xinhua riferendosi a Cina e Uk, «hanno accolto con favore la forte crescita dei mercati di RMB di Londra, rendendo la capitale al centro RMB più attivi del mondo di fuori dalla Cina».

Non solo. Londra ha avviato partnership con il Kenya per creare una nuova piazza offshore e da anni sta cercando di far crescere quella di Mosca. Il rischio però è l’ambiguità. Da un lato si vuole condannare i sistemi loophole di Google, si punta a catturare le "tasse" delle multinazionali tech americane che nel 2012 hanno pagato cumulativamente solo 54 milioni di sterline di imposte sui redditi d'impresa rispetto a ricavi per 15 miliardi di dollari, adabbattere la finanza offshore e a tassare gli investimenti degli stranieri non residenti (dal prossimo aprile il governo vorrebbe anche prevedere una tassazione Uk anche per gli imponibili guadagnati all’estero da parte dei cittadini non residenti, andando a rompere una tradizione ultra decennale); dall’altro lato si vuole dare nuovo slancio alla City. Sembra in realtà più una strategia europeista o peggio italiana che un modello inglese. Speriamo che David Cameron capisca che essere né carne né pesce non ha mai attratto capitali stranieri o generato gettito, se non al massimo nel brevissimo periodo. Speriamo. Thatcher save the Uk.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook