13 Gennaio Gen 2014 1700 13 gennaio 2014

La Danimarca è il Paese più felice del mondo

Reportage

Trivial Dependence 0

COPENAGHEN – La Danimarca è il posto più felice della Terra. O almeno così sostiene il World Happiness Report 2013. Alla stessa conclusione era già arrivato, nel 2006, Adrian White, psicologo dell’Università di Leicester: nella sua «Mappa mondiale della felicità» la Danimarca non conosceva rivali. Mentre ne conosce pochi nel Better Life Index dell’OCSE: ha un eccellente piazzamento nella graduatoria complessiva, ed è prima per «equilibrio vita-lavoro», e quinta per «soddisfazione di vita».

La classifica del World Happiness Report 2013

Ben diversi, purtroppo, i risultati del nostro Paese. Nel World Happiness Report l’Italia è quarantacinquesima, tra Slovenia e Slovacchia. E nel Better Life Index arranca; lontana non solo dalle nazioni nordiche e anglosassoni in testa, ma dietro a Germania, Francia, Spagna, Giappone e persino Repubblica Ceca. Un risultato deprimente, per la terra del sole, dell’arte e del buon cibo. Quasi avessimo disimparato a viver bene.

Percorrendo (in una soleggiata mattina di luglio) le strade di Copenaghen, si ha una sensazione insolita ma piacevole: vedere una società serena, in pace con se stessa. È tutto un susseguirsi di genitori a spasso con i biondi pargoli, giovani coppie, ciclisti (i veri padroni della città, assieme ai gabbiani). Le statistiche sembrano rispecchiare questo scorcio. Il 18% dei danesi ha meno di 15 anni, uno dei migliori dati d’Europa; superiore alla media europea è anche il tasso di fecondità femminile, che sfiora i due figli per donna; e sembra che la Danimarca sia seconda al mondo pure per uso della bicicletta (tanto da aprire autostrade riservate alle due ruote, come quella inaugurata nel 2012 tra Copenaghen e il vicino comune di Albertslund). 

Per l’ambasciatore danese a Roma, Birger Riis-Jørgensen: «la nostra è una società di uguali opportunità e fiducia reciproca. Da noi c’è un forte equilibrio sociale e un uguale accesso a sanità, assistenza e istruzione. La maggioranza delle donne e degli uomini danesi partecipa al mercato del lavoro sulla base delle proprie competenze, e il merito è il criterio fondamentale nell’occupazione. In Danimarca la differenza tra chi ha più e chi ha meno è minore rispetto a molti Paesi. Ma resta una sfida garantire che tutti possano davvero godere di queste uguali opportunità».

Nel 2010 il PIL pro capite danese ha toccato i 56mila dollari, contro i 34mila italiani. Si tratta di una ricchezza davvero ben distribuita: la Danimarca è tra le nazioni più egualitarie del pianeta, tanto da risultare settima nell’indice di sviluppo umano corretto per la diseguaglianza. Ed è all’ottavo posto nel Global Gender Gap Index, che misura le disparità tra i due sessi, mentre l’Italia al settantunesimo. Insomma, è difficile lamentarsi, quando si è sudditi di Sua Maestà Margherita II, che regna (ma non governa) dal 1972.

A parere dell’ambasciatore Riis-Jørgensen, «il motivo per cui le indagini internazionali identificano la Danimarca come uno dei Paesi più felici è la grande quantità di fiducia che c’è nella società danese: tra le persone, nei confronti della pubblica amministrazione, degli imprenditori, dei politici. La mia impressione coincide con queste indagini. Ovviamente, ci sono danesi che hanno difficoltà a trovare lavoro in questi anni di crisi internazionale, o ad arrivare a fine del mese. E naturalmente anche da noi si può essere infelici per questo o quel motivo. Ma in generale, i danesi restano soddisfatti della loro vita».

Certo, quella della felicità è una faccenda delicata, e privatissima. Si può essere felici anche campando in uno slum (Dominique Lapierre e Gregory David Roberts insegnano). E si può affogare nella disperazione pur vivendo nella più ricca delle nazioni. I detrattori del modello scandinavo, per esempio, sono soliti citare presunte statistiche sul record dei suicidi a queste latitudini. In realtà il tasso di suicidi in Danimarca è inferiore a quello di nazioni più meridionali (e notoriamente gaudenti) come la Francia della joie de vivre e l’Austria felix.

«Prima di tutto bisogna capire che cosa si intende per felicità – precisa il professor Kaare Christensen, docente di biostatistica, biodemografia ed epidemiologia all’Università della Danimarca Meridionale. – Non è facile occuparsi di un aspetto così personale». Nel 2006 Christensen ha pubblicato con due colleghi, sull’autorevole British Medical Journal, un articolo tra il serio e il faceto intitolato « Why Danes are smug: comparative study of life satisfaction in the European Union». Secondo l’articolo, poi ripreso anche dal New York Times, il mistero della loro felicità nascerebbe dal fatto che «i danesi hanno sempre aspettative basse, e indubbiamente realistiche, circa il futuro».

Sentito da Linkiesta, Christensen evidenzia come la grande fiducia verso la classe dirigente locale, la diffusa uguaglianza economica e le basse aspettative fanno sentire i danesi, se non più felici, almeno piuttosto soddisfatti della loro vita.«Gli americani, ma anche gli italiani, sono assai più ambiziosi di noi danesi – spiega – Voi italiani avete un clima fantastico, una terra splendida… Noi danesi, invece, abbiamo ricevuto in sorte delle brutte carte, che forse abbiamo saputo giocare bene».

Chi si accontenta gode, insomma. Christensen si esprime con understatement tutto danese. Familiare a chiunque abbia visto una puntata di «Borgen», la serie tv che svela i retroscena della politica danese. O letto uno dei romanzi di Anders Bodelsen, graffiante castigatore della classe media danese. In Italia Bodelsen è pubblicato dall’editore milanese Iperborea, specializzato in letteratura del Nord Europa. E proprio alla direttrice di Iperborea, Emilia Lodigiani, Linkiesta ha chiesto lumi sulla Danimarca terra della felicità.

«I danesi amano apparire come una piccola oasi felice in Europa. Tutto funziona benissimo, in particolare le infrastrutture pubbliche, e questo è di per sé un motivo di soddisfazione – spiega – Quando un italiano arriva in Danimarca, si accorge subito di ciò, basta che metta piede in aeroporto». In effetti l’aeroporto di Copenaghen/Kastrup riesce a far colpo sul viaggiatore. Funzionale ed elegante, è il più importante hub della regione nordico-baltica. Sulle sue piste si vedono aerei della SAS, della Finnair, della Norwegian, della Icelandair… Tuttavia ha poco a che spartire con il caos frenetico di molti aeroporti europei. Non a caso nell’ultimo decennio è stato votato otto volte come il più efficiente aeroporto d’Europa dall’Air Transport Research Society.
Chi sbarca al Kastrup è accolto da un cartellone che recita «Welcome to the green city». Ed è vero, Copenaghen è una città verde. Lo si capisce visitando i suoi parchi, curatissimi. Ad esempio il Kongens Have (giardino del re), che circonda il Castello di Rosenborg ed è una delle mete preferite dai cittadini in cerca di quiete. Atmosfera rilassante anche sulle rive dei Søerne, i laghi artificiali nella parte ovest della città: seduti su una panchina, tra crocchi di ragazze che si godono gli ultimi sprazzi di sole e immigrati dall’aria malinconica, si vedono anatre e gabbiani planare sull’acqua, mentre i passeri si affollano intorno a chi mangiucchia qualcosa.


Foto Flickr  sramses177

Scelta da Bruxelles come Capitale verde europea del 2014, Copenaghen fa sul serio quanto a tutela dell’ambiente, nonostante il mezzo milione e passa di abitanti (che raddoppia se si considera l’intera area urbana). La città vuole essere a «emissioni zero» entro il 2025. Un obiettivo ancora lontano. Tuttavia sono già stati raggiunti risultati positivi. Il 98% delle case è collegato al teleriscaldamento, e oltre il 35% delle persone raggiunge il luogo di lavoro o studio in bici. Ancora, si è lottato contro gli sprechi di acqua, e si è promosso l’uso di veicoli elettrici. E nella battaglia per la difesa della natura tutto è lecito. Anche ricorrere a greggi di pecore per tagliare i prati: un metodo molto più ecologico (e simpatico) dei comuni tosaerba.

Se Copenaghen è ambiziosa, il resto della nazione non è da meno. Lo conferma a Linkiesta Finn Mortensen: «Il Parlamento ha votato a larga maggioranza un piano che ci renderà indipendenti dai combustibili fossili entro il 2050; per quella data la Danimarca conterà solo sulle energie rinnovabili». Mortensen è direttore esecutivo di State of Green, partnership pubblico-privata che promuove la Danimarca e le sue tecnologie verdi. Il motto di State of Green, Join the future. Think Denmark, la dice lunga sulla capacità tutta danese di coniugare idealismo, business e orgoglio patriottico.

Mortensen, che definisce realistico il piano del Parlamento, sottolinea come «già oggi il 30% di tutta l’energia elettrica consumata sia generata dal vento». Non è difficile credergli. La Danimarca, terra di esasperante orizzontalità paesaggistica, è piena di pale eoliche. Che svettano sul piattume generale come inquietanti gru stilizzate. Forse potrebbero non piacere a certi cultori nostrani dell’estetica, ma i pragmatici danesi vedono in esse una tecnologia indispensabile per liberarsi dalla tirannia di gas e petrolio.

L’eolico però non fa bene solo all’ambiente. Anche all’economia. «Nel 2012 quest’industria ha rappresentato il 4,2% delle esportazioni totali danesi. La vendita all’estero di servizi e prodotti collegati all’energia eolica ha raggiunto approssimativamente i 7 miliardi di euro nel 2012. – spiega a Linkiesta Jan Hylleberg, amministratore delegato dell’Associazione dell’industria eolica danese – Sempre nello stesso anno, l’industria eolica, da sola, ha dato lavoro direttamente o indirettamente a più di trentamila persone».

La scelta danese di puntare sull’eolico non frutto di improvvisazione. Si basa invece su un vasto consenso consolidatosi nei decenni. «Il sostegno pubblico e politico all’energia eolica ha una storia lunga più di trent’anni, iniziata con le crisi petrolifere del 1973-1974 e del 1979. Tali crisi ebbero conseguenze politiche che portarono alla decisione di concentrarsi sul vento. – dice Hylleberg – La Danimarca è stata la prima nazione a installare turbine eoliche su vasta scala sulla terraferma alla fine degli anni Settanta, nonché la prima a costruire un impianto in mare aperto nel 1991».

Foto Flickr Jim Nix \ Nomadic Porsuits

In una nazione dove il 13% della popolazione considera il clima e l’ambiente la priorità politica numero uno, si sente parlare spesso di eco-innovazione. E azienda eco-innovativa per eccellenza è la Vestas. Una multinazionale nata nel ventoso Jutland, e che negli anni ha installato quasi 50mila turbine in una settantina di Paesi.

È anche grazie ad aziende come Vestas se la Danimarca si è aggiudicata, pochi giorni fa, il Gift to the Earth (dono alla Terra). Si tratta del premio più significativo assegnato dal WWF ad aziende, governi e altre organizzazioni. A detta del direttore generale internazionale del WWF, Jim Leape, «la Danimarca dimostra che è possibile sviluppare una società sostenibile e allo stesso tempo assicurare crescita economica e welfare.»

Crescita economica relativa, in realtà. Secondo le stime del FMI, quest’anno il tasso di incremento del PIL danese sarà pari a zero. Nel 2014 le cose dovrebbero andare un po’ meglio, con una crescita dell’1,2%. Come conferma a Linkiesta un trentenne napoletano che possiede un ristorante nel centro di Copenaghen, «un tempo i danesi spendevano alla grande, oggi invece stanno attenti a non strafare. C’è un po’ di crisi, ma comunque si sta meglio che in Italia. Qui scuola e sanità funzionano in un modo che noi nemmeno ci immaginiamo».

Secondo Torben M. Andersen, professore del dipartimento di economia presso l’Università di Aarhus, «l’economia danese sta ancora lottando per superare le conseguenze della crisi finanziaria, ma ci sono segnali di miglioramento. In una prospettiva comparatistica si può dire che la disoccupazione è relativamente bassa, e le finanze pubbliche sotto controllo; nel complesso, quindi, le condizioni dell’economia non sono poi così cattive».

Girando per Copenaghen le parole di Andersen trovano conferma. Danesi e turisti affollano i negozi, e persino in un supermercato di lusso come Irma bisogna fare la fila alle casse. Agli angoli delle strade studenti universitari vendono bottigliette d’acqua a circa un euro e trenta; uno di loro, un diciannovenne sveglio che studia economia aziendale all’Università di Copenaghen e si chiama Niels, spiega: «Il lavoro qui da noi c’è, anche per chi non ha una specializzazione. Però bisogna sapersi accontentare».

E sembra proprio che i ragazzi danesi ne siano capaci. Di certo non sono troppo selettivi, o «choosy», per citare l’ex ministro italiano Elsa Fornero. Caroline, per esempio, ha diciotto anni, e viene da un sobborgo di Copenaghen. Nella vita, racconta a Linkiesta in un inglese quasi perfetto, si è sempre data da fare: «Ho iniziato a lavorare a 13 anni, prima come baby-sitter, ora come cassiera in un negozio. Quando le vacanze estive finiranno comincerò a lavorare come supplente in una scuola elementare, per guadagnare abbastanza da poter affittare un appartamento tutto mio».


Foto Flickr Zanthia

Storie come quella di Caroline sono la regola, qui. Bisogna però sottolineare un punto importante: è vero che i giovani danesi sono pronti a rimboccarsi le maniche e a fare di tutto (quanti sono gli studenti del nostro liceo classico che passerebbero l’estate vendendo acqua ai passanti?); ricevono però una paga decente, e non sono oggetto di quella supponenza, blanda ma fastidiosa, che per anni tantissimi italiani hanno riservato a chiunque svolgesse un lavoro umile. «Non importa se fai il manager o vendi bottigliette d’acqua. – sottolinea a Linkiesta Niels (che sogna di guidare una grande azienda) – L’importante è lavorare, e tutti i tipi di lavoro meritano rispetto». Secondo lo studente, che nel 2012 ha passato alcune settimane sul lago di Garda, noi italiani saremmo «ossessionati dal look, dai bei vestiti di marca. Le vostre discoteche sembrano sfilate di moda, mentre a noi ragazzi danesi interessa toglierci i vestiti, più che sfoggiarli…».

Ad agosto il tasso di disoccupazione danese era del 6,6 per cento. Una bella differenza con il 10,9% della media europea e il 12% tondo dell’eurozona (o il 12,2% italiano, o il 26,2% spagnolo). Quanto alla disoccupazione giovanile, sempre ad agosto il tasso danese era pari all’11,5%, contro il 23,3% dell’Unione europea, il 40,1% dell’Italia e il 56% della Spagna. Statistiche come queste aiutano a capire perché dietro i banconi dei negozi di souvenir dello Strøget si trovino così tante ragazze portoghesi, lituane o greche. E perché i ciclo-risciò con cui i turisti scorrazzano per il centro abbiano come conducenti soprattutto giovani spagnoli, polacchi e ungheresi. Uno di questi è Miguel, che ha 24 anni e viene da Cadice, in Spagna. «Voglio studiare e cercare di costruirmi un futuro. In Spagna non ho un futuro, mentre qui non soltanto l’università è buona e gratuita, ma ci sono tante opportunità di lavoro». Miguel ammette che pedalare per i turisti è faticoso, ma a guadagnarci non sono unicamente i suoi polpacci, che mostra con un certo orgoglio. «Grazie a questo lavoro metto dei soldi da parte, esploro la città e in più miglioro il mio inglese. Posso forse dire di essere felice della mia condizione in Danimarca».

Foto Flickr wili_hybrid

Laura usa parole dure. Romana, due lauree, vive in Danimarca da un po’ di tempo. «All’apparenza i danesi vivono felici, ma in realtà sono un popolo di automi. L’individualità è soppressa a discapito del gruppo, tutto è programmato nei minimi dettagli, e guai a uscire dagli schemi. Dietro un’apparente cordialità la gente è spesso triste, anaffettiva, pigra e viziata. È educata sin dall’asilo al rispetto delle regole e alla cieca obbedienza, senza che venga sviluppato alcuno spirito critico». I danesi, fa notare Laura, sembrano «completamente incapaci di divertirsi senza bere, e nei weekend tutto è consentito. Ognuno lascia uscire fuori l’animale che è dentro di sé, tenuto a bada tutta la settimana, e l’inciviltà regna sovrana». Non ha tutti i torti: alle due del mattino di un venerdì peraltro tranquillo, il centro storico di Copenaghen ricorda a tratti la parodia di un girone dantesco. Ragazzi ubriachi che urlano a squarciagola, ragazze incapaci di reggersi in piedi, gente che urina o vomita, frotte di gabbiani impegnati a contendersi gli avanzi di cibo per terra. Uno spettacolo non edificante, ma comune anche in altre città; le strade però rimangono sicure, e una diciottenne può passeggiare a tarda notte senza dover temere granché. In Danimarca Laura non è molto felice: al pari del clima, i danesi «sono noiosi e tolgono energia». Più sfumato il giudizio di Adriana. «Io qui vivo bene. E sono anche una persona con un proprio equilibrio. La mia felicità non dipende dal fatto di vivere in Danimarca, è più una questione di come ci si trova con se stessi. Anche se certo fattori esterni come il posto in cui si vive possono avere un peso».

Chi pensa che la Danimarca sia un paradiso sbaglia. I suoi cittadini sono esseri umani, con vizi e difetti. Ed è comprensibile accogliere con scetticismo le statistiche che elevano questa piatta propaggine di continente europeo «a nazione più felice della Terra». Però è vero: lo sforzo collettivo di semplificare (e forse anche migliorare) la vita di ciascuno è palpabile. Lo si capisce alla stazione centrale di Copenaghen, dove il personale che assiste i turisti è poliglotta e gentilissimo. Sui treni, dove ci sono vagoni riservati al silenzio, per consentire ai pendolari di riposare meglio. Si tratta di piccole cose. Ma pure queste contano, nella vita«Di tanto in tanto sono felice» dice con semplicità Josefine Klougart. 28 anni, originaria dello Jutland, vive a Copenaghen. Di mestiere fa la scrittrice, in patria i suoi romanzi hanno avuto grande successo. A Linkiesta rivela che è felice «la mattina, andando in piscina. Lo sono stata oggi, quando ho mandato in stampa il mio nuovo libro». E forse il segreto per la felicità è proprio fare un lavoro che si ama. O sapersi accontentare dei piccoli piaceri della vita. O magari essere consapevoli della fortuna di nascere in un posto dove c’è cibo e acqua pulita per tutti.

«In Danimarca sono tutti ossessionati da questa storia della felicità – sbotta Khodor, che è arabo e fa il rigattiere. Dice di avere circa quarant’anni, ma ha la pelle segnata di un ottantenne. Dovrebbe essere felice, ha appena venduto una spilla a una bella turista svedese, che se ne esce dal suo negozio tutta contenta. E invece non nasconde il suo pessimismo – Pure in Germania tutti si preoccupano di essere felici, in Svezia è lo stesso. È un problema di voi europei. In Egitto, in Irak, in Libano queste preoccupazioni non ci sono. Lì bisogna sopravvivere». La ricerca della felicità, insomma, è un lusso da ricchi.

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