16 Gennaio Gen 2014 1515 16 gennaio 2014

Che ne sarà del giornalismo italiano nel 2014?

giornalismo 2014

Giornali Italia

Come ogni crisi che si rispetti, anche quella che ha investito il mondo del giornalismo sta generando, come reazione, un fervore inedito che sta portando la maggior parte dei protagonisti del settore a giocare carte nuove, a innovare, a creare piattaforme nuove, a pensare a come riattivare il circuito pubblicitario, ora in corto. È un normale istinto di sopravvivenza che porterà certamente dei frutti, anche se non sappiamo - non possiamo saperlo - quando, da chi e come arriverà la carta che chiude il punto, ammesso che esista.

In questa grande bolgia in fermento di nuove idee, nuovi progetti e nuove prospettive, l'Italia fa eccezione. Il mondo del giornalismo nel nostro paese, infatti, seppur investito dalla stessa crisi che coinvolge il resto del mondo, non sembra avere molte carte da giocare. Chiariamo, qualcosa si muove anche qui. Alcuni nuovi progetti interessanti stanno per partire o sono appena partiti, ma l'impressione che danno le grandi testate e i grandi gruppi editoriali è la stessa che darebbero dei pachidermi in sovrappeso con zampe sottili come spilli che si trovino a dover affrontare una palude avvolta nella nebbia, di cui non si vede la fine.

La situazione in Italia non è preoccupante, è un po' peggio: i dati di vendita e di distribuzione dei quotidiani cartacei sono in crollo, e lo sono da anni, le raccolte pubblicitarie anche, sia online che offline, i conti economici della quasi totalità dei protagonisti del settore sono in rosso, le due più grandi realtà editoriali (Mondadori e RCS) traballano non poco, l'accesso e l'uso di internet a scopo informativo è attestata a meno della metà della popolazione, il 46,9%, secondo un recente sondaggio Demos&Pi (novembre 2013). Insomma, anche qui in Italia avremmo soltanto da rimboccarci le maniche e inventarci qualcosa per ripartire, ma spesso pare il contrario.

Guardando come si muovono nel resto del mondo non è difficile indentificare qualche idea o direzione ricorrente: ricerca di metodi innovativi e, soprattutto, efficaci, per vendere pubblicità, attenzione al visual e al mobile e creazione di progetti indipendenti di singoli o di piccoli gruppi di giornalisti che si staccano dalle grandi testate. Vediamo da questo punto di vista cosa succede in Italia. 

Pubblicità 3.0, o morte

Iniziamo dal problema più grande e urgente: riattivare la circolazione degli investimenti pubblicitari. Negli Stati Uniti una delle proposte più interessanti da questo punto di vista si chiama native advertising, e altro non è se non l'aggiornamento e l'implementamento di quel che una volta si chiamava contenuto pubbliredazionale. In pratica si tratta di un creare un contenuto narrativo ad alto tasso di viralizzazione che non sia percepito dal lettore come una pubblicità spicciola, bensì come un contenuto realmente capace di coinvolgerli al di là del suo valore pubblicitario. Su contenuti come questi ha cominciato da poco a puntare il New York Times, ma molti altri ci lavorano già, alcuni con ottimi risultati, come Buzzfeed

Le potenzialità del native advertising sono molto ampie, possono avere la forma di un articolo o di un'inchiesta - con l'accortezza di proporre discorsi trasversali e tangenti al marchio - di un'infografica o di un video. Una cosa simile a quella che aveva fatto Maccio Capatonda con la webserie Lavatrici finite male, una serie di cortometraggi sponsorizzati da Calgon.

Questo tipo di contenuto non è certamente aproblematico, e mette in gioco un sacco di questioni di ordine deontologico, soprattutto in un paese bizantino come l'Italia, dove di trasparenza ce n'è ben poca. È così succede che in Italia si continuano a fare un sacco di marchette, di pubblicità mascherate, ma di native-advertising ancora si parla poco. 

Probabilmente, quindi, almeno qui da noi, non sarà l'anno del native advertising, ma potrebbe essere quello dell'adozione del paywall. Su questa strada sembra voler muoversi il Corriere della Sera, che ne parla da un po'. I paywall, insieme a proposte editoriali freemium (parte dei contenuti accessibili gratuitamente, parte a pagamento) potrebbero essere, per qualcuno, una strada da percorrere. Perconalmente nutro molti dubbi in proposito. Se sono strategie che negli States possono funzionare (contate che il potenziale bacino di lettori di un quotidiano americano in lingua inglese è formato da un buon miliardino di persone), qua in Italia, con un pubblico che possiamo stimare in pochi milioni, temo si trasformino soltanto in uno scomodo fastidio per l'esperienza di lettura dei lettori.

Sempre restando in casa Rcs, la strada che prenderà la Gazzetta dello Sport la sapremo nelle prossime ore. Proprio mentre scrivo queste righe, infatti, la dirigenza di Rcs sta illustrando agli investitori pubblicitari quel che ha in mente per il 2014 della Gazzetta. In ballo ci sono alcuni temi interessanti, ma anche uno molto spinoso. C'entrano il nuovo sito, che sarà presentato a fine mese, un restyle del cartaceo, ma soprattutto il contestato affare legato alla partnership con un sito di scommesse, che potrà ben presto concretizzarsi in una piattaforma digitale chiamata Gazza.bet. Il comitato di redazione della Gazzetta, che non vede affatto di buon occhio questa scelta della dirigenza, è in stato di agitazione da giorni, vedremo come andrà a finire.

Contenuti sempre più visual & mobile

Sotto questo punto di vista qualcuno in realtà si è mosso, o ha provato a muoversi. Repubblica, per esempio, tre mesi fa ha rinnovato il sito, migliorandone la resa su dispositivi mobile, ma senza cambiare nulla della struttura (rullo indifferenziato e colonnino destro) e senza proporre niente di realmente innovativo. La mossa migliore in questo caso sembra essere stata quella di Wired.it, che ha recentemente rilasciato una versione del proprio sito molto ben fatta e accativante, completamente pensata per la lettura da dispositivi mobile e che sta dando ottimi risultati in fatto di traffico.

La strategia di Wired è quella del digital-first, una svolta editoriale che ha interessato numerosi editori in giro per il mondo, primo tra tutti il Financial Times, che l'ha annunciata esattamente un anno fa. Il concetto è quello di disimpegnare risorse dal cartaceo e investire molto di più sul digitale e su piattoforme responsive che si adattano ai diversi dispositivi di lettura, dal tablet allo smartphone, una scelta assolutamente ragionevole visti i comportamenti dei lettori, che anche in Italia accedono a internet e si tengono informati sempre di più attraverso smartphone e tablet.  

Il Corriere della Sera pare invece puntare sulla produzione video, e già tra una decina di giorni lancerà una webserie in concomitanza con la giornata della memoria. L'ha realizzata il regista Marco Bechis, si intitola «Il rumore della Memoria. Il viaggio di Vera dalla Shoah ai desaparecidos» e sarà pubblicata online in sei puntate ideate «in una forma narrativa innovativa e crossmediale». Vedremo. Intanto anche la Stampa prova a puntare su prodotti editoriali transmediali, e ha lanciato qualche mese fa una sezione del suo sito chiamata Medialab, che in questi giorni tra l'altro ospiterà il progetto La Stampa Academy, in collaborazione con Google, che punta al data e al visualjournalism. Un progetto da tenere d'occhio.

Nuovi progetti indipendenti

Nel mondo anglosassone una tendenza importante di quest'anno è quella che vede singoli giornalisti o piccoli gruppi, staccarsi dalle testate per le quali lavoravano da anni e creare progetti indipendenti. È il caso di Recode, ma anche del progetto finanziato da Pierre Omidyar, che ha puntato sul ex-giornalista del Guardian Gleen Greenwald, e di molti altri.

Qui in Italia un esempio di questo tipo che sta per partire è Pagina99, finanziato dal'ex Internazionale Emanuele Bevilacqua e dal finanziere Mario Cuccia. Il progetto è interessante, ma anche ardito, soprattutto perché c'entra la carta. La struttura di Pagina99 sarà composta, da quanto leggiamo sul tumblr aperto di recente per prepararne il lancio, di quattro elementi:

a) un sito web che fornirà gli
 aggiornamenti e gli approfondimenti in un nastro continuo, b) un quotidiano cartaceo dal martedì al venerdì con una foliazione agile di 16 pagine, c) un’edizione weekend al sabato di 56/64 pagine d) un’edizione per tablet e smartphone.

Una scommessa sul cui piatto i finanziatori hanno puntato un milione e mezzo di euro, una cifra di tutto rispetto, sicuramente, ma la cui efficacia bisognerà valutare seguendo il destino che attende le pubblicazioni cartacee. La squadra in ogni caso sembra in grado di far bene. E un grande merito ce l'hanno già: avere il coraggio di puntare ancora sulla carta, data per molti per morta, ma che, ci scomettiamo, sarà un elemento importante per la ripresa dell'intero settore.

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