16 Gennaio Gen 2014 1530 16 gennaio 2014

Nonostante i 500 milioni Alitalia è ancora al palo

In attesa di Etihad

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Si è concluso positivamente l’aumento di capitale da 300 milioni di Alitalia, Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno concesso ciascuna 100 milioni di euro di crediti ulteriori, ma il denaro raccolto è servito solo a pagare parte dei debiti pregressi e la linea aerea già chiede pubblicamente altro credito, per non ritrovarsi prima di Pasqua con le casse vuote.

Il piano industriale barzelletta del luglio 2013 nascondeva la situazione disperata, promettendo la sopravvivenza per tre anni con metà del denaro che invece Alitalia ha già ricevuto e dissipato in pochi mesi. Nessuna misura concreta è però mai stata presa da luglio per bloccare le perdite che possiamo valutare, in questo periodo invernale, in almeno un milione di euro al giorno.

Le banche hanno preferito illudersi, spinte anche dalla immoral suasion del Governo e dare altro denaro sperando che il futuro acquirente avrebbe ripagato i debiti, contrariamente ad Air France che ne voleva il ripudio, ma almeno altri 100 milioni sono stati bruciati da quando Colaninno disse a Letta che Alitalia sarebbe stata messa a terra entro tre giorni, se lo Stato non avesse trovato qualche investitore di buona volontà.

Il ruolo di piccolo cavaliere bianco è toccato alle Poste, il cui Amministratore Delegato Sarmi ha preteso e ottenuto una due diligence secondo la quale, come è emerso sulla stampa, pare che molti asset siano valutati a bilancio con estrema generosità. Il patrimonio netto di Alitalia sarebbe dunque negativo, con le attività che da tempo sono inferiori ai sempre crescenti debiti, nonostante lo strombazzato “quasi pareggio” operativo del 2011, che tale non era.

Con sprezzo della decenza, forse non si sarebbe osato nemmeno nello Zimbabwe, è stato confermato alla Presidenza il responsabile massimo del disastro Roberto Colaninno, perché garantisce ai soci i buoni uffici presso il Governo di suo figlio Matteo, responsabile economico del Pd, partito per cui conflitto d’interessi è un concetto ad hoc, applicabile solo nei confronti di Silvio Berlusconi.

L’Italia si trova davanti al fallimento di due privatizzazioni, quella di Alitalia e quella precedente di Aeroporti di Roma, che con un’Alitalia defunta finirebbe a sua volta nei guai. Nonostante le belle parole retoriche sulla salvaguardia dei posti di lavoro, il vero intento della politica è quello di rattoppare le privatizzazioni eltsiniane e salvare il fondoschiena delle potenti famiglie Colaninno e Benetton, insieme a quello dei loro finanziatori.

Probabilmente l’italiano medio ignora che, con i tagli che inevitabilmente Alitalia dovrà annunciare, la sua flotta di medio raggio arriverà a molto meno della metà della somma di quelle che erano nel 2007 le flotte della vecchia Alitalia e di AirOne da cui è nata. Si tratta di un fallimento industriale epico, perché pur con la crisi economica non c’ è stata alcuna diminuzione del mercato, Alitalia ha “solo” perso clientela a favore di altri vettori più moderni ed efficienti, in particolare le low cost che da ogni angolo d’ Europa scendono in Italia a fare profitti, contrariamente all’incapace vettore nazionale e non c’ è alcun piano credibile per reagire.

Il peggio deve ancora venire, Vueling, Ryanair e easyJet hanno annunciato ambiziosi piani di espansione a Fiumicino, dove Alitalia si troverà con le ossa rotte. Si asserraglia invece a Milano Linate, dove è al riparo dalla concorrenza e sfrutta una posizione di mercato dominante, aggirando le regole con la compiacenza delle Autorità. Sicuramente Alitalia desidera che i suoi privilegi a Linate aumentino, in modo da stroncare in modo definitivo ogni concorrenza presente e futura da parte di altri vettori, Emirates in primis, a Milano Malpensa, aeroporto su cui in pratica si spargerebbe sale, per garantire qualche spazio al rachitico hub romano. Il miope Governo Letta, incapace sia di elaborare una politica di sviluppo aeroportuale per l’intero Paese, sia di emanciparsi dalle lobby che, come la famiglia Colaninno indica, si sono incistate come un cancro nel cuore del sistema politico, concederà allegramente.

Salvo un ritorno a Canossa con Air France, Alitalia non ha futuro se non con un accordo con Etihad, alle condizioni che detterà Etihad. Nessun’ altra linea aerea o investitore è interessato al vettore tricolore e dunque, in assenza di alternative, il futuro dell’aviazione nazionale sarà deciso ad Abu Dhabi o non sarà. Ne parleremo la prossima volta.

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