17 Gennaio Gen 2014 1745 17 gennaio 2014

Il vero servizio pubblico? Privatizzare la Rai

Il nuovo contratto di servizio

Rai Radiotelevisione Italiana

“Ballando sotto le stelle” è servizio pubblico? Rispondere alla domanda significa aprire o meno la strada alla privatizzazione della «prima azienda culturale del Paese». Il talent show è considerato tale dalla BBC – il cui motto d’altronde è “informare, educare, intrattenere” – che l’ha prodotto e venduto in mezzo mondo. Una posizione sostenuta tra gli altri da Ingrid Deltenre, segretario della European Broadcasting Union – la lobby degli operatori dei servizi pubblici radiotelevisivi comunitari – nell’ambito del ciclo di audizioni organizzate dalla Commissione di vigilanza Rai, prodromiche al rinnovo del contratto di servizio. Il 22 gennaio sarà la volta di Sky, mentre entro la prima settimana di febbraio è atteso il parere della Vigilanza.

Nonostante il M5S lo abbia inserito nel programma elettorale, che prevede sia la «vendita ad azionariato diffuso, con proprietà massima del 10%, di due canali televisivi pubblici» sia «un solo canale televisivo pubblico, senza pubblicità, informativo e culturale, indipendente dai partiti», e il guru economico di Renzi Yoram Gutgeld abbia incluso la Rai nel novero degli asset da privatizzare, il tema non è all’ordine del giorno. Roberto Fico, presidente della Commissione di vigilanza, spiega a Linkiesta: «Senza una legge sul conflitto d’interessi e senza introdurre dei precisi criteri Antitrust è impensabile privatizzarne una parte salvaguardando la pluralità dell’informazione». «Uno degli asset che deve assolutamente rimanere sotto il controllo pubblico», afferma Fico, «è Ray Way (le torri di trasmissione, ndr). Venderla sarebbe come privarci della rete fissa di Telecom Italia».

Antonio Catricalà, viceministro dello Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni, sembra altrettanto freddo: «È un tema molto scivoloso», dicono dal suo entourage, «ogni parola viene interpretata male. La priorità resta il contratto di servizio». A Mix 24 il diretto interessato aveva spiegato di non aver intenzione di affrontarlo «prima del 2016», specificando: «Siamo a due anni dalla scadenza della concessione e parlare di privatizzazioni penso sia veramente anti economico. Sarebbe un fuor d’opera». Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario Pd: «La Rai è piena di debiti. Se la privatizzi, non lo fai per fare cassa». Per il sindaco di Firenze, peraltro, servizio pubblico significa 2-3 canali senza pubblicità, con i costi interamente coperti dal canone. 

Sono due le direttrici sulle quali verterà la relazione della Commissione di vigilanza, in risposta ad altrettanti punti contenuti nella bozza del contratto di servizio 2013-2015. La prima riguarda la pubblicità sui canali dell’offerta Rai in digitale terrestre dedicati ai bambini (Yoyo e Gulp), la cui eliminazione dovrebbe essere condivisa tra tutti i broadcaster altrimenti favorirebbe rivali come Boing di Mediaset. La seconda verte sull’obbligo di indicare, attraverso un bollino blu, i programmi finanziati soltanto attraverso il canone. Su quest’ultimo aspetto, pur essendoci già un accordo tra l’azienda guidata da Luigi Gubitosi e l’esecutivo Letta, le opinioni all’interno della Commissione sono divergenti, così come i possibili piani industriali che ne scaturiscono.

Il bollino blu, infatti, presuppone che il canone non sia più legato ai costi complessivi della programmazione, ma alla parte di essa riconosciuta come “servizio pubblico”. Applicando, in buona sostanza, le linee guida del contratto di servizio 2010-2012, che prevedono la separazione contabile, monitorata dall’Agcom, l’autorità per le telecomunicazioni, dei programmi coperti da canone e da pubblicità. «Il bollino blu offre una lettura più semplice della contabilità separata», dice ancora Fico, che una volta chiusa la partita per il contratto di servizio ha intenzione di «organizzare un grande dibattito pubblico su cosa sia il servizio pubblico per gli italiani e su come finanziarlo». Anche se – confessa – fatica a considerare tale Ballando sotto le stelle: «Per me il cabaret e la satira di alta qualità ci possono stare, ma quando le trasmissioni diventano troppo commerciali e le star sono strapagate non è possibile farle ricadere sulle spalle dei cittadini. L’intrattenimento buono non ha bisogno di costi esorbitanti».

Il presidente della Vigilanza fa bene a considerare essenziale Ray Way. A guardare il bilancio consolidato 2012, ha generato 225 milioni di ricavi con margini al 40% (89 milioni). L’altra eccezione è Rai Cinema, che porta in dote altri 345 milioni di ricavi e un margine dell’80% a 278 milioni. Su ricavi complessivi per 2,6 miliardi, dal canone arrivano 1,7 miliardi, mentre 674 milioni dalla pubblicità. Lato costi, la zavorra è senz’altro il miliardo di euro e oltre per pagare gli 11.851 dipendenti. I debiti ammontano invece a 1,16 miliardi. Il confronto con la rivale Mediaset, in Italia, è impietoso: ricavi per 3,2 miliardi nel 2012, margini a 694 milioni, e 5.212 dipendenti, che costano 515 milioni di euro. Certo, il debito di Mediaset è maggiore - 1,7 miliardi -ma anche il flusso di cassa: positivo per 1 miliardo di euro per Mediaset Italia, negativo per 38 milioni per Rai. Ei Towers, le torri di trasmissione, hanno generato infine 233 milioni di ricavi con margini pari a 44,5 milioni.

Il paradosso, tuttavia, è negli acquisti: per «consumi di beni e servizi esterni» Rai ha sborsato nel 2012 1,6 miliardi rispetto agli 1,3 del Biscione. Tornando al finanziamento pubblico, la relazione sulla contabilità separata 2012, pubblicata lo scorso novembre, non lascia spazio a dubbi: «Le risorse da canone integralmente imputate al servizio pubblico specifico non sono sufficienti a pareggiare i costi sostenuti dalla concessionaria per l’assolvimento dei compiti di servizio pubblico. Emerge un disavanzo di 497 milioni di Euro […]». Se il canone costa 113,5 euro, o si recuperano 4,3 milioni di abbonati, oltre ai 16 milioni di italiani già paganti, o si taglia mezzo miliardo di costi, leggi acquisti, consulenze (finite nel mirino della Corte dei Conti nel 2012) e personale. Oppure ancora si prende atto della realtà: la Rai è irriformabile, come testimoniano le parole dell’ex presidente Paolo Garimberti sulle eterne discussioni in cda se una fiction fosse opportuna in quanto potenzialmente di destra o di sinistra. Meglio privatizzare.

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