18 Gennaio Gen 2014 2100 18 gennaio 2014

BlackRock, il titano silenzioso che muove Wall Street

Istituzioni finanziarie globali

Black Rock

C’è una società finanziaria che è nata nel 1988 e ora è un colosso. Anzi, è il colosso. Tramite i suoi uffici, presenti in tutto il globo, passano circa 4.000 miliardi di dollari. Quattro trilioni di dollari. In pratica, quanto ha in bilancio la Federal Reserve, la banca centrale statunitense. Eppure, in pochi sanno cosa sia e come agisca. Forse perché una delle caratteristiche è un understatement che non è comune a Wall Street. Anzi. Larry Fink, il fondatore insieme a Rob Kapito, hanno fatto del low profile uno stile di vita. Ma BlackRock è l’esatto opposto. Non è solo un player del mercato. Secondo Warren Buffett, «BlackRock è il mercato, diversi mercati. Ma è silenziosa, un aspetto che è fondamentale». Un titano riservato.

Larry Fink non è il classico squalo di Wall Street. Poco mondano, appassionato di vini francesi, amante dell’arte rinascimentale, melomane, poco propenso alle dichiarazioni al fulmicotone, come invece è Jamie Dimon, numero uno di J.P. Morgan. Fink è il padre di quella che forse è l’istituzione finanziaria più grande al mondo. Nonostante questo, pochi americani lo conoscono. BlackRock, come noto, ha sotto amministrazione oltre 4.000 miliardi di dollari. Più di quanto vale il bilancio della Fed dopo il lancio di tre round di allentamento quantitativo, quel Quantative easing (Qe) che è servito a rilanciare l’economia americana e del quale ora è stata avviata l’exit strategy. E oltre a questi 4 trilioni, ha una potenza di fuoco di circa 10.000 miliardi di dollari, come ricordano i filings della Securities and Exchange Commission (Sec, la Consob statunitense, ndr). Gestisce fondi pensione per milioni di americani e non ha paura di rischiare. Il suo modello di gestione del patrimonio lo ha spiegato in modo approfondito Umberto Cherubini su queste pagine. Un modello centralizzato, in cui tutte le informazioni sono raccolte e diventano funzionali alla crescita della società. Un sistema che, come spiega Larry McDonald, autore di “A Colossal Failure of Common Sense: The Inside Story of the Collapse of Lehman Brothers”, rappresenta un’evoluzione di quello che era alla base del fondo Long-Term Capital Management, il fondo dei Nobel Prize Myron Scholes e Robert Merton. Basato su algoritmi e copule, è un modello proprietario di BlackRock che più volte è stato oggetto di copie. «Eppure, nessuno è riuscito mai a fare lo stesso lavoro che abbiamo fatto noi. E’ questa la nostra fortuna», è solito dire Fink ai suoi colleghi di Wall Street. Un’invidia per la società.

La gestione prudente, ma non troppo, di BlackRock è la ragione della sua fortuna. Ma non c’è solo il bilanciamento di fondo. Anzi. Il fondo di Fink e Kapito è stato anche uno degli antesignani nella modellizzazione finanziaria in senso stretto. Avete presente le Mortgage-backed security (Mbs), ovvero le obbligazioni garantite da mutui? Sì, proprio quelle che hanno contribuito alla crisi finanziaria che ha fatto collassare mezzo mondo. E proprio quelle che sono acquistate in grandi quantitativi ogni mese dalla Fed tramite il Qe. Le Mbs sono state portate in modo così massivo negli Stati Uniti da BlackRock. Erano i primi anni Novanta. Quel piccolo fondo, che però aveva già raccolto diversi premi delle riviste specializzate, puntava su questo nuovo mercato, sicuro che sarebbe poi esploso. La politica di credito facile adottata da Alan Greenspan prima del 2006, anno in cui il mercato immobiliare americano iniziò a vacillare, fu il driver principale per le Mbs, che fecero la parte del leone in quegli anni. Poi, tutto divenne di argilla e si arrivò al 15 settembre 2008, il giorno in cui i giganti di Wall Street capirono che non esiste istituzione finanziaria incapace di fallire.

Nei giorni prima del crac di Lehman Brothers, Fink andò in televisione. Non lo fa spesso, e quando lo fa ci sono due possibili chiavi di lettura. «O lo fa per mettere in guardia i regolatori o lo fa per mettere in allerta gli investitori. Nel caso di Lehman lo fece per entrambi i motivi», disse Andrew Ross Sorkin, capo del DealBook del New York Times. In effetti, in quell’occasione Fink spiegò come mai era poco lungimirante lasciar cadere la quarta banca statunitense. «Quello che è certo è che Lehman non è come Bear Stearns, ha un problema di liquidità che potrebbe risolvere anche da sola, se non ci fosse tutta questa pressione degli investitori. Ma per il bene del sistema finanziario, se le tensioni non calano, bisogna intervenire», spiegò alla CNBC. Nessuno al Tesoro, nemmeno il segretario Hank Paulson, gli diede ascolto. Gli investitori, invece, iniziarono a shortare in modo ancora più pesante la banca di Dick Fuld. «Se crolla, l’economia globale finirà in una recessione forse peggiore di quella del 1929. Non è questione di libero mercato, è una questione di sopravvivenza», disse Fink. La storia ci ha mostrato cosa accade quando collassa una istituzione finanziaria troppo grande per fallire. Eppure, dopo cinque anni, Fink ritiene che la decisione presa da Paulson fu corretta.

Nel mondo post-Lehman, BlackRock ha rafforzato la sua posizione. Ha acquisito, per circa 13,5 miliardi di dollari, Barclays Global Investors e ha permesso la sopravvivenza, tramite la creazione di linee di credito bilaterali, a diverse istituzioni finanziarie di Wall Street. In pratica, una banca centrale parallela. E la prova risiede nel ruolo di advisor che BlackRock ha avuto nei giorni neri della crisis subprime. Sia il Tesoro Usa sia la Federal Reserve di New York hanno chiesto consulenza a Fink e la sua squadra per la vendita di Bear Stearns a J.P. Morgan per 30 miliardi di dollari, per il salvataggio di Citigroup da 45 miliardi, per quello di Fannie Mae e Freddie Mac da 112 miliardi e per il maxi bailout di AIG da 180 miliardi. In tutto questo, però, il fondo di Fink e Kapito non ha mai smesso di fare il suo lavoro, però. «Il rischio fa parte della nostra vita, non bisogna averne timore. Le opportunità ci sono sempre, in qualunque posizione in cui ti trovi. Basta saperle scorgere», ha detto a inizio 2009 Kapito. Aveva ragione. Ancora prima dei vari round del Qe, Fink e Kapito iniziarono a spostare asset verso l’Asia. Il motivo? Duplice. Da un lato perché avevano compreso che Wall Strett avrebbe avuto un congelamento simile a quello che si potrebbe avere con un conflitto. Dall’altro, perché avevano capito che, pure di fare felice Main Street, Capitol Hill avrebbe chiesto un giro di vite all’universo finanziario, senza però capirne gli effetti distorsivi. «Sarà una manovra populista», disse Fink. Anche in questo caso, si è vista la lungimiranza di BlackRock.

Dopo cinque anni da Lehman Brothers, il mondo della finanza si sta ancora leccando le ferite. «No, il mondo non è più sicuro», ha tuonato Fink a inizio anno. Le Mbs sono tornate a essere uno dei punti focali del mercato, grazie agli acquisti della Fed. Le banche hanno ricominciato a lavorare con le Collateralized debt obligation (Cdo), le obbligazioni strutturate contenenti mutui. E sono saliti alla ribalta gli mREIT, i  mortgage real estate investment trust, cioè fondi che comprano, impacchettano e vendono mutui. E nonostante questo, BlackRock continua le sue attività con il solito modello, rischioso ma non troppo. «C’è ben più di un motivo se il fondo è quasi immune a ciò che è successo e che succederà, con tutte le bolle che si sono create», ha detto in giugno Jim Cramer, decano dei commentatori finanziari della CNBC. Il bilanciamento e la lungimiranza, dice Fink. Forse è così, ma non è tutto oro quello che luccica.

BlackRock è invincibile? Secondo molti no. «Le loro posizioni sul mercato sono discutibili, specie ora che si è avviato il tapering del Qe», ha scritto pochi giorni fa Goldman Sachs, seguita da Morgan Stanley. Secondo le altre due regine di Wall Street è possibile che il portafoglio di BlackRock possa risentire negativamente dell’alleggerimento della politica monetaria espansiva della Fed. Da gennaio, data in cui il tapering sarà effettivo, si capirà chi ha ragione. Schermaglie fra giganti? Solo il tempo girà chi ha ragione.

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