22 Gennaio Gen 2014 1600 22 gennaio 2014

Clima: il compromesso Ue è un regalo agli inglesi

La Ue e gli obiettivi al 2030

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Alla fine, dopo riunioni fiume e un continuo ritocco dei testi, la Commissione Europea ha pubblicato la sua comunicazione sugli obiettivi Ue per il 2030 nella lotta al cambiamento climatico. A voler vedere la proverbiale bottiglia mezza piena, almeno lo scenario peggiore è stato evitato. Vari commissari economici, a cominciare dal titolare dell’Energia Günther Oettinger, del collega all’Industria Antonio Tajani e di quello all’Economia Olli Rehn non sono infatti riusciti a far passare la linea minimalista almeno sull’obiettivo del target di riduzione di CO2 per il 2030: avrebbero voluto un taglio del 35% rispetto ai livelli del 1990, alla fine è rimasto l’iniziale 40%. Ancora pochi giorni fa sembrava esser passata la linea più riduttiva, poi però la maggioranza dei 28 commissari ha spinto per la cifra più “ambiziosa”.

Non è quello che chiedevano varie associazioni ambientaliste (una riduzione del 55%), ma è comunque un raddoppio rispetto agli obiettivi per il 2020 (taglio del 20% rispetto ai livelli del 1990). Quanto basta perché la commissaria al Clima, la danese Connie Hedegaard, potesse usare toni trionfalistici: «a dispetto di quanti pensavano che niente di ambizioso sarebbe uscito oggi dalla Commissione, invece lo abbiamo fatto: una riduzione del 40% delle emissioni è la più efficiente sul fronte dei costi per l’Ue e tiene conto della nostra responsabilità globale». Sul 40% non dovrebbero esserci problemi – anche se paesi dell’Est europeo, Polonia in testa, ancora molto legati alle centrali a carbone, così come le varie confindustrie riunite nella loro associazione Ue BusinessEurope, avrebbero voluto un target più basso. I commissari hanno spiegato che nessun paese ha proposto un target più alto.

Dove invece il solito compromesso all’europea ritorna secondo una lunga e inveterata prassi, è invece sul fronte delle rinnovabili. Certo, poteva andare peggio. Nelle bozze dei giorni scorsi non figurava alcun target vincolante, con grave rischio per il settore – visto che gli investitori si sarebbero ritrovato nella più totale incertezza. Contrarissima a un target vincolante era la Gran Bretagna, che per raggiungere il proprio obiettivo di riduzione di CO2 vuole mani libere, e soprattutto poter puntare senza ostacoli al nucleare e fonti fossili come il gas di scisto. Alla fine, però, la Germania – che ha un robusto settore di rinnovabili (22% del mix energetico complessivo del paese) e chiedeva a gran voce un target vincolante per dare sicurezza agli investitori – in parte è riuscita a farsi sentire, anche grazie a una lettera inviata a Barroso insieme ad altri sette paesi (Italia, Francia, Irlanda, Portogallo, Danimarca, Austria e Belgio).

Solo che per far contenti tutti Barroso ha avuto una geniale trovata: un target vincolante solo a livello Ue, pari a una quota del 27% di rinnovabili. A parte il fatto che è meno delle cifre circolate all’inizio (30%), e solo del 7% in più dei target fissati per il 2020 (20%), manca qualsiasi vincolo nazionale. Oltretutto per Barroso «non è un obiettivo in sé, ma è solo strumentale al raggiungimento della riduzione del 40%». Perché nessun vincolo nazionale? «Perché – ha detto ancora il portoghese – vogliamo lasciare flessibilità agli stati membri di raggiungere i propri obiettivi di riduzione di CO2 nel modo più adatto al paese, non possiamo imporre da Bruxelles un sistema unico per 28 paesi che hanno mix energetici molto diversi». Barroso ha aggiunto – sposando in questo la linea di Londra – che «in realtà, da un punto di vista economico, basterebbe il solo obiettivo per la riduzione dei gas serra, se abbiamo introdotto un target per le rinnovabili è per dare un segnale politico, per dare sicurezza agli investitori del settore».

D’accordo, ma allora come assicurare il raggiungimento della quota del 27%? Tramite un non meglio precisato «nuovo sistema di governance» - che, per ammissione di Barroso, «dovrà ora essere negoziato». Si sa solo che, secondo la Commissione, dovrebbe essere «basato su piani nazionali per energia competitiva, sicura e sostenibile» preparati ovviamente dagli stessi stati membri «con un approccio comune» e «che assicureranno una più solida certezza agli investitori». Almeno per ora pure chiacchiere, è più che lecito dubitare che la quota del 27% sarà raggiunta (nel 2010 a livello Ue si era al 12,7%). E pazienza se in un rapporto della stessa Commissione (ma della direzione generale Affari economici) si legge che proprio le rinnovabili «aiutano a ridurre i costi di importazione di carburanti e contribuiscono a migliorare la bilancia commerciale nel settore energetico» (con un risparmio, nel solo 2010 di 10,2 miliardi di euro per le minori importazioni di carburante, 2,2 miliardi di risparmi grazie al solo eolico). Peraltro, a proposito di mix energetico, in una comunicazione separata sul tema la Commissione ha sostanzialmente rinunciato a regolare il settore del gas di scisto – dunque nell’ambito delle fonti fossili come petrolio e gas naturale - sempre su pressioni britanniche (che punta anche su questa fonte energetica, in compagnia di Lituania, Romania e Polonia).

Quanto all’efficienza energetica nessun obiettivo, anche se Oettinger si è affannato a sottolineare che «è un elemento cruciale». Si rimanda esclusivamente alla direttiva in materia (riferita agli obiettivi 2020) che gli stati membri stanno attuando progressivamente, e poi ci si dà appuntamento a settembre. Altri tempi, insomma, rispetto al 2008, quando l’Ue si dette tre, non uno solo – obiettivi vincolanti (meno 20% di emissioni, quota de 20% di rinnovabili e miglioramento del 20% dell’efficienza energetica). L’unico veramente ambizioso è rimasto il Parlamento Europeo, che pochi giorni fa ha proposto tre obiettivi vincolanti: riduzione del 40% di emissioni, quota del 30% di rinnovabili e miglioramento del 40% dell’efficienza energetica. A quanto pare resterà un’illusione.

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