Trincea dei Big Data
23 Gennaio Gen 2014 1030 23 gennaio 2014

Una foto per ghermirli e nel buio incatenarli

Una foto per ghermirli e nel buio incatenarli

Signore Degli Anelli

Il possesso dei dati comincia a somigliare alla brama dell’Unico nel Signore degli Anelli. La follia non ha afferrato soltanto il cuore delle imprese che capitalizzano informazioni sui comportamenti e sull’identità degli utenti; ha contagiato gli individui stessi, che sono infervorati dal bisogno di trascrivere sui social media ogni istante della loro vita, ogni fluttuazione del loro pensiero e della loro immaginazione. Salvo poi affermare che non viene violata la privacy di nessuno da parte delle imprese, e da parte degli utenti scandalizzarsi per la raccolta massiva dei dati. Ma si sa, l’Anello dà alla testa e la coerenza è la prima a pagare il conto.

Nell’ultimo anno Google, Dropbox, Yahoo! e Facebook hanno condotto una campagna acquisti di ampio raggio per appropriarsi di brevetti, tecnologie e personale specializzato nell’analisi delle immagini e nel riconoscimento facciale dentro la cornice degli scatti fotografici. Google ha rilevato la DNNresearch dall’Università di Toronto; Dropbox ha anticipato la mossa di Mountain View acquistando Anchovi Labs; Yahoo! ha rincorso con una manovra di shopping sontuosa, che ha coinvolto IQ Engines, LookFlow e SkyPhrase. Facebook ha assunto Yann Lecun e il suo team di lavoro della New York University. L’elenco di università che compare in questa lista è un promemoria per l’ex ministro italiano convinto che con la cultura non si mangia: si riferiva al valore della formazione in generale, ma in realtà parlava della sua.

Ogni tipo di contenuto si converte in un dato per le imprese che gestiscono social media e dispositivi di ricerca e di curation. È questo il grande insegnamento dei big data: la varietà di segnali che possono essere stoccati in un archivio e resi disponibili per operazioni di intelligenza artificiale ha esondato dai confini dei testi alfanumerici e delle tabelle preformattate. Mappe, fotografie, video, file audio – e persino semplici gesti come l’attribuzione dei like o il clic su un link – trascrivono indicazioni che possono essere collocate in un database e che possono essere organizzate in una procedura di calcolo statistico. Le preferenze che attribuiamo ai post su Facebook, le immagini che scambiamo con gli amici, la direzione in uscita o in entrata delle mail, sono un segnale dei rapporti di influenza più plausibile di qualunque dichiarazione scritta e controfirmata da un notaio. D’altra parte siamo passati nell’epoca del valore economico dell’amicizia. Vale più una lusinga di una BMW. 

L’ultima mossa sul fronte del riconoscimento facciale nelle immagini è stata compiuta da Pinterest, che ha rilevato VisualGraph lo scorso 6 gennaio. Nella valutazione dell’intensità delle relazioni Facebook ha sempre assegnato un valore di primo piano allo scambio delle immagini. Sotto questo punto di vista l’intuizione ha colto nel segno, soprattutto per il pubblico più giovane. Secondo il report pubblicato il 21 gennaio da GlobalWebIndex il social network che sta è cresciuto più velocemente nel secondo semestre 2013 è Instagram, con un incremento di utenti attivi del 23%; secondo il Pew Research Center, nel corso del 2013 sarebbe addirittura avvenuto il sorpasso di Twitter da parte di Pinterest.

Si creda o meno nella validità di queste misurazioni, il sintomo che li attraversa come un filo rosso è chiaro. Instagram, Pinterest, il saccheggio delle società e degli esperti che si occupano di lettura delle fotografie e di riconoscimento facciale, indicano la centralità che sta assumendo l’interpretazione delle immagini nella guerra dei big data.

Dal punto di vista delle imprese, la strategia passa attraverso gli algoritmi di apprendimento. L’interpretazione dei contenuti iconografici e la capacità di attivare dispositivi di ricerca in linguaggio naturale sono eventi che si trovano alla convergenza di processi di intelligenza artificiale: le macchine imparano a «vedere» i pattern iconografici con percorsi di riconoscimento che emulano sempre meglio le operazioni cognitive umane. Il repertorio di forme e di entità che viene rintracciato con questo lavoro di astrazione percettiva permette di associare sempre meglio la struttura del identificazione ottica con quella dell’interpretazione semantica del linguaggio.

Dalla parte del pubblico invece emerge una compulsione alla produzione di dati, alla loro divulgazione, che passa attraverso la moda dei selfie, alla trascrizione fotografica di ogni istante della vita quotidiana attraverso le immagini postate sui social media. Come osserva Lauren Hockenson la passione provata dai teenager per Instagram non li convince comunque ad abbandonare Facebook. Semplicemente, la testimonianza in tempo reale della loro giovinezza non avviene più attraverso i post che diffondono perle di saggezza non richieste sui travagli sentimentali, o tramite le riflessioni sistematiche sul livello di appetito (gastrico o sessuale, in modo interscambiabile), ma attraverso una pulsione all’autoritratto e al fotoreportage di ogni evento che la società dei consumi al suo tramonto è ancora in grado di propinare. Una foto per domarli, una foto per trovarli, una foto per ghermirli e nel buio incatenarli.

Ma quali sono questo buio e queste catene? Non credo si tratti di un’effettiva capacità di controllo (e di direzione) da parte delle imprese che si sono lanciate nella competizione dei big data. Dana Priest e William Arkin in tempi non sospetti avevano pubblicato sul Washington Post un’inchiesta sulla mole di dati archiviata dalla National Security Agency su cittadini americani e stranieri al di fuori di ogni apparente emergenza investigativa. Era il luglio 2010 e già allora i contenuti rilevati da qualunque canale di comunicazione apparivano travalicare la possibilità stessa di estrarre informazioni utili per qualunque scopo, inclusa la sicurezza nazionale. Le testimonianze dei personaggi intervistati oscillano tra la perplessità sugli usi dei dati raccolti e la fierezza per le dimensioni dell’operazione realizzata. I volumi di dati sono uno status symbol.

Le dichiarazioni intorno alla disorganizzazione nella gestione non solo dei contenuti, ma anche dei processi di elaborazione e delle azioni da intraprendere in seguito alle rivelazioni che dovessero emergere dall’analisi, mettono in luce il tipo di cultura che si è andata componendo in questi anni di tracciamenti pervasivi e di memorie indelebili su silicio. Il semplice possesso dei dati, il dominio acefalo di tutti i dati, assicura una forma di accesso alla verità oggettiva, pura, come quella che appare ad uno sguardo divino. Ma un sapere di questo tipo non si limita alla tranquillità della conoscenza contemplativa; è allo stesso tempo un potere di controllo, una signoria su ciò che è stato trascritto nei contenuti archiviati.

Nel 1085 Guglielmo il Conquistatore aveva ordinato un censimento dei proprietari terrieri dell’Inghilterra (e di parte del Galles), con la registrazione dei loro possedimenti in termini di suolo, immobili e bestiame, e la loro valutazione economica. Il volume compilato dai censori è passato alla storia con il nome di Domesday Book, il Libro del Giorno del Giudizio. Il destinatario e il proprietario del testo si eleva su un trono che trascende la condizione umana. Questa illusione di potere collegato alla completezza dei dati continua a nutrire la sua aura religiosa ancora ai nostri giorni. Documentare la propria esistenza da parte degli utenti si impone come un dovere che assicura la salvezza del passato dall’oblio e la padronanza totale della propria vita. Tracciare le vite degli altri, per le organizzazioni pubbliche e private, significa formulare previsioni sempre più esatte su quali saranno i comportamenti futuri di tutti, intesi come collettività e come articolazione dei singoli soggetti.

Come ha dimostrato Daniel Kahneman, questa convinzione è una distorsione cognitiva che proviene dalla suggestione di poter raggiungere una comprensione esaustiva del passato. La verifica sperimentale mette in luce che nemmeno la ricognizione degli esperti è in grado di dominare la complessità di qualunque argomento, dalla psicologia degli individui al comportamento dei mercati finanziari o degli scacchieri politici. L’evoluzione del futuro varia per incidenti infinitesimali, e sul lungo corso non esiste alcuna previsione che sia più affidabile del lancio di una moneta a testa o croce.

Thomas Mann ricordava quanto fossero importanti le pause, i silenzi, nella vita dei grandi musicisti e nella struttura delle loro composizioni. Anche la composizione della vita degli uomini richiede vuoti, lacune, cancellazioni. La libertà deve srotolare un filo di coerenza tra i progetti del futuro e la storia passata. Senza la rimozione, la creatività dell’immaginario viene ostruita dai dettagli casuali, dalle deviazioni irrilevanti, dall’ingombro della contingenza. Le catene e il buio in cui la capitalizzazione dei dati rinchiude gli individui sono la carcerazione della libertà dentro l’ammasso dei dettagli insignificanti. La promessa della padronanza, del controllo, incrosta il soggetto negli oggetti che affollano la sua esistenza, forza Prometeo (la sua luce e il margine oscuro da cui emana) ad aderire alla montagna delle banalità che ha fomentato, senza più una fiaccola che sciolga i lacci dell’immaginazione, e una nuova storia con cui animare il futuro.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook