29 Gennaio Gen 2014 0830 29 gennaio 2014

È partita la grande fuga dai mercati emergenti

Squilibri globali

Brics Summit

La crisi dei Paesi emergenti doveva esserci. Ed è arrivata. La grande ricaduta dell’inizio della fine del Quantitative Easing (QE) della Federal Reserve è qui. A essa si uniscono situazioni di incertezza politica, o monetaria, dalle circostanze diverse, ma convergenti. Sono tre i Paesi che sono al centro della bufera: India, Turchia, Argentina. Tre Paesi che rischiano di trascinare con loro altre economie, aggravando la congiuntura globale. 

La mossa più interessante è quella della Reserve Bank of India. La banca centrale indiana, guidata da Raghuram Rajan, ha infatti alzato ancora, per la terza volta in cinque mesi, il tasso d’interesse di riferimento. Lo ha fatto di un quarto di punto, portandolo all’8 per cento. Mossa a sorpresa, ma non troppo. Già in settembre Rajan aveva messo in guardia il mondo intero. «Abbiamo bisogno di controllare le conseguenze del post-QE e il sistema bancario non è pronto». Non solo. «I costi di funding per gli istituti di credito indiani sono troppo alti e il tapering della Fed potrebbe essere dannoso per tutta l’economia indiana», ha detto Rajan pochi mesi fa. Dalle parole è passato ai fatti. E sta cercando di proteggere, ma soprattutto di stabilizzare, un sistema troppo grande e troppo poco vigilato. Rajan e il ministro indiano delle Finanze, Palaniappan Chidambaram, hanno timore che l’inflazione possa crescere ancora e che questo possa frenare la crescita economica del Paese. Secondo l’ultima revisione del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (Fmi), il Pil dell’India crescerà del 5,4% nell’anno in corso e del 6,4% nel 2015. Esistono però rischi al ribasso, dovuti principalmente alla situazione congiunturale del mondo post-QE e alla debolezza della domanda interna. Come Rajan, anche il governatore della banca centrale brasiliana, Alexandre Tombini, aveva espresso preoccupazione per il nuovo corso della politica monetaria della Fed. E come Rajan aveva agito sui tassi. Sia per ripristinare una situazione di equilibrio sia per evitare una fuga di capitali. 

L'azione shock è stata però quella della Turchia. Gli effetti dell’assottigliamento del QE si sono visti anche a Istanbul, dove si sono uniti agli scandali politici. La situazione è difficile. La banca centrale turca ha convocato una riunione d’emergenza per far fronte al deprezzamento della lira sul mercato valutario. Dopo aver toccato i minimi da un anno a questa parte nel cross contro il dollaro statunitense e le principali valute, il governatore della banca centrale turca Erdem Başçı ha deciso di intervenire attivamente sul mercato forex. Sia con operazioni di mercato aperto, nei giorni scorsi, sia con un innalzamento di 425 punti base del tasso d’interesse principale, portandolo dal 7,75% al 12 per cento. Inoltre, ha portato al 15% il tasso d'interesse della finestra di liquidità per le banche e al 10% il tasso dei repurchase agreement (repo, o pronti contro termine). E dire che il premier turco Recep Tayyip Erdoğan aveva dissuaso Başçı dall’agire: «È chiaro che l’indipendenza della banca centrale non è in discussione, ma io non sarei d’accordo a un innalzamento dei tassi». Başçı ha però deciso di fare l'esatto opposto. «È stata evitata una crisi potenzialmente distruttiva e contagiosa per gli Emerging markets. Poteva esserci un possibile effetto domino, ma l'azione della banca centrale è stata aggressiva, potente e credibile», ha commentato Société Générale. In pratica, quasi tutte le banche d'investimento sono concordi: la mossa di Başçı ricorda quella di Mario Draghi, lanciata nel luglio 2012, il celebre "Whatever it takes". Solo il tempo dirà se la banca centrale turca ha reagito in modo significativo e funzionale per stabilizzare una situazione di emergenza. 

Parlando di Emergenti, la situazione più drammatica rimane quella dell’Argentina. Il peso continua il suo deprezzamento contro le altre valute, l’inflazione veleggia oltre misura e la banca centrale ha sempre meno armi a disposizione, specie dopo aver rimosso i capital controls e aver permesso l’acquisto di dollari americani. Una mossa, quest’ultima, che rappresenta l’ultimo stadio per l’istituzione monetaria guidato da Juan Carlos Fábrega, ormai a corto di riserve valutarie estere. Inflazione fuori controllo, competitività distrutta, deficit delle partite correnti, fuga dei capitali: sono queste alcune delle caratteristiche della crisi argentina. E lo spettro del default sovrano, nel caso di Buenos Aires, è ben più di un rischio. La sfiducia degli investitori è totale e questo si ripercuote sul cross peso/dollaro: dal 1 gennaio 2013 la valuta argentina ha perso il 63% del suo valore contro il biglietto verde. La monetizzazione di fatto del debito pubblico argentino, in assenza di interventi esterni (vedi il Fmi), continuerà e trascinerà il Paese nell’abisso del fallimento sovrano. Secondo Goldman Sachs «è solo questione di tempo». Difficile dargli torto. 

Infine, ci sono gli altri mercati emergenti e sub-emergenti. Sia i Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) sia i Mikt (Messico, Indonesia, Corea del Sud, Turchia) stanno pagando dazio per via del QE, ma non solo. L’avvio dell’exit strategy dalla politica monetaria espansiva da parte della Fed ha messo in luce tutti gli squilibri macroeconomici di queste aree. La situazione era nota da tempo. Non è un caso, per esempio, che fra le strategie di trading consigliate da Morgan Stanley per il 2014 c’era proprio la vendita dei Credit default swap index (CDX), indici basati sui derivati che immunizzano dal fallimento di un emittente, riferiti ai mercati emergenti. Colpa della crescente debolezza della domanda domestica e della forte esposizione al dollaro statunitense. Tradotto: gli Emergenti hanno gran parte delle proprie riserve valutarie denominate in dollari e il taper del QE non farà altro che impattare sulla liquidità delle banche centrali in questione. Un esempio? Il Sudafrica. Il rand sudafricano ha perso il 32% del suo valore contro il dollaro americano dal 1 gennaio 2013 e si stanno intensificando le operazioni di mercato aperto della banca centrale guidata da Gill Marcus. 

Le avvisaglie c’erano tutte. All’ultimo G20 di San Pietroburgo i Brics hanno deciso di creare un fondo di protezione da 100 miliardi di dollari, utile per gli interventi sul mercato valutario. Detto, fatto. I timori si sono rivelati reali. E il Fmi aveva fatto notare che l’uscita dalla politica monetaria non convenzionale da parte della Fed avrebbe avuto un peso significativo sull’economia mondiale. Nell’ultimo Global financial stability report l’istituzione della Lagarde ha calcolato che la fine del QE avrebbe provocato, nello scenario base, un innalzamento di 100 punti base dei tassi d’interesse sui bond decennali a livello mondiale. Tradotto in cifre, perdite medie del 5,6% sui portafoglio obbligazionari globali, l’equivalente di 2.300 miliardi di dollari. E questo scenario si sta palesando. 

Sono tre le caratteristiche del massivo sell-off sui mercati emergenti. Da un lato ci sono i Paesi, come India, Turchia e Sudafrica, che hanno sensibili squilibri macroeconomici. Gli investitori li stanno punendo perché non ritengono che, senza la droga della Fed, possano essere in grado di stabilizzarsi in modo sostenibile nel lungo periodo. Dall’altro lato ci sono i Paesi esportatori di commodity, come Brasile e Russia, il cui settore sta fronteggiando l’aggiustamento dei prezzi dopo l’avvio del taper del QE. Infine, ci sono Paesi come Ucraina e Turchia che invece stanno vivendo un prolungato periodo di incertezza politica. Come avvenuto per la crisi dell’eurozona, è possibile un effetto contagio. La fragilità delle economie emergenti può impattare sulla crescita globale, come più volte ricordato dal Fmi. Nel caso di un calo della domanda esterna, la prima area a essere colpita potrebbe essere l’eurozona, la cui tiepida ripresa si basa proprio su questo fattore. Dopo la crisi subprime e l’eurocrisi, è l’ora dei mercati emergenti. 

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