7 Febbraio Feb 2014 1800 07 febbraio 2014

Inps, le mani dei sindacati sull’erede di Mastrapasqua

Il presidente dell’ente pensionistico

Bonanniangeletticamusso

Frecciate, pizzini, veleni a mezzo stampa. Sale la tensione sulla nomina del successore di Antonio Mastrapasqua all’Inps. E s’interseca nello scontro tra il premier Enrico Letta e il segretario del Partito democratico Matteo Renzi, entrambi bloccati e in attesa di sapere gli sviluppi dell’esecutivo per poter mettere mano al dossier sulle nomine pubbliche. Indisponibile l’attuale direttore generale dell’Inps Mauro Nori, che intervistato da Repubblica si toglie qualche sassolino dalla scarpa sulla stagione del collezionista di poltrone ai vertici dell’ente, blindando il suo ruolo: «Si è conclusa una storia di straordinaria concentrazione di potere in un solo uomo. Che però non ha avuto effetti devastanti sull’Inps grazie all’apporto di una dirigenza forte e responsabile». Oltre all’ex ministro Treu, che sembra perdere quota, nel novero dei papabili è entrato Luigi Angeletti, in uscita dalla Uil dopo 14 anni da segretario e sponsor di Matteo Renzi, «un’opportunità per il sistema politico», come ha detto il diretto interessato a Panorama.

Una possibile soluzione di compromesso, sebbene l’ex metalmeccanico non abbia alcuna competenza specifica in materia pensionistica. Il supertecnico Gianni Geroldi, ex presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale presso il ministero del Lavoro è invece vicino al Pd e alla Cgil, sigla che sembra defilata nella lotta alla successione. Qualcuno, all’interno del collegio sindacale dell’Inps, aveva addirittura suggerito il segretario Cisl Bonanni, quasi impossibile vista la presidenza del Civ affidata proprio al cislino Piero Iocca.

Ma la nomina del nuovo numero uno dell’ente previdenziale si aggiunge ai ritardi per le altre nomine. Il passaggio dalla vecchia nomenklatura targata Berlusconi-D’Alema non appare così semplice. Letta e Renzi non hanno ancora trovato la quadra sul nuovo direttore dell’Aisi (Agenzia Informazioni e Sicurezza), la nostra intelligence. Tra i papabili l’ammiraglio Filippo Maria Foffi, dal gennaio 2013, poi Carlo Magrassi capo di gabinetto del ministro della Difesa, Mario Mauro e  il generale Alberto Manenti, attuale numero due dell’Aise. Veleni anche qui. Con l’ombra che dietro la nomina di Foffi possa esserci l’ammiraglio Bruno Manciforte, che nel centrodestra sostengono essere responsabile dell’impasse sui Marò.

Sono tutti problemi che si aggiungono a problemi per Letta. Nell’ultimo consiglio dei ministri la questione nomine non è stata toccata. Almeno stando a quando detto dal presidente del Consiglio. Eppure qualcosa si muove. Tra aprile e maggio poi entrerà nel vivo la battaglia per la guida delle grandi aziende pubbliche. E da come si muoveranno Letta e Renzi nelle prossime settimane sull’Inps si capirà da che parte sta girando il vento. Di certo la vicenda Inps tocca da vicino i sindacati. E i rapporti che il sindaco di Firenze vorrà mantenere con loro, quando è in atto una vera guerra interna alla Cgil, tra Susanna Camusso e Maurizio Landini della Fiom.

Il coinvolgimento dei sindacati non è casuale: le parti sociali hanno un ruolo non secondario nella nomina del presidente, una sorta di “gradimento” informale da parte del Civ, consiglio di indirizzo e vigilanza interna introdotto dalla riforma Brunetta e composto da 24 membri molti dei quali provenienti dal mondo sindacale. All’interno del parlamentino l’alternanza tra le sigle ogni 4 anni – dopo Uil e Cgil qualche mese fa è toccato a Iocca, che ha peraltro dichiarato di non voler intraprendere alcuna azione di responsabilità nei confronti di Mastrapasqua – ha consentito di porre un argine alla conflittualità interna.

Fonti interne raccontano a Linkiesta che i rapporti tra l’ex presidente e i sindacati fossero piuttosto freddi, data la scarsa influenza nella sua nomina rispetto, ad esempio, di Massimo Paci, predecessore del commissario Gian Paolo Sassi, avvocato varesino nominato da Roberto Maroni per difendere lo scalone. Sociologo del lavoro, editorialista de L’Unità e numero uno dell’ente dal ’99 al 2002, Paci era stato di fatto scelto dalla Cgil. Chi ha invece giocato sull’indifferenza di Mastrapasqua per rinsaldare l’asse con i sindacati è stato il direttore Nori, destinato a diventare presidente se il governo Monti non avesse rinnovato il commercialista romano fino al 2014.

Un’altra soluzione sponsorizzata dal collegio sindacale è quella del commissario ad acta, ovvero una figura interna con poteri specifici ma limitati nel tempo alla riorganizzazione interna e al piano industriale. Gli organi di governance dell’Inps ne hanno discusso in questi giorni, ma sembra che nella prima linea della dirigenza nessuno abbia risposto con entusiasmo all’idea di diventare commissario. La carne al fuoco è tanta: dalle gestioni immobiliari della Igei ai generosi appalti, dallo strapotere dei revisori contabili di Kpmg all’evasione contributiva delle divisioni locali (87 miliardi). E per quanto Nori sostenga che il buco Inpdap «è stato ripianato contabilmente con la Legge di Stabilità», secondo la Relazione al previsionale 2014 diffusa nei giorni scorsi l’ente chiuderà l’anno in perdita per 12 miliardi, con una preoccupante erosione del patrimonio netto, negativo per 4 miliardi e mezzo rispetto ai 41,5 milioni del 2009. Numeri preoccupanti anche in vista dei 103 miliardi di euro di residui attivi (entrate iscritte a bilancio ma non ancora riscosse) iscritti nel fondo di svalutazione crediti.

La magia contabile a cui si riferisce Nori ha consentito di non iscrivere a bilancio come debiti le anticipazioni di tesoreria versate dallo Stato per ripianare i contributi evasi dallo Stato stesso nei confronti della Ctps (Cassa dei trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato) e dell’Inpdap dal ’96 in poi, pagando solo la quota della contribuzione a carico del lavoratore (8,75%) e non la quota a loro carico, pari al 24,2 per cento. Risultato? Lo Stato stesso ha dovuto metterci una pezza da 6,8 miliardi di euro. Soldi che rientrano nel novero dei 93 miliardi (nel 2011 erano 83) che la collettività si è dovuta sobbarcare attraverso la Gias (Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali). Sebbene non siano più definibili come debito, quei 93 miliardi sono comunque usciti dalle tasche dei cittadini. 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook