15 Febbraio Feb 2014 0400 15 febbraio 2014

Svizzera-Italia, verità e leggende sui frontalieri

Dopo il referendum contro l’immigrazione

Frontalieri

La coda comincia poco dopo Lugano. Sono le 18 di un mercoledì come tanti e alla frontiera di Ponte Tresa mancano ancora quasi dieci chilometri. C’è tutto il tempo di guardare il cielo scurirsi prima di arrivare dall’altra parte della frontiera. Le macchine, quasi tutte italiane, sono le stesse che alle sette del mattino hanno intasato la parte italiana. I frontalieri italiani in Svizzera sono circa 60mila, divisi in maniera quasi equa tra abitanti delle province di Varese e Como. Dieci anni fa erano 25mila ed erano, come da lunga tradizione, soprattutto lavoratori di aziende svizzere di costruzioni e siderurgia. Oggi sono quadri di banca, informatici, impiegati negli uffici commerciali delle tante multinazionali o piccole aziende di punta che si sono moltiplicate in Ticino come nel resto della Svizzera. Per questo, secondo molte interpretazioni, i cittadini ticinesi hanno cominciato a vivere i frontalieri come un pericolo: persone al loro livello lavorativo hanno cominciato a essere dei veri concorrenti. Con un vantaggio formidabile agli occhi delle aziende: si accontentano di salari molto inferiori a quelli usuali svizzeri, perché concentrano la maggior parte delle spese nell’infinitamente più economica Italia. L’idraulico polacco siamo noi.


La dogana di Ponte Tresa

Gli stranieri tolgono il lavoro, abbassano i salari, rendono il traffico insopportabile, fanno vivere da parassiti i paesi di confine italiani con il meccanismo dei ristorni delle tasse. Soffiando sul fuoco e alimentando queste paure i partiti xenofobi ticinesi – in particolare l’Udc guidato a livello federale da Christoph Blocher e nel cantone da Pierre Rusconi – hanno ottenuto un nettissimo 68% di “sì” all’iniziativa popolare di domenica 9 febbraio, che aveva come titolo, letterale, “Contro l’immigrazione di massa”. Senza avere un effetto immediato sulle leggi, il “sì” impegna il governo federale di Berna a stabilire un tetto per frontalieri, stranieri residenti o richiedenti asilo, dando precedenza alla popolazione svizzera nell’assegnazione dei posti di lavoro. Si chiede quindi di rinegoziare gli accordi bilaterali con l’Ue per la libera circolazione di persone e merci, siglati a partire dal 1999 ed entrati in vigore a partire dal 2002. In Ticino c’è stata l’adesione all’iniziativa popolare – guai a confonderla con il referendum, che è solo abrogativo – più alta in tutta la Svizzera, dove come noto la proposta è passata con il risicato 50,4 per cento. Ma dove si ferma la realtà e dove comincia una visione distorta per motivi politici o per la difesa dello status quo? Abbiamo cercato di mettere alcuni punti fermi girando tra l’alto varesino e il Canton Ticino.


Manifesti dell’Udc a favore dell'iniziativa popolare “Contro l’immigrazione di massa”

La realtà del dumping salariale

Il primo passaggio, obbligato, è a Lavena Ponte Tresa, provincia di Varese, uno dei valichi di frontiera tra l’Italia e la Svizzera più noti. Qui 1.500 persone sui i 5.600 residenti lavorano oltre confine, in pratica uno per famiglia. Gli altri lavoratori hanno comunque a che fare con i dirimpettai elvetici, principali clienti dei circa 250 negozi in città. Dall’altra parte del confine c’è un altro paese chiamato Ponte Tresa. «È l’unico caso al mondo di due paesi con nomi uguali dalle due parti di una frontiera. Ce n’è solo un altro tra due stati degli Usa», ci dice il sindaco, Pietro Vittorio Roncoroni. Classe 1965, informale, in maglione e scarpe da trekking, è nato a Sorengo, Svizzera, e per 15 anni ha fatto il frontaliere, come responsabile del personale di un’impresa edile. «Una vita difficile, esci tutti i giorni alle 7 e torni alla sera, non hai una vera sociale e hai meno diritti di un lavoratore svizzero».


Pietro Vittorio Roncoroni, sindaco di Lavena Ponte Tresa (Va)

Il sindaco conosce la realtà e non la nasconde. «Il dumping salariale è assolutamente un dato di fatto», esordisce. «Ma le regole svizzere le devono fare gli svizzeri, non noi. Perché non intervengono facendo un salario minimo? I contratti collettivi in Svizzera sono solo nel commercio, nell’edilizia e nella siderurgia. Gli altri settori vivono di negoziazione diretta. È questo che crea il dumping salariale. Il frontaliere accetta salari più bassi, ma sarebbe ben contento di vedersi riconosciuta una pari dignità, anche di stipendio».

Un impiegato medio in Svizzera guadagna 5mila franchi al mese, pari a circa 4.100 euro. «Un italiano a cui vengono offerti 2.500 franchi, pari a 2mila euro, accetta», conferma Roberto Cattaneo, responsabile della Uil frontalieri, con sede a Como. «Per esperienza mia – aggiunge – il 90% dei frontalieri oggetti di dumping salariale lavora presso aziende italiane in Svizzera. La responsabilità delle autorità ticinesi è gigantesca, perché il Consiglio di Stato ticinese (il governo cantonale, ndr) ha concesso 4.500 permessi ad aziende italiane, soprattutto commerciali e di servizi, al ritmo di mille all’anno, ma non ha fatto controlli adeguati». Secondo un altro sindacalista, Paolo Lenna del Centro Lavoratori Frontalieri della Cgil di Varese, una parte di responsabilità è anche dell’Inps: il recente passaggio da una indennità di disoccupazione al 50% per un anno (contro l’80% per due anni di cui godono i lavoratori svizzeri) all’attuale Aspi, che prevede un massimo lordo di 1.200, sarebbe da considerare un incentivo al dumping, perché farebbe apparire come molto più appetibile un contratto da 2.500 franchi al mese.


La dogana di Ponte Tresa

L’assenza di controlli è stigmatizzata anche da Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo, nell’ovest della Svizzera: «Le autorità competenti hanno chiuso gli occhi, o perché credevano che il mercato del lavoro si sarebbe autoregolato, o perché temevano una fuga di imprese. La Commissione tripartita e l’ispettorato cantonale del lavoro devono sanzionare le imprese che hanno violato le regole sui salari. Ma spesso questo non è avvenuto e quando avviene la multa è solo di 5.000 franchi, che è un importo ridicolo. Per risultare efficace, questa multa dovrebbe essere di 500.000 franchi e lo Stato dovrebbe impedire alle aziende multate di continuare a lavorare nel Canton Ticino».

Essendo le imprese le altre grandi accusate di approfittare di questi squilibri salariali abbiamo raggiunto il presidente dell’associazione degli industriali ticinesi, la Aiti, Stefano Modenini, a Lugano. Modenini fa anche parte della Commissione tripartita, incaricata di sorvegliare sul fenomeno del dumping. «Vediamo la riduzione dei salari soprattutto sui servizi, mentre nelle industrie il fenomeno è limitato – sottolinea -. Abbiamo trovato irregolarità nei settori dei call center, dell’informativa o del fitness. Quando troviamo delle situazioni irregolari comminiamo le multe. Ora i controlli si concentreranno sulle fiduciarie».


Stefano Modenesi, presidente di Aiti, Associazione degli industriali ticinesi

Salario minimo?

La soluzione al problema del dumping promosso dai principali sindacati svizzeri, Unia e Ocst, è quello di un salario minimo. Nei prossimi mesi ci sarà una nuova consultazione popolare, che proporrà di pagare tutti i lavoratori, qualsiasi sia il loro livello, 4mila franchi al mese, circa 3.200 euro. L’altra strada che il sindacato vorrebbe seguire è quella dei contratti collettivi per categoria, sulla falsa riga di quanto avviene in altri Paesi, tra cui l’Italia. A questa prospettiva gli industriali si oppongono dicendo che le imprese svizzere perderebbero competitività - «potrebbero anche spostarsi in Italia», secondo Modenini – e che paradossalmente il salario minimo potrebbe essere una barriera per la manodopera meno qualificata e per i giovani. «Il 20% della popolazione del Ticino guadagna meno di 4.000 franchi al mese, mentre in tutta la Svizzera è il 9%, dice Modenini, che aggiunge: «non useremo questo argomento, ma i populisti potrebbero dire che mettere un salario minimo da 4.000 franchi potrebbe incentivare la temuta “invasione” di stranieri».

A provare a fare il punto è ancora l’economista Sergio Rossi: «Il salario minimo sarebbe benvenuto – dice -. Ma bisogna fare attenzione: le aziende potrebbero abbassare gli stipendi appena superiori al minimo salariale per compensare l’aumento di quelli inferiori e ciò potrebbe far perdere a queste imprese parte del personale qualificato. Inoltre ci sono attività a basso valore aggiunto, come nel caso delle imprese nel ramo orologiero, i cui lavoratori rischierebbero di vedersi imposto un contratto a tempo parziale per rispettare il salario minimo legale definito per una occupazione a tempo pieno. La mia proposta è di introdurre un salario minimo legale pari al 60% del salario mediano svizzero. Si parla di 3.600 franchi, rispetto a un salario mediano di 6.000 franchi. Tale salario andrebbe poi modulato in funzione dei rami di attività e dell’andamento del progresso tecnico e della produttività».

Il feticcio della disoccupazione

La disoccupazione in Svizzera è in aumento: nel gennaio 2013 è salita al 3,4%, dal 3,3% di gennaio. Un decimo di punto di aumento anche per la disoccupazione per i giovani tra i 15 e i 24 anni, ora al 3,6 per cento. Numeri che devono essere riletti da chi è abituato a una percentuale di giovani senza lavoro del 41%, come ha di recente riportato l’Istat. In Ticino il tasso, uno dei più alti tra i cantoni – è al 5,2%, anche in questo caso in aumento, di due decimi. Pensare che con questi dati ci sia un pericolo di lavoro “rubato” dagli stranieri è quantomeno curioso. «Quello della disoccupazione, a differenza del dumping, è un falso problema – dice il sindaco di Lavena Ponte Tresa, Roncoroni -. Il tasso era al 5% anche 10 anni fa, prima che arrivassero 20mila nuovi frontalieri. Il mercato del lavoro ha assorbito gli ingressi. I populisti sono stati bravi a far credere che l’italiano, rappresentato come topo che si butta sul formaggio svizzero, abbia rubato loro il lavoro, ma non è così». Concorda il presidente degli industriali ticinesi, Modenini: «A metà degli anni ’90 i frontalieri erano 42mila su 170mila posti di lavoro in Ticino. Oggi sono circa 60mila su 200mila posti. La proporzione non è aumentata. Ma attenzione: è cambiato il fatto che buona parte dei posti di lavoro siano andati a stranieri e frontalieri. Questo è il problema, come il fatto che i giovani non trovano lavoro».


Ponte Tresa

Secondo il professor Sergio Rossi l’economia ticinese, al di là delle statistiche, ha dei problemi. «Nel settore finanziario nel 2013 – osserva - sono stati persi un centinaio di posti di lavoro e c’è molta insicurezza, anche in vista dell’accordo sul segreto bancario annunciato per maggio dal ministro (dimissionario, ndr) Saccomanni. Ci sono preoccupazioni anche per i giovani, perché le possibilità di lavoro per loro si sono rarefatte. Molti giovani desiderano lavorare nel settore finanziario, che è appunto in grave difficoltà, o nella pubblica amministrazione, che tuttavia ha avviato un piano di tagli, dato che il disavanzo atteso per il 2014 nel Canton Ticino sarà di circa 150 milioni di franchi. Il gettito fiscale derivante dal settore finanziario si è d’altra parte ridotto a un quarto di quello che era prima della crisi».

Il boomerang della consultazione popolare

Gli ultimi dati economici non destano particolare preoccupazione. Dopo la solida crescita del 2013 (1,9%), il gruppo di esperti della Segreteria di Stato dell’economia si aspetta che il PIL tocchi il 2,3% nel 2014 e il 2,7% nel 2015, con ricadute positive anche sul mercato del lavoro in termini di calo della disoccupazione. Queste prospettive di crescita potrebbero essere compromesse, per paradosso, proprio dalla consultazione popolare appena passata. Secondo gli economisti del Credit Suisse, il Pil della Svizzera potrebbe calare di 1,2 miliardi di franchi o dello 0,3% durante il periodo di transizione di tre anni. L’incertezza legata al risultato del voto potrebbe spingere le imprese ad essere più prudenti nell’assunzione di dipendenti svizzeri e stranieri, precisano gli economisti in una nota. Per quanto riguarda l’impiego, ritengono che durante il periodo di transizione potrebbero essere creati 80mila posti in meno.

Come questo sia possibile lo spiega il presidente degli industriali ticinesi: «Il problema per le aziende è il tempo. Se si reintroducono le quote per gli stranieri, quando si offre un lavoro andranno prima cercati i lavoratori locali; se non si trova nessuno di idoneo bisogna fare una nuova ricerca, tramite annunci sui giornali; infine, solo al passaggio successivo si può fare una ricerca libera. Ma dato che il governo fissa un tetto, per settori e per cantoni, bisognerà vedere se ci siano ancora posti disponibili. Però se un imprenditore ha bisogno di una figura specifica entro due mesi, non può aspettare un anno». Questo sistema era in vigore fino al 2008 e non era nei fatti così rigido. Come spiega il sindaco di Lavena Ponte Tresa, uno dei sistemi più comuni per aggirare la norma era inserire tra le caratteristiche richieste ai lavorati alcune abilità talmente peculiari – come la conoscenza di una lingua rara – che tutti i lavoratori locali venivano esclusi. Per la flessibilità del mercato del lavoro, inoltre, un lavoratore locale inidoneo che fosse stato assunto per un vincolo burocratico, poteva essere licenziato con facilità poco dopo.

L’altro motivo di preoccupazione per le imprese è che nel tempo che ci vorrà perché il governo traduca in legge il mandato popolare, tutto si blocchi. «Per questo – aggiunge Modenini – è necessario che tutto si risolva in fretta: gli investitori faranno i loro calcoli e se non avranno la certezza di avere i lavoratori di cui hanno bisogno bloccheranno gli investimenti. Se però la situazione si risolverà rapidamente, si rassereneranno anche i rapporti con la Ue».

È questo, probabilmente, quello che può fare più male alla Svizzera. Il sistema finanziario è il primo a poter essere colpito, perché sono a rischio i negoziati bilaterali, come quello con l’Italia, che prevede la cancellazione della Svizzera dalla black list in cambio della fine del segreto bancario. La prospettiva di rinegoziare i trattati sulla libera circolazione delle persone e delle merci con l’Ue sta già provocando alcune reazioni europee. «Per ora l’Europa resta ferma – sottolinea Libero D’Agostino, vicedirettore della testata ilcaffè.ch, giornale ticinese che si è schierato contro il referendum -. Ma sta congelando alcune trattative: dopo quella sull’elettricità, ha fatto molto effetto la minaccia dell’esclusione dei giovani svizzeri dal programma Erasmus. Ma a preoccupare di più è la messa in discussione della partecipazione della Svizzera al programma Horizon 2020. Si tratta di un fondo di ricerca europeo che conta investimenti per 80 miliardi di euro. Se si pensa che attualmente in Svizzera la seconda fonte di finanziamento sono i fondi europei, si capisce che l’impatto sarebbe notevole».

Ristorni: comuni frontalieri sotto pressione

Questo aumento di tensione tra Svizzera ed Europa preoccupa non poco i comuni italiani frontalieri. La paura, esplicitata dal sindaco di Lavena Ponte Tresa, è che negli sgarbi reciproci vadano di mezzo i meccanismi del ristorno. Si tratta di una quota delle tasse trattenute alla fonte sulle buste paghe dei lavoratori frontalieri che ai comuni di confine. Per la precisione, il 38,8% di queste tasse viene girato dalla Svizzera a Roma, che poi lo versa ai comuni, quasi due anni dopo rispetto all’anno di riferimento. Ogni anno la cifra è di circa 50 milioni di euro, divisi tra 90 comuni compresi in una fascia di 20 chilometri dal confine. A questi si aggiungono altri 30 comuni: se più del 4% della popolazione di questi paesi lavora in Svizzera, partecipano ai ristorni; altrimenti i soldi vanno alla comunità montana di riferimento e alla provincia. In media ogni frontaliere porta in dote 900 euro ai comuni. A Lavena Ponte Tresa, per esempio, vanno 1,2 milioni, su un bilancio totale di 5-6 milioni di euro. «Se non arrivassero saremmo alla canna del gas, e se anche fossero ridotti, saremmo in grandissima difficoltà – dice il sindaco Roncoroni -. Proprio perché i nostri comuni hanno poche persone che vi lavorano, strumenti alternativi come l’addizionale Irpef sarebbero inutilizzabili». A queste agevolazioni bisogna aggiungere il fatto che i lavoratori di questi paesi si vedono applicare solo la tassazione svizzera, bassa fino al 10-12% (contro il 35-40% di quella italiana), senza contare i generosi assegni familiari.

La prospettiva di un taglio dei ristorni è tutt’altro che pura accademia. Gli esponenti della Lega dei Ticinesi nel governo cantonale hanno annunciato di volerli bloccare, come ritorsione per la non esclusione della Svizzera dalla black list. Un voto di un terzo membro del governo, del partito liberal-democratico, permetterebbe il blocco ed è dato per probabile (sebbene l’ultima parola spetterebbe al governo federale di Berna). Quello dei ristorni è uno dei cavalli di battaglia del movimento leghista d’oltre frontiera. Nati nel 1974 come segnale di equità sociale in una Svizzera in pieno boom economico – che riconosceva ai frontalieri il fatto che usufruivano dei servizi essenziali nei comuni italiani – i ristorni sono stati contestati in Ticino. Sotto accusa, da parte dei leghisti, l’entità giudicata troppo elevata (all’Austria viene riconosciuto per esempio solo il 12%) sia l’utilizzo. I soldi dei ristorni devono essere usati dai comuni per il 70% per opere infrastrutturali e per il 30% per spese correnti a esse legate. Nella vulgata ticinese, invece, questi soldi sono «mangiati» dai politici locali.

A prescindere da tali questioni, secondo l’economista Sergio Rossi, «in tutti i casi si arriverà a una soluzione in cui tutte le imposte si pagano nella nazione in cui si lavora. Ciò non accadrà tuttavia il prossimo anno, ma entro la fine di questo decennio si arriverà a questa soluzione, anche sulla scorta delle discussioni in sede Ocse. Anche perché, sul piano burocratico, il meccanismo dei ristorni è elefantiaco e troppo oneroso da gestire correttamente».

L’economia prealpina e il fantasma della povertà

Se venisse meno lo sfogo del lavoro transfrontaliero, l’economia della parte nord delle province di Varese e Como sarebbe in grave difficoltà. Già oggi i dati sulla disoccupazione e sulla cassa integrazione, sia ordinaria che in deroga, parlano di un boom preoccupante. Quella che un tempo era zona povera e catalogata come depressa, e che dal Dopoguerra ha vissuto una crescita tra le più robuste in Italia, con conseguente alto tenore di vita, rivive i suoi antichi fantasmi.


Cassa integrazione Lombardia

Le fabbriche sono in difficolta. Come spiega Paolo Lenna, della Cgil, relativamente a Varese, c’è stata una moria di aziende tessili, e le industrie metalmeccaniche sono in bilico. La fonderia Ratti di Luino o la Inca di Porto Valtravaglia sono simboli delle difficoltà del settore, mentre le industrie che vanno bene sono poche, come la fonderia Imf di Luino. «Per 5-6 anni il lavoro in Svizzera è stata l’unica possibilità per i giovani varesini e comaschi di avere un lavoro ben remunerato – commentano dalla Camera di Commercio di Varese -, anche se nell’ultimo anno in effetti le opportunità si sono molto ridotte».


Tassi uscita lavoro

Le difficoltà potrebbero accentuarsi se, come pare, nei contingenti per gli stranieri in Svizzera, saranno compresi anche i cosiddetti “padroncini”, ossia gli artigiani italiani – tipicamente mobilieri – che svolgono la maggior parte dei lavori oltre confine. In questi anni hanno potuto muoversi liberamente, ma con il sistema di quote dovrebbero dimostrare che i prodotti da loro venduti non si sarebbero potuti trovare in Svizzera. In tempi di commercio globalizzato e dell’e-commerce senza confini di Amazon, sono ragionamenti che appaiono quanto mai lontani dalla realtà. 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook