1 Marzo Mar 2014 1900 01 marzo 2014

Crimea, l’ombra di Jalta: Putin alla prova di forza

Gli effetti del cambio di governo a Kiev

Crimea 2

La Russia ha deciso di riprendersi il regalo che aveva fatto all’Ucraina nel 1954. Allora Nikita Krushchov, appena succeduto a Josef Stalin, servì su un piatto d’argento la Crimea all’Ucraina nel trecentesimo anniversario degli accordi di Pereyaslav, in cui venne siglata al tempo dello zar Alessio I l’unità tra Russia e Ucraina.

Nell’Urss, allora, il gesto del segretario del Partito comunista, cresciuto politicamente proprio nel Donbass ucraino, ebbe essenzialmente una valenza simbolica, dato che sotto l’ombrello sovietico la distinzione tra una repubblica e l’altra era puramente nominale. Il centralismo di Mosca ebbe però fine con il crollo del comunismo e l’indipendenza degli stati che costituivano l’Unione. Fu già all’inizio degli anni Novanta che tra Kiev, capitale della nuova Ucraina, e la Crimea, iniziarono i primi conflitti.

Nel 1994, quarant’anni dopo il regalo di Krushchov e venti prima dell’arrivo delle truppe di Vladimir Putin, Simferopoli fu a un passo dalla rottura con il potere centrale. Le istanze separatiste, allora supportate meno focosamente di oggi da Mosca (che aveva problemi in casa propria: la Russia usciva dai due colpi di stato nel 1991 e 1993 e aveva alle porte la guerra in Cecenia, che sarebbe partita nel dicembre del 1994), trovarono in Yuri Meshkov un portavoce capace di mettere quasi in scacco Kiev. Lo spettro di una Crimea indipendente si estinse solo quando la nuova costituzione ucraina del 1996 stabilì in maniera definitiva che la penisola sul Mar Nero faceva parte integrante dell’Ucraina. Per quasi due anni, comunque, tra proclamazioni d’indipendenza, referendum mai tenuti, ma senza scontri armati, la Crimea fu al centro di un braccio di ferro che si concluse pacificamente.

I fattori di frizione fra centro e periferia sono però rimasti gli stessi, così come gli interessi della Russia che in quattro lustri è passata dalla debolezza congenita del sistema di Boris Eltsin alla rinnovata forza di quello costruito da Vladimir Putin. La base della flotta russa a Sebastopoli è l’emblema del legame che unisce la Russia al Mar Nero sin dal 1783, quando la Crimea venne annessa all’impero di Caterina II dopo la vittoria sugli ottomani. Non si tratta solo di una questione militare: la base è ancora oggi fondamentale per le operazioni limitate alle sponde del Mar Nero, che comunque è da considerarsi un mare chiuso per uscire dal quale, e addentrarsi nel Mediterraneo, le navi russe devono comunque passare lo stretto dei Dardanelli, controllato dalla Turchia, paese membro della Nato. Sebastopoli è importante, perché è fondamentalmente una città russa che ha sempre vissuto in parallelo con la sua flotta.

Dei circa due milioni abitanti della Crimea (secondo l’ultimo censimento che risale al 2001) i russi costituiscono la maggioranza (circa il 60%), gli ucraini nemmeno un quarto (circa il 24%) e i tatari (minoranza musulmana con un passato turbolento, fatti deportare in massa da Stalin nel 1944, sono tornati a partire dalla fine degli anni Ottanta) poco più di un decimo (12%). Nel passato le tensioni tra nazionalisti russi e tatari sono sfociate in screzi che non sono andati al di là di problemi di ordine pubblico, anche se la rivolta contro Victor Yanukovich, il sanguinoso epilogo conclusosi con la fuga del presidente e l’insediamento a Kiev di un governo in cui sono entrati i nazionalisti antirussi di Svoboda ed è nato sulla spinta dei movimenti radicali come Pravyi Sekton, ha riacceso pericolosamente la miccia. La minoranza tatara, schieratasi apertamente con il governo di Arseni Yatseniuk e contraria a una separazione della Crimea dall’Ucraina, ha trovato come alleati proprio i movimenti ultranazionalisti che da dietro le quinte, come avvenuto sulla Maidan di Kiev, sono abituati a soffiare sul fuoco. 

A Simferopoli la maggioranza politica è chiaramente filorussa e il fatto che il governatore Sergei Aksyonov abbia assunto il potere esecutivo e indetto un referendum sullo status della Crimea per il prossimo 30 marzo, indica che lo scenario è di quello del 1994, mentre questa volta la Russia si è militarmente mossa, rispondendo formalmente alle richieste di appoggio giunte dal Mar Nero (in realtà i gruppi paramilitari che negli scorsi giorni hanno occupato parlamento e aeroporti hanno agito per conto del Cremlino). Per Mosca il gioco è ormai fatto. E il regalo del 1954 di nuovo a casa.

Manifestazione filorussa in Crimea (Foto Getty Images)

Arseni Yatseniuk e il presidente Alexander Turchynov, di fronte al dato compiuto, non hanno in realtà molte alternative, al di là della retorica e degli appelli diplomatici. Sono le stesse che ha la comunità internazionale, che ha assecondato il cambio di regime a Kiev senza calcolarne le conseguenze. Per tre mesi da Mosca sono arrivati gli avvertimenti del rischio che comportava una soluzione delle crisi non condivisa da tutti. L’accordo sottoscritto con Victor Yanukovich il 21 febbraio sotto la supervisione dell’Unione Europea e la firma dei tre ministri degli Esteri di Francia, Germania e Francia è diventato carta straccia dodici ore dopo sotto la spinta estremista di Pravyi Sektor. Il vento anti-russo soffiato dalla Maidan, non è piaciuto non solo a Mosca, ma nemmeno, e prima di tutto, a Simferopoli. 

Ora Kiev, Bruxelles e Washington possono scegliere: o accettare che la Crimea se ne vada per la sua strada, di nuovo nella braccia russe, aspettando un referendum dall’esito scontato, o rispondere militarmente e ingaggiare uno scontro armato. Dato che la seconda ipotesi è quella meno realistica, visto che è improbabile che le truppe ucraine di terra vengano inviate da Kiev o che le navi statunitensi che pattugliano il Mar nero si mettano ad assediare Sebastopoli come fecero quelle tedesche durante la Seconda guerra mondiale, la partita sul campo è a vantaggio di Vladimir Putin. Quali conseguenze si possano avere a livello diplomatico internazionale e soprattutto sulla tenuta interna dell’Ucraina come stato unitario è invece ancora tutto da vedere. 

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