analisi
3 Marzo Mar 2014 1930 03 marzo 2014

L’Occidente sta chiedendo troppo a Putin

Kiev, segnali di distensione verso Mosca

Kirillovsky Putin

Vladimir Putin ha deciso di riportare a casa la Crimea. E poi? La Russia vuole inglobarsi di nuovo tutta l’Ucraina, come ai tempi della vecchia Urss? O solo le regioni orientali, gettando benzina sul fuoco di quel nazionalismo russo che sta esplodendo simmetricamente a quello ucraino, quello che nei tre mesi scorsi ha soffiato così forte da riuscire a spazzare il vecchio presidente Victor Yanukovich? Le opzioni del Cremlino per la gestione della crisi sono diverse e naturalmente dipendono anche da come gli altri attori sulla scacchiera agiranno e re-agiranno ai prossimi sviluppi, in ogni caso non facili da prevedere.

Realisticamente la prima fase di quello che può essere descritto come il conflitto russo-ucraino per la Crimea (nonostante per ora non sia scorso sangue) è conclusa. Con l’occupazione militare della penisola sul Mar Nero e il referendum sull’indipendenza che si terrà il 30 marzo, Simferopoli è ormai avviata a riprendere la strada verso Mosca. La parentesi ucraina è durata sessant’anni, ora inizia un nuovo capitolo. Se a Kiev Arseni Yatseniuk ha affermato che l’Ucraina non cederà mai la Crimea a nessuno, è ovvio che prima o poi anche il premier dovrà guardare in faccia la realtà.

Numerosi sono gli esempi di terra occupata e mai resa: nello spazio postsovietico si può scegliere nel mazzo del Caucaso, tra Abkhazia e Ossezia del sud de jure georgiane, de facto indipendenti, oppure nel Nagorno Karabakh conteso tra Armenia e Azerbaigian, o ancora andare in Moldavia e Transnistria. Ovunque la stessa storia, da oltre vent’anni. La medesima, giusto per fare un altro esempio, della Turchia, che addirittura nel 1974 ha invaso Cipro Nord: da quarant’anni un membro della Nato occupa illegalmente un lembo di un altro Paese, ora entrato per giunta nell’Unione europea, senza che nessuno ci possa far niente.

Così funziona il diritto internazionale che Putin rispetta a corrente alternata anche perché in certe occasioni non è proprio facile da far rispettare. Ecco dunque perché Vladimir Vladimirovich non si preoccupa più di tanto di chi grida alla lesione dell’integrità territoriale dell’Ucraina, tanto più che i russi sono stati accolti a braccia aperte. Se la Crimea può dirsi insomma un capitolo chiuso, il resto è ancora tutto da vedere, anche alla luce di come la comunità internazionale deciderà di intervenire, mantenendo o modificando la propria prospettiva nei confronti del Cremlino.

Le ragioni e le motivazioni della Russia nella crisi ucraina, non condivise sul piano internazionale, sono state completamente ignorate. Washington e Bruxelles si sono schierate durante la protesta contro Victor Yanukovich senza se e senza ma a fianco dell’opposizione, e pazienza se l’accelerazione finale, con il presidente in fuga, è stata data con il contributo decisivo dei gruppi della destra radicale legati a Pravyi Sektor. Il fine giustifica i mezzi.

Per Mosca, l’arrivo di un governo ostile a Kiev, nato a trazione nazionalista e antirussa, e con gli obbiettivi dichiarati di limitare i diritti della minoranza russofona (l’uso ufficiale della lingua russa è stato abolito alla prima seduta del parlamento) e soprattutto di rivedere gli accordi sulla permanenza della flotta russa sul Mar Nero, non poteva che essere insostenibile. Per Vladimir Putin il riflesso sulla Crimea è stato inevitabile e necessario.

È di oggi, 4 marzo, la notizia che il presidente ad interim ucraino Oleksandr Turcinov non approverà la decisione del parlamento ucraino di cancellare la legge del 2012 che consente più di una lingua ufficiale - quindi l’abolizione del russo - finché non ci sarà una nuova legislazione in materia. Primo passo di un governo e di un Occidente che non sembravano finora intenzionati a prestare ascolto alle voci che vengono da Mosca. Un passo tuttavia inevitabile per evitare che la situzione degeneri e per raggiungere una soluzione alla questione Ucraina. Le regioni orientali del Paese sono in preda a fremiti che potrebbero trasformarsi in terremoti e portare alla disgregazione totale.

È interesse di Mosca scatenare una guerra con una nazione considerata sorella, o meglio figlia, dato che la prospettiva è quella della grande madre Russia? Certamente no: un conflitto armato sarebbe disastroso per tutti. Sarebbe favorevole Putin a una divisione del Paese, tra un est filorusso agganciato a Mosca e un ovest europeista da lasciare andare per la sua strada? Teoricamente sì, anche se lo scenario non sarebbe semplicissimo da realizzare, in maniera indolore. E soprattutto è da vedere cosa vorrebbero gli ucraini stessi. Se la Crimea con due milioni di abitanti è un caso scolastico, l’Ucraina con oltre quaranta milioni di cittadini e le loro molteplici divisioni che non possono essere certo rappresentate tracciando una linea di separazione su una carta geografica, è ben altra cosa.

In definitiva, sta a Putin vedere se premere sull’acceleratore e avviarsi verso un futuro pericoloso e pieno di incognite. Oppure tirare il freno e, con la Crimea comunque in tasca, ristabilire il dialogo con Kiev e la comunità internazionale, ben sapendo che con l’Ucraina i rapporti saranno in ogni caso da ricostruire. Il governo ucraino non ha in realtà molte opzioni, se non quella, evitando di lasciare spazio al nazionalismo antirusso, di farsi guidare nella mediazione dall’Occidente, con la speranza che quest’ultimo nel futuro processo di normalizzazione e transizione non continui a ignorare (che non significa accettare per forza) ciò che Mosca ha da dire.  

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