7 Marzo Mar 2014 2100 07 marzo 2014

La Russia è in declino. Kiev è tutto ciò che le resta

Difficile una ritorsione per l’Ucraina

Cremlino

«La Russia è in palese difficoltà, da un punto di vista strategico sta inesorabilmente declinando e – come ha ricordato l’esperto americano Ian Bremmer in un tweet – la totale assenza di alleati di peso rende impossibile il ritorno a uno scenario da guerra fredda. Se si pensa alla situazione di 20 anni fa l’arretramento di Mosca appare evidente», spiega Claudio Neri, direttore scientifico dell’Istituto italiano di studi strategici (Iiss). L’Ucraina è l’ultima rilevante area di influenza diretta che rimane a Mosca ed è comprensibile che di fronte alla cacciata dell’alleato Viktor Yanukovich, ex presidente, il Cremlino studi e metta in atto delle contromosse. Non è però ancora chiaro come potrebbe reagire l’Occidente in tal caso.

Nessuno tra gli analisti, europei ma anche americani, mette in dubbio il fatto che Putin non rinuncerà in nessun caso alla Crimea. Sulla penisola che si stende nel Mar Nero, precisamente a Sebastopoli, Mosca ha situata una delle sue basi navali più importanti. La popolazione è in maggioranza russa – la Crimea è stata Russia dal ‘700 fino a quando nel 1954 Nikita Krushev la regalò a Kiev – e già oggi la regione gode di una forte autonomia da Kiev, avendo lo status di “repubblica autonoma” con un suo parlamento a Simferopoli. Autonomia che potrebbe diventare indipendenza – con successivo riavvicinamento alla madrepatria Russia – se, come appare probabile, il referendum di metà marzo dovesse confermare il distacco dal resto dell’Ucraina e l’adesione alla federazione russa (già votato all’unanimità dal parlamento della Crimea).

«Per quanto riguarda il resto del Paese io non penso che la Russia opterà per un’invasione manu militari. A Mosca non conviene. Si attirerebbe le critiche della comunità internazionale, rischierebbe di subire sanzioni economiche e, soprattutto, è in grado di ottenere lo stesso risultato utilizzando altri mezzi meno appariscenti», prosegue Neri. «Putin può aspirare a riportare l’Ucraina nella propria sfera di influenza anche solo sfruttando la dipendenza economica ed energetica di Kiev da Mosca. Probabilmente si va verso uno “scontro di influenze”, tra Occidente e Russia, sul futuro della politica ucraina». Segnali di questo tipo già si registrano, con – ad esempio - l’Unione europea da un lato che propone un pacchetto di 11 miliardi di aiuti in due anni, e la Russia dall’altro che minaccia di riconsiderare lo sconto del 30% sul costo del gas concesso a Kiev, proprio in cambio della concessione della base navale di Sebastopoli fino al 2042.

Una chiara strategia dell’Occidente per l’area Est dell’Europa non è comunque emersa. «Sicuramente è fallita la precedente politica della “ambiguità strategica” verso i Paesi ex Urss ma non ancora Nato, considerati “partner”, concetto indefinito, nella speranza che questo bastasse a frenare eventuali interventi diretti della Russia. Come si vede una speranza che si è dimostrata vana», dice ancora Neri. «A fronte dell’invasione della Crimea, l’America e l’Europa non avevano l’opzione militare. Né ce l’avrebbero se eventualmente la Russia dovesse invadere l’Ucraina intera. Se però, come penso probabile, Mosca non invaderà, allora si tornerebbe allo scontro di influenze che già era in corso prima delle proteste di Kiev. L’Ucraina non rappresenta un punto di svolta in ottica strategica. Non credo che Usa ed Europa eccederanno nel mortificare la Russia – la cacciata di Yanukovich e il nuovo corso politico a Kiev sono delle vittorie di fatto per l’Occidente – e non vorranno far entrare l’Ucraina nella Nato o nella Ue: si verrebbe a creare un confine caldo e troppo pericoloso. Meglio per tutti – tranne che forse per gli ucraini – che rimanga uno “Stato cuscinetto” tra est e ovest».

Questo non deve far pensare che non siano comunque in atto politiche ostili nei confronti di Mosca. I due pilastri su cui oramai la Russia fonda la propria forza sono da un lato le risorse energetiche e dall’altro le migliaia di testate nucleari ereditate dall’Urss. Per quanto riguarda il primo, da anni gli Stati Uniti portano avanti una politica estera che mira a sottrarre quanti più Stati possibile al ricatto energetico russo, ancora molto forte. Uno dei rari scontri tra l’Italia governata da Berlusconi e l’America governata da Bush Junior fu proprio riguardo alla questione energetica e alla, secondo Washington, “eccessiva dipendenza” dello Stivale dal gas del “amico Putin”.

Circa le armi nucleari sovietiche, fin dal 2009 è stata avviata la realizzazione di uno “scudo missilistico” con basi in est Europa, che dovrebbe essere completato entro il 2018. Formalmente lo “European phased adaptive approach” (Epaa) serve a proteggere l’Europa da eventuali attacchi iraniani, ma in realtà avrebbe le caratteristiche tecniche per neutralizzare la minaccia dei missili nucleari intercontinentali sovietici, alterando definitivamente i rapporti di forza tra le due maggiori potenze atomiche.

I riflessi in Medio oriente e Afghanistan

«Su questi dossier non penso che ci saranno accelerazioni per via dell’Ucraina. Il logoramento della Russia andrà avanti in modo progressivo. Né credo gli Usa faranno ritorsioni sulla Russia su altri tavoli internazionali aperti, in particolare in Medio oriente. Al di là della propaganda, in Siria gli interessi prioritari di Obama e Putin sono coincidenti: entrambi mirano a contenere la diffusione del terrorismo islamico sunnita. Difficilmente l’America accetterà di armare i ribelli – più di quanto già non accada – per danneggiare Assad e il suo alleato-protettore Putin. Il rischio che le armi, in particolare i missili anti-aereo che i Sauditi vorrebbero vendere agli insorti, finiscano nelle mani sbagliate è troppo alto.

Per quanto riguarda l’Iran, la trattativa con gli Usa è già di per sé un atto ostile a Mosca. Se l’America dovesse riuscire a trovare un accordo strategico con Teheran, potendosi disimpegnare da quel fronte, sarebbe negativo per la Russia che invece ha interesse a tenere gli Usa quanto più “impantanati” possibile in Medio Oriente. Anche su questo ambito – dichiara Neri – non penso che la questione ucraina avrà ripercussioni».

Secondo alcuni analisti statunitensi, il Pentagono preme – in via riservata - perché si mantenga una linea moderata sull’Ucraina anche a causa di un altro importante dossier: l’Afghanistan. Le linee di rifornimento americane (Northern distribution network, o Ndn) passano per il territorio russo e, con l’avvicinarsi della primavera e della ripresa dei combattimenti, gli Usa non vogliono mettere a repentaglio gli approvvigionamenti per le proprie truppe.

La Germania guarda verso Est

In un quadro in cui le politiche più ostili a Mosca sono antecedenti alla questione ucraina, e in cui non c’è spazio per ritorsioni particolarmente significative, il tassello dell’Ucraina non sembra dunque avere una forte valenza strategica. «Potrebbe essere importante a livello di percezione. L’Europa e l’America potrebbero finalmente avvertire la necessità di elaborare una nuova strategia per l’area euro-asiatica. In sua assenza ci si espone a diversi rischi. Ad esempio di recente la Germania sembra sempre meno legata all’alleato storico, gli Usa, e sempre più interessata a guardare verso est. Senza scadere nell’allarmismo – conclude Neri – questo è un fenomeno che va sicuramente tenuto sotto stretto controllo, anche visti i precedenti storici».

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