15 Marzo Mar 2014 1330 15 marzo 2014

Gesù lava più bianco... e Bergoglio smacchia tutto

Pamphlet

174888468

È passato un anno da quello che possiamo tranquillamente definire come uno degli eventi meno prevedibili della storia contemporanea: le dimissioni di un papa, Benedetto XVI, e il conseguente passaggio di potere dalle mani di un papa vivo e vegeto a quelle di un altro.

Era la mattina del 28 febbraio 2013, e tutta l'Italia — dai bar ai social network, dalle prime pagine di carta alle home dei quotidiani online — stava ancora commentando i risultati delle elezioni politiche, anche quelle abbastanza storiche, finite in una sostanziale e inedita parità a tre, con il Movimento 5 Stelle inaspettatamente primo partito. In quel clima di stupore generale Roma si svegliò senza Papa.

L'annuncio era stato dato qualche tempo prima, l'11 febbraio e, sulle prime, sembrava una di quelle notizie beffa, che di questi tempi leggiamo con un sorriso sulle pagine di Lercio. Suonava più o meno così: «Papa Benedetto XVI ha annunciato le sue dimissioni».

La reazione dell'opinione pubblica e dei media di tutto il mondo fu pazzesca. Un gesto così eclatante, improvviso, sostanzialmente inaspettato e talmente spiazzante da ribaltare il campo da gioco, si potrebbe definire, mutuando un bel termine dallo scopone scietifico, una «sparigliata», ossia un gesto di rottura capace di invertire la tendenza, una sorta di Ivan il matto — anche se il paragone sottomarino non è forse calzante al 100% — una mossa che nessuno si aspettava e che cambia completamente gli equilibri della partita.

Il risultato è stato a dir poco sconvolgente: un'istituzione come la Chiesa Cattolica, che negli ultimi anni aveva visto il proprio ascendente sul pubblico diminuire vertiginosamente sotto la guida di un papa come Benedetto XVI, la cui immagine dell'austero teologo bavarese negava sostanzialmente quella del suo predecessore, un gentile attore polacco, in pochi mesi assistette a un'inversione di tendenza pressocché totale, tanto da poter sicuramente decretare quella di quest'ultimo Conclave come la scelta più rivoluzionaria e geniale della storia politico sociale degli ultimi secoli, forse di sempre: un'operazione di marketing, a tutti gli effetti, condotta alla perfezione con coraggio.

Gesù lava più bianco, ovvero come la Chiesa inventò il marketing, è un bel libro di Bruno Ballardini, edito per la prima volta da minimumfax nel 2000 e ora ristampato con un aggiornamento proprio sulla storia di papa Bergoglio. È un libro geniale che dimostra come l'intera storia della religione cattolica, o meglio, della Chiesa di Roma non sia altro che la storia di un brand, di una marca, che per sopravvivere e radicarsi ha avuto bisogno di creare un bisogno, di coinvolgere un pubblico, di legarlo a sé, di evolversi, confrontandosi con il mercato e con i concorrenti.

Procedendo come un vero e proprio manuale di marketing aziendale, arricchito da una verve ironica spassosa e molto ficcante, Gesù lava più bianco non dimostra i suoi 15 anni. Quindi, delle due, una: o Bruno Ballardini è stato un veggente, o la sua analisi delle modalità di comunicazione, di diffusione e di mantenimento del potere da parte della Chiesa cattolica ha colto esattamente nel centro. E per quanto Ballardini dimostri ad ogni pagina la sua bravura, grazie al già citato fine umorismo e a una padronanza dei mezzi tecnici che descrive (è pubblicitario e teorico della comunicazione), non ci possono essere dubbi sulla veridicità della seconda opzione, piuttosto che della prima.

Rileggendo Gesù lava più bianco, alla luce di tutto quanto è successo nell'ultimo anno, la domanda che sorge spontanea è la seguente: la scelta da parte del Conclave romano di un papa come Bergoglio — l'unico nella storia a scegliere il nome di un santo rivoluzionario come Francesco — è stata veramente una scelta imprevedibile per la Chiesa? O è stata piuttosto un'abile decisione di marketing, una mossa riflettuta, probabilmente l'unica per sfuggire al destino che l'intera Chiesa pareva essersi cucita addosso con l'arrivo di Ratzinger: l'estinzione.

Se ha ragione Ballardini — e ha ragione — la domanda corretta è ancora la seconda. Quella di Bergoglio non è stata una scelta dettata dal caso o da una mossa disperata da parte di un gruppo di vecchietti che non sapeva più che fare per uscire dal pantano in cui si trovava. La scelta di Bergoglio è stata paragonabile a quella che potrebbe fare un consiglio di amministrazione di un'azienda in crisi che, determinata a rimanere in piedi e, anzi, a rilanciarsi potentemente sul mercato, studia attentamente i desideri del pubblico e i pareri dei propri venditori sul terreno e poi, coraggiosamente, sceglie l'unica strada che glielo permette.

Le ultime statistiche, pubblicate dal Corriere della Sera qualche giorno fa, danno la popolarità di Papa Francesco a dei livelli da nazionale di calcio che ritorna vittoriosa da un mondiale: 9 italiani su 10 hanno molta fiducia nel papa argentino. Il 95 % dei credenti lo adora, il 68 % dei non credenti lo rispetta. Nemmeno Wojtyla, l'attore polacco, seppe arrivare a queste vette di popolarità. Questi sono numeri da rock star.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook