19 Marzo Mar 2014 1245 19 marzo 2014

Veltroni, il cinema e il mito di Berlinguer

Il film girato da Walter Veltroni

Enrico Berlinguer Pci

Se si scrive del film di Walter Veltroni su Enrico Berlinguer, che esce giovedì nelle sale italiane, non si può non scrivere, prima di qualsiasi altra cosa, dell'incredibile capacità mediatica dimostrata ancora una volta dell'ex leader del Pd. Oggi sui giornali c'è la notizia di una anteprima privata in cui Massimo D'Alema ha pianto di commozione prima di partire per un viaggio internazionale, e dopodomani si scriveranno pagine e pagine sull'anteprima-evento di giovedì sera all'auditorium di Roma, alla presenza del capo dello stato, con duemila posti esauriti e ottocento persone in lista d'attesa a caccia dei biglietti, nemmeno fosse una finale di coppa.

La capitale è tappezzata di cartelloni pubblicitari di "Quando c'era Berlinguer", su Sky c'è un bombardamento di spot senza precedenti con frammenti del film, i giornali si riempiono di indiscrezioni e anticipazioni, da mesi il documentario, che è finito da tempo, viene mostrato in proiezioni private, testato, verificato nel dettaglio, fotogramma per fotogramma (ma solo sotto promessa degli interessati di osservare un silenzio rigoroso da segreto industriale).

Una strategia di lancio da Oscar, che però non è estranea al contenuto. Il motivo di tanto clamore, oltre alla nota capacità comunicativa di Veltroni (suo lo slogan indimenticabile "Non si spezza una storia, non si interrompe un'emozione" nella campagna anti-spot ai tempi del Pci) è che l'ex sindaco di Roma ha individuato e colto uno stato d'animo, che di sicuro oggi accomuna il variegato popolo della sinistra - e non solo quello - un sentimento collettivo, un bisogno della figura di Enrico Berlinguer (sia da scoprire che da riscoprire) come bene-rifugio, nel tempo del deserto della politica.

Questo film esce in sala nel trentennale della scomparsa, in un clima del tutto diverso dal decennale del 1994: allora sia Veltroni che Massimo D'Alema dirigenti in ascesa nel Pds post-comunista scrissero un libro sull'ultimo grande leader comunista, duellarono su una interpretazione e su una eredità politica (un Berlinguer più socialdemocratico secondo il D'Alema intervistato dallo storico Paul Ginzborg, più radical Kenendiano nella antologia di Veltroni). Adesso, nel trentennale della scomparsa non è più in gioco una lettura politica, ma una vera e propria mitografia: l'aura di Berlinguer come figura-simbolo e riferimento di una sinistra ideale che non trova più casa tra i partiti che dovrebbero essere eredi di quella tradizione, è cresciuta a dismisura, insieme con la sua trasfigurazione.

Così Veltroni può iniziare il suo film con due trovate d'autore: una di contenuto, e una di regia. La prima è quella di aprire la narrazione con una raffica di interviste a studenti universitari di oggi mostrando abissi di non conoscenza della storia contemporanea - ne cito un paio per tutti - del tipo, "Credo che fosse un leader di destra, ma di estrema destra", oppure il sublime: "C'entra con l'Unione europea. Nordcorea, vero?". La seconda è la sequenza quasi metafisica in cui le riproduzioni dell'edizione straordinaria dell'Unita dedicata alla morte di Berlinguer turbinano nella piazza che fu il teatro del più grande funerale collettivo della storia italiana, San Giovanni, si sollevano nell'aria fino ad incastonarsi con le riprese aeree d'epoca, quelle della telecronaca RAI eseguita dall'inossidabile di Bruno Vespa. Una tempesta di carta, di memoria, ma anche di fantasmi che raccontano poeticamente un sentimento di assenza. 

Poi il racconto inizia con un'altra intuizione "morettiana", un filmino in Super8 girato dallo stesso Veltroni da ragazzo, durante un corteo della Fgci: "Quel giorno c'eravamo tutti..." e via fotogrammi preziosi come reperti, con il giovane Giuliano Ferrara, Ferdinando Adornato, la leva calcistica delle federazione giovanile romana del biennio d'oro 1974-1976 che all'epoca dialogava con Pierpaolo Pasolini, e che poi sarebbe entrata - sia a destra che a sinistra - nella stanza dei bottoni. A parte il fatto che il cine-reperto è ghiottissimo - proprio come i frammenti inseriti da Nanni Moretti ne La cosa - non si tratta di un amarcord gratuito, ma della fotografia di una generazione che si formó politicamente proprio nella prima grande stagione berlingueriana, quella della grande avanzata del 1975-1976. I giornali turbinanti che affollano la piazza e la storia come una traccia visiva e simbolica, il filmino come un reperto di connessione alla memoria privata.

Era difficile riuscire a costruire un percorso inedito in un archivio sterminato, ma anche molto arato, come quello che riguarda Berlinguer, su cui a ondate cicliche si sono affollati molti documentari (cito quello di Ansano Giannarelli, "Berlinguer, la sua stagione") e tanti saggi biografici (fra cui il famoso librone rosso stampato nel 1984 dal Pci). Veltroni ci è riuscito con un lavoro certosino, alternando nuove testimonianze, documenti inediti e l'antologia imprescindibile di quello che non si può non conoscere del segretario comunista: la celebre intervista di Giovanni Minoli a Mixer ("Non mi piace quando dicono che sono triste ... Eh eh eh... Perché non è vero"), i discorsi da Botteghe Oscure dopo la vittoria, lo strappo al congresso del Pcus di Mosca ("Per noi comunisti italiani la democrazia è un valore universale"), il Berlinguer preso in braccio da Roberto Benigni, quello che va a parlare davanti ai cancelli della Fiat, l'ultimo drammatico comizio di Padova.

Ma ci sono anche testimonianze di costume televisivo che dicono molto più oggi di quanto non dicessero allora, come il meraviglioso personaggio di Maurizio Ferrini, l'ultra-comunista romagnolo ortodosso inventato dalla banda di Renzo Arbore, testimonianza di una antropologia oggi estinta, che con il filtro degli anni appare nella sua struggente poesia, come un fossile sopravvissuto ad un'era glaciale. Oppure un'altra perla: il virtuosistico monologo di Gigi Proietti tratto dalla campagna per il referendum sul divorzio del 1974. funziona l'idea di ricostruire l'età berlingueriana attraverso tutti questi elementi apparentemente di contorno. Veltroni intervista testimoni disparati eppure efficacissimi, da Gorbaciov a un sorprendente Lorenzo Jovanotti, al l'apparentamente laterale ex dirigente socialista Claudio Signorile, che però rivela come fosse pronto l'ingresso di alcuni ministro comunisti, nel 1978, se non ci fosse stato il rapimento di Aldo Moro. Altra testimonianze chiave: quella dell'ex responsabile della vigilanza di Botteghe Oscure, Alberto Menichelli (che rivela come Marco Berlinguer si oppose alla visita di Bettino Craxi al capezzale del padre, dopo i fischi al congresso di Verona di pochi mesi prima). Perfetta è l'idea di raccontare l'inimicizia politica tra Craxi e Berlinguer attraverso una sequenza fotografica di quei giorni.

Il sottofinale del film, invece, è un'altra chicca: lo spezzone di un backstage girato durante una riunione dei registi comunisti che confezionarono il documentario sui funerali di Berlinguer (impresa del cui lo stesso Veltroni fu animatore da responsabile stampa e propaganda del Pci). Un frammento corale, divertente, ma per certi versi commovente, perché fotografa un sentimento di coralità oggi scomparso. Il cinema che racconta il cinema, il making off del cinema, che racconta il cinema comunista, anche lui estinto. Ma che emozione il picchetto d'onore con Marcello Matroianni - fra gli altri - nel funerale di San Giovanni. Berlinguer come sinonimo di comunismo in Italia, dice Jovanotti, e anche come bella faccia che trasmetteva fiducia: in mezzo a tante interviste, è una delle sintesi più efficaci. La morte di Berlinguer come morte del comunismo, dicono Giorgio Napolitano e altri, e certifica Veltroni. I quarantenni come eredi inadeguati, dice Aldo Tortorella, e Veltroni inserisce quasi per ratificare. Perché se con Berlinguer finisce il comunismo italiano, con i suoi eredi si estingue il postcomunismo (come non pensare alla nemesi di Matteo Renzi?).

Se mi soffermo su tutti questi dettagli è per spiegare quante anime e quanti rivoli di storia ci siamo nella storia del berlinguerismo, e come Veltroni sia andato a inseguirli uno per uno. Ma oltre all'amarcord inevitabile, e una dose fisiologica di nostalgia (il film contrariamente a quanto scritto da qualcuno non indugia, anzi, mantiene un tono volutamente controllato), Veltroni sceglie anche una interpretazione politica forte: per lui la vera stagione politica del segretario comunista si chiude con il sequestro e il martirio di Aldo Moro: "A via Fani e a via Caetani Berlinguer - dice - è morto la prima volta" (la seconda ovviamente a Padova). È una lettura che con modi e accenti diversi affiora in molti ex dirigenti del Pci che poi sono diventati leader del Pds e dei Ds, poi, da D'Alema a Piero Fassino (che lo ha scritto con in riferimento volgare alla morte nella sua autobiografia, "Per passione"). Ed è invece l'unica lettura che nel mio piccolo non posso condividere, non solo per anagrafe, facendo parte dell'ultima generazione che ha fatto in tempo a formarsi nel Pci. In primo luogo perché  - giusto o sbagliato - il Berlinguer che è rimasto nella memoria collettiva, soprattutto dei più giovani, non è solo quello del compromesso storico, ma anche quello della questione morale, della pace, dell'alternativa, anche quello della battaglia ai cancelli della Fiat (che Veltroni considera testimoniale, forse nobilmente, ma probabilmente, come fa capire, anche sbagliata).

Secondo l'ex sindaco di Roma, insomma, c'è stato un Berlinguer politicamente innovatore e vincente (fermato solo dall'omicidio politico) che finisce la sua stagione nel 1978, e uno che per quasi dieci anni, dal 1978 al 1984, perde, ma sceglie di rassicurare la base, con un senso quasi paterno. Forse il paradosso è tutto qui, e il bello del film di Veltroni è che pur sostenendo questa tesi lascia la libertà a ognuno di ritrovarsi il "suo" Berlinguer nel documentario. La storia dell'ultimo vero leader comunista dimostra che si può lasciare un segno anche quando apparentemente non si vince. Che la denuncia dell'intervista sulla questione morale a Scalfari fu considerata un "errore politico" (ad esempio da un compagno e avversario leale dell'epoca come Napolitano), ma che conteneva elementi di analisi quasi profetica persino sull'Italia che Berlinguer non avrebbe visto, quella delle miserabili Tangentopoli regionali (e non) di oggi. Forse bisognerebbe girare un sequel per spiegare che i Berlinguer importanti sono almeno due, e che entrambi hanno regalato una lezione alla politica italiana, e fra questi c'è il Berlinguer cantato da Giorgio Gaber in "Qualcuno era comunista", amato da molti ex ragazzi che nel 1977 lo contestavano, e da molti moderati che nel 1981 non lo votavano: ma questo è già un altro, un film abusivo, il mio. Un "Berlinguer unplugged" che solo il grande racconto, e la reinvenzione di Veltroni rendono possibile.

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