24 Marzo Mar 2014 1115 24 marzo 2014

Il vero motivo per cui il Front National vince

Le elezioni amministrative in Francia

480222443

Il successo del Front national in Francia ci dice una cosa a cui non siamo abituati: la Francia questa volta non è in anticipo, ma piuttosto in ritardo di vent’anni sull'Italia. Quello che sta accadendo a Parigi, e in tutta la Francia, con la vittoria dell’ultradestra, non è un segnale premonitore, ma la coda di un processo di sdoganamento dell’ala più radicale dello schieramento politico che da noi si è celebrato vent’anni fa, nel 1994, dopo la prima grande vittoria di Gianfranco Fini (anche se apparentemente era una sconfitta). Il punto di svolta fu il celebre discorso di Casalecchio sul Reno - anche allora si trattava di municipali - in cui Silvio Berlusconi incoronò l’allora leader del Movimento sociale con una celebre frase: «Se votassi a Roma voterei Fini». 

Non tutti ricordano che in quelle elezioni del 1993, Fini raggiunse il 47%, a Roma, avendo ancora sulle schede elettorali il simbolo con la fiamma tricolore, lo stesso che era stato ceduto in usufrutto, con una solenne cerimonia, al Front National di Jean-Marie Le Pen da Giorgio Almirante.

Ricordo ancora il giorno in cui andai a intervistare Marine Le Pen nella sede del fronte nazionale nella periferia di Parigi in occasione delle ultime elezioni politiche, nel 2009: la pregiudiziale antifascista, Oltralpe era ancora così forte, persino nell’informazione, che alcuni colleghi della stampa francese si stupivano nell’apprendere che un quotidiano come Il Fatto (per cui scrivevo allora) potesse pensare di mettere in pagina una intervista alla leader dell’ultradestra francese. Esattamente com’era accaduto in Italia, la barriera di embargo verso il Front national è caduta: prima fra gli elettori, e poi nei media. Nell’anno in cui Jean-Marie Le Pen arrivò fino a sfidare al ballottaggio Jacques Chirac, dopo aver sorpassato Lionel Jospin, il Front era considerato a tutti gli effetti una forza politica di appestati: un lungo corteo di sindacati, per il primo maggio, sfiló lungo le vie di Parigi, mettendo insieme tutte le forze politiche contro quello che veniva definito “un pericolo per la democrazia”.

E la manifestazione di Le Pen, che il giorno dopo celebrava la sua Giovanna d’Arco nazionalista, si svolse quasi in stato d’assedio: quel Front national, aveva come immagine il sorriso affilato del suo leader e i volti antichi dei suoi ex commilitoni, dei dirigenti cresciuti dentro il ghetto di una politica che non aveva nessuna speranza di vittoria, se non nella testimonianza. La sera del ballottaggio (che ovviamente Le Pen padre perse) nel quartier generale del Front, fece la sua comparsa, come una regina designata, Marine: era la prima volta che appariva in pubblico, avendo sulle spalle i gradi di una investitura alla leadership, faceva gli onori di casa, sembrava la vestale del padre.

Ma dal momento della staffetta in poi, da quando ha preso il posto del padre, nulla è stato più come prima: Marine Le Pen ha ripudiato le posizioni più xenofobe, ha assunto un capo staff che veniva dal partito socialista, ha sposato posizioni parzialmente avanzate sui diritti civili, ha cambiato la lingua politica del Front national, sia pure nella continuità, spostandola dalla demagogia anti-immigrati, alle campagne anti euro. Ricordo il giorno in cui andai a sentirla parlare, a Marsiglia, nel 2012, durante la campagna per le presidenziali: un comizio affollato, in cui il grosso della platea era composto da elettori ultrapopolari, molti delusi dalla sinistra istituzionale, magari incerti se votare il Front nazional o il neonato Front de gauche. La classe dirigente del partito era tutta rinnovata, in prima fila non c’erano più i vecchi dirigenti con la reducistica benda sull’occhio, i sessantenni reazionari, quelli che inneggiavano ancora alla guerra d’Algeria. In fronte aveva ridisegnato suo simbolo, la fiamma che era fotocopia del Movimento sociale si era evoluta in due lame stilizzate che si incastravano l’una nell’altra: la mutazione del Dna era avvenuta, e adesso Marine - senza strappi traumatici - e con un gruppo dirigente molto più giovane di lei, puntava al governo del Paese, e alla conquista della maggioranza degli elettori. Non più candidata al ghetto ma al governo.

Baromètre 2014 d'image du Front national pubblicato da TNS_Sofres

L’ultimo tassello che ha reso possibile lo sfondamento, però, è stato il crollo del Partito socialista: nelle elezioni presidenziali, a contenere un’avanzata che era già nelle cose, c’era stata la cosa migliore che François Hollande avesse fatto in vita sua, ovvero una campagna elettorale tutta puntata verso l’elettorato di sinistra, incentrata sulla proposta di una super tassazione per i più ricchi, sulla centralità della scuola pubblica, sul rifiuto delle politiche di austerità

Mentre il Partito democratico di Pierluigi Bersani in Italia, crollava nelle urne, dopo aver dominato dei sondaggi, al termine di una campagna elettorale moderatissima, Hollande vinceva in Francia spostandosi a sinistra: un piccolo miracolo di propaganda, che mi fu spiegato dal regista della campagna elettorale del Ps, con un meraviglioso neologismo francese: “Pas de zig-zager!”. Che vorrebbe dire, più o meno, non andare mai a ziga-zag. Invece, dopo aver tenuto la barra dritta tra il primo e secondo turno, dopo aver stupito tutti, aprendo la campagna del ballottaggio parlando del voto agli immigrati, Hollande ha smarrito se stesso, ha incominciato a sbandare, prima da una parte, poi dall’altra, senza rispettare una delle promesse forti del suo mandato. I consensi che il presidente ha perso si sono trasferiti sul nuovo Front, post ideologico, un partito capace di attrarre, malgrado le invettive e le demonizzazioni, molti voti provenienti dagli ambienti sociali più disparati, dagli ex figli delle colonie, dai giovani meticci delle banlieu, fino alla piccola borghesia francese.

Il voto nelle amministrative francesi, ci dice dunque che in Francia lo sdoganamento avviene adesso con vent’anni di ritardo rispetto all’Italia, tutto ad un tratto, dopo una decennale preparazione: ma anche che l’ondata della rabbia, nei paesi dell’Europa latina, continua a crescere, malgrado i tentativi di pompieraggio. Siamo stati precursori, ma adesso potremmo tornare ad essere emuli: la Fiamma tricolore che ha bruciato nelle urne delle municipali francesi, la rabbia contro le politiche di austerità, il rifiuto dei vincoli europei, potrebbe essere il combustibile anche per le elezioni che si svolgeranno per eleggere il nuovo parlamento di Strasburgo. Il primo che si infila sulla scia di Marine - a destra o a sinistra - può vincere.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook