25 Marzo Mar 2014 1000 25 marzo 2014

Maker, i vecchi artigiani si avvicinano al digitale

IMPRESE E ARTIGIANI DIGITALI

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Li chiamano “smanettoni” e stanno crescendo: sono i maker, i nuovi artigiani (digitali). Il 21 marzo a Tradate, Varese, per loro è stato inauguarato lo spazio “FaberLab” (da “Homo faber”, l’uomo in grado di costruire la realità in cui vive), promosso da Confartigianato Imprese Varese. Una officina digitale, un luogo di lavoro aperto a tutti, dove imparare a costruire progetti e toccare con mano l’innovazione: a disposizione di chi volesse provare, sono disponibili strumenti all’avanguardia come stampati 3D, laser cutter e scanner 3D. Nuove tecnologie che si ripromettono di cambiare il mercato del lavoro per come lo conosciamo oggi.

All’inaugurazione erano presenti giovani studenti, hobbisti e semplici cittadini ma, soprattutto, imprese. È questa la novità. Se fino a poco tempo fa il movimento dei maker sembrava interessare perlopiù singoli appassionati – che tutt’oggi costituiscono buona parte della comunità – ora si comincia a riscontrare un forte interesse anche da parte  di imprenditori, artigiani professionisti e uomini d’azienda. «In questi anni ho imparato che ci sono due mondi, quello del sapere antico e quello del sapere digitale, che non si sono mai parlati e che si sentono agli antipodi», dice Riccardo Pietro Visentin, ex orafo e ora consulente e imprenditore di se stesso. «Un artigiano guarda ancora al prodotto fatto al computer come a qualcosa che non gli appartiene». Così, aggiunge, «lavoro da dieci anni con la tecnologia 3D e per me che vengo dal mondo tradizionale è un bel traguardo. Ho finalmente capito che la presunta incompatibilità tra questi due mondi è in realtà un falso problema poiché il digitale è di per sé un utensile: quando devo arrotondare uno spigolo lo faccio con un comando da tastiera, ma seguirei lo stesso procedimento logico con una lima o un seghetto. Ciò che cambia sono però i tempi e i costi, notevolmente ridotti con l’utilizzo del digitale».

I vantaggi delle nuove tecnologie sono diversi, dall’ottimizzazione del processo di prototipazione, alla diversificazione del prodotto, e interessano tutti i settori produttivi. Ne è convinto Giuseppe La Cognata, a capo di un’impresa manifatturiera di sei persone che negli ultimi anni ha investito molto in macchinari. «Viviamo una situazione di mercato in cui i pagamenti sono lunghi e le aziende più a rischio sono proprio quelle che diversificano poco i loro prodotti, perché si ritrovano con tanti dipendenti ma pochi clienti. Diversificare serve per aumentare la propria capacità contrattuale; non bisogna accettare una commessa a qualsiasi prezzo, e per farlo serve avere tante opzioni». Agli imprenditori è poi chiaro quanto possa essere importante in termini di costi riuscire a progettare e valutare i prodotti in maniera più precisa e performante. «Se produco un oggetto e il mercato me lo rifiuta, io ho sprecato molti soldi (a volte centinaia di migliaia di euro) perché ho investito in stampe e altri strumenti, ma tutto questo si può ottimizzare perché grazie alla progettazione e stampa 3D, e alla virtual reality, ovvero poter vedere gli oggetti tridimensionali, prima di mandarli in produzione, posso fare dei test del prodotto per valutare e capire quale può essere l’orientamento del mercato». Come insegna Chris Anderson, padre della teoria della “coda lunga”, oggi il sistema standardizzato tipico della fabbrica fordista è in crisi e all’azienda non conviene più costruire migliaia di prodotti uguali per un mercato di massa, ma al contrario bisogna personalizzare il singolo prodotto per ogni cliente. È questa la filosofia dei maker che, in pieno spirito artigiano, grazie a strumenti come le stampanti 3D, sono in grado di costruire nuovi prodotti fatti su misura per le loro esigenze. 

Ma non solo: «Per un imprenditore la formazione continua è la giusta “condanna”», dice La Cognata. «Da qualche anno oramai anche i costruttori di macchine e impianti stanno costringendo gli uffici tecnici a disegnare in 3D. Questo comporta che anche noi terzisti dobbiamo saperci adeguare, per accelerare la tempistica di sviluppo dei progetti. Io per primo ho bisogno di capire come funziona il 3D, ancor prima di investire su altre persone».

È quello che pensa anche Davide Macchi, proprietario di un azienda di quattro dipendenti che fa installazioni elettriche: «Vorrei inserire una nuova risorsa nella mia impresa, ma prima di assumere e formare una persona voglio capire quali applicazioni potrei fare con queste tecnologie. Voglio capire come il mondo dei maker e del digitale può essere utile alla mia attività».

Formarsi per capire, dunque. Gli imprenditori sono ancora cauti. È prima di tutto la curiosità che li spinge a visitare il FaberLab di Tradate. Ma anche la consapevolezza che la comunità dei maker - così come nel passato lo erano gli appassionati del “fai da te” - è potenzialmente un vero e proprio pozzo di idee. Secondo Stefano Comida, imprenditore nel campo degli infissi «Lo scopo è quello di intercettare dei progetti per migliorarli». Comida racconta anche come sia riuscito a costruire una stampante 3D partendo da zero ma che, nonostante la sua passione e l’interesse verso la realtà dei maker, ci siano nel suo lavoro dei problemi strutturali: «C’è gente che pensa che io mi stampi da solo gli infissi per le finestre, ma è  impossibile perché tutti i prodotti che uso sono certificati, per questo penso di utilizzare la stampante 3D per “prototipare” nuovi prodotti, e non per produrre pezzi specifici per la mia attività».

Al FaberLab di Tradate non si è parlato solo di 3D. In collaborazione con Officine Arduino, la Confartigianato ha presentato Arduino, la scheda elettronica - italianissima e open source - capace di comunicare con altri dispositivi e di controllarli grazie a un (relativamente) semplice linguaggio di programmazione. Le applicazioni sono molteplici. Alcuni esempi? Una pianta che avvisa il suo proprietario con un tweet (grazie a sensori per l’umidità) quando ha bisogno di essere innaffiata, oppure una borsa che cambia colore a seconda dell’indumento indossato, o ancora un sistema anti paparazzi che brucia le foto dei giornalisti indiscreti attraverso un flash di luce usato come scudo protettore. Gli imprenditori – e non solo loro in questo caso – vedono grandi risparmi nel gestire la propria impresa, ad esempio accendendo o spegnendo i propri macchinari con un semplice sms da remoto. Sembra fantascienza ma non è così. Molti imprenditori sembrano ormai decisi a implementare sistemi di questo tipo: «Utili per chi fa automazione, come per la chiusura di tapparelle, o l’apertura automatica di persiane, porte ecc.. Per chi lavora nel campo della domotica l’intenzione è proporre al cliente delle soluzioni all’avanguardia e competitive economicamente con i sistemi tradizionali».

Cecilia Monti, praticante avvocato, vorrebbe addirittura digitalizzare i tribunali: «Per essere ricevuti dal giudice bisogna fare delle code infinite. Magari hai udienza alle 9 del mattino ma sei costretto ad aspettare fino alle 2 del pomeriggio. Se ci fossero computer nel tribunale ai quali potersi registrare con il telefonino, potrei assentarmi per lavorare o fare delle commissioni e tornare solo quando tocca a me».

Certo ci si chiede se la possibilità di realizzare artigianalmente un prodotto possa essere considerato un pericolo per le imprese che, però, non sembrano preoccuparsene particolarmente. «Bisogna trasformare i pericoli in opportunità. La qualità del “fai da te” difficilmente potrà competere con prodotti di professionisti».

«La rete dei maker è molto importante perché fa sì che avvenga un cambio culturale. Spinge i giovani ad appassionarsi al mondo del manifatturiero e li obbliga a usare la testa». C’è la voglia di conoscere e soprattutto farsi contaminare da realtà diverse: l’imprenditore con il giovane, lo studente con il professore. Fare rete e cooperare potrebbe essere la giusta risposta alla crisi: in attesa di capire come riuscire a trasformare tutto questo in business, da qualche tempo anche le imprese sembrano decise a cambiare. La loro presenza al FaberLab di Tradate ne è la prova.

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