Giornalismo e paywall
31 Marzo Mar 2014 0100 31 marzo 2014

I pani e i pesci del New York Times

I pani e i pesci del New York Times

Nytimes Hq

Anche il New York Times ha il suo muro. Non divide la testata in due parti come Berlino durante la Guerra Fredda, ma separa il giornale dal raggiungimento di obiettivi di fatturato più alti di quelli già raggiunti tramite la sottoscrizione di abbonamenti online. I segnali di flessione nel successo nella politica di vendita del quotidiano avevano cominciato a delinearsi un anno fa, e fin da allora l’editore aveva promesso lo sviluppo di nuovi servizi da proporre ai clienti con una nuova tabella di prezzi. L’impegno è stato mantenuto e il prossimo 2 aprile saranno proposti due prodotti per l’ambiente digitale.

Il primo è un’app per dispositivi Apple, che per 2 dollari alla settimana dispensa informazioni in una sorta di curation realizzata a mano. NYT Now consegna da trenta a cinquanta articoli selezionati da Cliff Levy, due volte vincitore del Premio Pulitzer, con la collaborazione di un team che accoglie altri dieci editor. In altre parole, il servizio filtra una selezione delle notizie che compaiono sul giornale e su altre testate prestigiose, tra cui Wired, Reuters, Re/code, CNBC, The Guardian, Forbes, e le consegna sullo smartphone o sul tablet del cliente suggerendo che i suoi interessi personali dovrebbero abbracciare almeno questo elenco di top news.

Ken Doctor sottolinea la continuità tra l’esperienza di Cliff Levy come curatore del servizio New York Today e l’impostazione che è stata impressa al nuovo prodotto per mobile: la sua ammirazione è rivolta in particolare alle due rubriche di briefing quotidiane, una il mattino e una la sera. Se il giornalismo deve essere la preghiera del laico, Doctor qui trova una ragione per profondere tutta la sua devozione. Per di più l’atto di contrizione richiede davvero poco tempo, perché Levy si è pur meritato i suoi due premi Pulitzer, e tra i talenti che glieli hanno procurati c’è il dono della sintesi: in due o tre paragrafi riassume tutto quello che occorre sapere sulla giornata trascorsa, o tutto quello che ci si deve attendere da quella che sta per cominciare.

Il secondo punto di accesso per l’incremento del fatturato del New York Times proviene da una soluzione etichettata Times Premier. Il costo è di 45 dollari la settimana in cambio di un lasciapassare verso tutto ciò che vi è di accessibile e di inaccessibile nel giornale. Oltre a tutte le versioni cartacee e digitali del quotidiano il pacchetto include l’intero archivio dei video con le interviste realizzate dagli inviati della testata con le maggiori personalità della politica, dell’arte e della moda; cruciverba esclusivi per i lettori (così tengono in esercizio il dizionario, la prudenza con l’upper class del pubblico colto americano non è mai troppa); due libri della sezione TBooks, compilati con una selezione degli articoli del mese; l’estensione della lettura agli altri membri della famiglia. Ma soprattutto, la possibilità di partecipare alla Comunione dei Santi che si celebra con Times Insider, la rubrica che accompagna dietro la quinte del giornale e mostra la redazione all’opera, mentre creates the world’s most compelling and comprehensive journalism («crea il giornalismo più convincente e completo del mondo»). Certo, «partecipare» è una parola grossa, perché il pubblico può solo contemplare senza creare assolutamente nulla – se non la crescita del fatturato di questo paradiso dell’informazione. Non vi tremano già i polsi nel fremito di poter acquistare l’abbonamento dal 2 aprile?

A me no. E nemmeno a Mathew Ingram, che confessa il suo scetticismo su questa operazione con una domanda tagliente: in quanti modi si può affettare lo stesso pane? Il New York Times sta frammentando e rietichettando gli stessi contenuti infinite volte, nel tentativo di inscatolare la stessa produzione in un set fin troppo vario di confezioni nella speranza di passare dalla creazione del giornalismo più sublime dell’universo alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Se credi di essere Dio, già che hai fatto trenta fai anche trentuno.

Gli stessi articoli vengono prospettati in Times Insider, pubblicati sul giornale cartaceo e proposti nelle app, rieditati sul sito, riselezionati e riassunti in NYT Now, poi reimpaginati nei libri di TBooks (e possibilmente citati nei cruciverba). Quante volte un lettore dovrebbe tornare a comprare lo stesso materiale? La crisi sembra essere in grado di frastornare anche gli inquilini del pantheon del giornalismo, oppure li ha trasformati in maghi del marketing a loro insaputa. Sarebbe comunque un brutto risultato per chi si attribuisce l’affitto dell’Olimpo dell’informazione.

Il baricentro dell’obiezione di Ingram è che il NYT abbia fallito l’occasione di cercare un rapporto personale – e personalizzato – con i suoi lettori. È difficile non essere d’accordo con questa constatazione. Il progetto di una curation universale è contraddittorio in se stesso: il senso di questo servizio infatti non è quello di imporre a tutti le stesse informazioni, ma quello di consegnare a ciascuno i contenuti corrispondenti ai suoi interessi. Lo insegnano Google e Facebook; ma lo insegnava anche Eli Pariser, che si è allontanato dalla comunità dei blogger del NYT per aprire la sua testata, Upworthy – quella che con solo 225 articoli pubblicati a novembre 2013 ha intercettato tre volte il numero dei lettori della migliore redazione del mondo.

Pariser conosce molte storie sulla filter bubble in cui i meccanismi di personalizzazione rinchiudono gli utenti internet in un mondo che è la camera dell’eco dei loro pregiudizi e dei loro punti di vista. Ma esistono anche bolle che rinchiudono le persone nei preconcetti del mondo in cui vivono e lavorano, senza nessuna collaborazione da parte di Google e Facebook: questa volta sembra che sia capitato al 620 dell’Ottava Strada, nel Midtown di Manhattan.

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