31 Marzo Mar 2014 0845 31 marzo 2014

La complessa genesi del filmone biblico di Aronofsky

Dal Cigno Nero alla Bibbia

Noah Arca Aronofsky

Noah, il nuovo film di Darren Aronofsky (regista, tra gli altri, di The Wrestler e Il cigno nero) uscirà in Italia il 10 aprile. Nelle ultime settimane, però, Aronofsky ha raccontato che abbiamo rischiato di vedere al cinema una versione del film molto diversa da quella che aveva in mente lui.

Cosa è successo? È successo che Paramount Pictures, la casa di produzione dietro al film, voleva che Noah doppiasse il successo de La passione di Cristo di Mel Gibson, che nel 2004 è finito per incassare più di 600 miliardi di dollari in tutto il mondo. Per farlo, era necessario convincere la fetta di pubblico che già aveva deciso il trionfo de La passione di Cristo a tornare in massa al cinema: i cristiani.

La cosa è andata così: lo scorso agosto, Paramount ha testato una versione ancora grezza del film di Aronofsky su un numero ristretto di spettatori credenti, senza però raccogliere i grandi entusiasmi sperati. 
Per ottenere i 130 milioni di dollari necessari per girare il film (come confronto, Hunger game: la ragazza di fuoco è costato più o meno la stessa cifra), Aronofsky ha dovuto lasciare a Paramount quello che in gergo tecnico si chiama final cut. Ovvero, l'ultima parola sulla versione che gli spettatori vedranno. E Paramount ha decisamente approfittato dell'opportunità.

Dopo il test negativo della versione di Aronofsky, la casa di produzione ne ha preparate e testate almeno altre quattro, tutte pensate appositamente per trovare il consenso del pubblico religioso. Una di queste, si racconta in un profilo del regista sul New Yorker, era «ottantasei minuti di beatitudine che iniziano con un montaggio di immagini religiose e finiscono con una canzone di rock cristiano [...]».

Nessuna delle versioni di Paramount, però, ha ottenuto nei test dei risultai migliori di quella di Aronofsky. Alcune sono andate persino peggio. E, alla fine, la casa di produzione si è arresa: la versione che vedremo al cinema sarà quella che aveva in mente Aronofsky fin dall'inizio. Sempre sul New Yorker, il regista racconta che «il processo è stato orribile, ma sfido a trovare un altro film con un budget superiore ai cento milioni di dollari che non ha dovuto rigirare nemmeno una scena. E, a questo punto, Paramount sostiene quasi tutto quello che voglio che questo film sia. [...] mi prendo tutta la responsabilità della versione che andrà al cinema». Quello che vedremo, spiega in un altro momento il regista, è «il film biblico meno biblico che sia mai stato fatto».

E nonostante questo, e nonostante i timori di Paramount, il film (uscito il 26 marzo negli Stati Uniti) ha comunque incontrato il favore di alcune associazioni cristiane. Jim Daly, presidente dell'associazione conservatrice, Focus on the Family, ha detto che «Darren Aronofsky non è un teologo né dice di esserlo. È un regista e un narratore, e con Noah ha raccontato una storia avvincente». Samuel Rodriguez, il presidente della National Hispanic Christian Leadership Conference ha detto che «Noah è grande, coraggioso e divertente, e senza dubbio a favore della fede e a favore di Dio». E Geoffrey Morin della American Bible Society dice che «il film ci invita a guardare Noè come un uomo».

Ma se Noah è nonostante tutto riuscito a trovare qualche sostenitore tra i credenti di una religione, faticherà molto con un'altra. Il film, infatti, non piace per nulla ai musulmani. O, almeno, ai Paesi musulmani. Noah è stato messo al bando in Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Indonesia ed Egitto ancora prima di essere pubblicato, e Paramount si aspetta difficoltà anche Giordania e Kuwait. Il problema in questo caso è che il film mostra una rappresentazione di Noè, un patriarca per i cristiani ma non solo: Noè è un profeta anche nel Corano. E, come tutti sanno, secondo le leggi islamiche, raffigurare una figura sacra è proibito.

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