2 Aprile Apr 2014 1245 02 aprile 2014

Il lato oscuro di Merkelandia

Effetti collaterali del modello tedesco

Child Poverty 014

La Germania è il Paese con il tasso di disoccupazione più basso in Europa. Nel gennaio 2014 era pari al 5%. Il dato medio nell’Ue a 28, nello stesso mese, era pari al 10,8%. Il Paese con il dato peggiore è la Spagna che fa 25,8% (Dati Eurostat). Ieri si diceva «Germania malata d’Europa». Oggi Berlino è per tutti l’unico sano nella malata Europa. Merito della guarigione il pacchetto di riforme introdotto dal cancelliere Gerhard Shroeder quando, nel 2005, Berlino raggiunse il picco del 12,5% di disoccupazione. Eccola qui. È questa la storia che ci è stata ripetuta come un mantra negli anni della crisi. Eccola la ricetta da seguire per rilanciare le economie di Paesi in crisi, compreso il “sistema Italia”. 

Ma dietro un mercato del lavoro che appare florido, e un’economia in crescita, si cela «il lato oscuro del benessere tedesco». Quello che la giornalista Patricia Szarvas racconta nel suo recente Ricca Germania, poveri tedeschi(Università Bocconi Editore). Lavoratori in coda alle mense dei poveri, mamme sole che vivono grazie ai sussidi statali. Tedeschi che per arrivare a fine mese fanno doppi lavori, entrambi a bassa retribuzione.

È nell’alto tasso di rischio di povertà e in quel 22,8% di lavoratori a basso salario che prorompe il lato nero della patria di Merkel. Ve lo raccontiamo con questa infografica:

La Germania positiva

Il lato negativo del benessere

«Ogni settimana aumenta il numero di persone che non riescono ad arrivare a fine mese. Vengono pensionati e disoccupati, ma anche persone che lavorano e che hanno entrate regolari», dice un responsabile di una mensa per i poveri di Francoforte intervistato dalla Svarzas. Il numero delle mense per poveri è passato dai 35 del 1995 ai 900 del 2014. Sono 1,5 milioni i tedeschi che hanno bisogno di un pasto caldo al giorno. Il doppio di quanti se ne contavano solo cinque anni fa. Immigrati, dirà qualcuno, quelli arrivati in massa negli ultimi anni a Berlino, Francoforte, Amburgo. Ma non è così. Sono tedeschi, tedeschi di nascita. 

Sono parte di quella fascia di lavoratori a basso salario che è andata crescendo negli ultimi anni, fino a divenire «una delle più vaste a livello mondiale tra i Paesi industrializzati» che coinvolge, secondo una ricerca dei sindacati tedeschi Dgb, il 22,8% dei lavoratori, contro, ad esempio, l’8,8% della Francia. Una fascia cresciuta proprio sulla scia del pacchetto Agenda 2010. Oggi il tasso di povertà tedesco è pari al 16%, un punto percentuale in meno rispetto alla media Ue a 27, pur essendo la Germania il Paese più forte economicamente del gruppo. 

Nella prefazione al libro, Hans-Werner Sinn, Presidente dell’Istituto di ricerca congiunturale Ifo, offre la versione ottimista dell’Agenda 2010. «Si tratta - scrive - di riforme che prevedono sostanzialmente la lenta sostituzione del sussidio di disoccupazione e il passaggio della disoccupazione di lunga durata all’assistenza sociale, nonché un’integrazione salariale, l’Arbeitslosengeld II, per quanti percepiscono un salario basso. (...) Quello che è accaduto è che accettando un lavoro le persone miglioravano la loro condizione rispetto al mero livello garantito dall’assistenza sociale. Obiettivo dell’Agenda 2010 era ridurre il salario minimo implicito derivante dalle prestazioni previste dal sistema sociale. Così facendo sarebbe aumentato il numero di posti di lavoro senza riduzione dei redditi. Come a dire: “Meno soldi per chi sta a casa - più soldi per chi lavora”. Con questo abbassamento, lo stato sociale smette di essere più allettante del lavoro e diminuiscono anche le aspettative salariali. Solo i non addetti ai lavori commentano che, riducendo i salari, le imprese speculano sui sussidi - poiché questa era esattamente la condizione indispensabile affinché la riforma avesse effetto».

Szarvas misura gli effetti di quelle scelte a cinque anni di distanza. In questa infografica abbiamo riassunto lo scenario così come lei lo ha ricostruito. Per mostrare come - per dirla a parole sue - «parte della gloria per essere riusciti a trasformare il mercato del lavoro tedesco da uno dei peggiori d’Europa a uno dei più floridi è da ascrivere alla creazione – per non dire esplosione – delle basse retribuzioni. Perché, è bene sottolinearlo ancora una volta, anche un lavoro che non dà a sufficienza da vivere viene comunque considerato un nuovo posto di lavoro dalle statistiche».

Resta un ultimo importante punto. La selva di contratti atipici introdotti da Agenda 2010 ha fatto della Germania un Paese meno uguale. La ricchezza creata tra 2005 e 2014 non si è distribuita equamente e non ha contribuito a migliorare la disuguaglianza già presente ai tempi di Schroeder. L’indice di Gini, l’indicatore che misura la disuguaglianza nella distribuzione di ricchezza di un Paese, è cresciuto negli ultimi 10 anni. E se nel 2013 il 10% più ricco della popolazione tedesca deteneva più del 53% della ricchezza totale, nel 2000, il 10% più ricco deteneva il 45% della ricchezza totale. 

Il punto ora è quello di trovare una soluzione che corregga gli effetti collaterali dell’Agenda 2010, pagati da quel 22,8% di lavoratori a basso reddito - circa 19 milioni di tedeschi - completamente esclusi dalla ricchezza e dai numeri mirabolanti creati dal Paese in questi anni, pur essendone gli artefici. E già ci si chiede se l’introduzione del salario minimo a 8,50 euro l’ora possa davvero risolvere le cose, visto che la soglia che definisce un lavoro “a bassa retribuzione” è pari a 9,14 euro/ora. Ma questa è una storia che affronteremo nella prossima puntata

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