2 Aprile Apr 2014 1330 02 aprile 2014

«Non state a guardare, la Siria sta morendo di fame»

Intervista

Siria Fame

Serve un cessate il fuoco parziale, anche di poche ore, nelle varie località sotto assedio della Siria, i camion con gli aiuti umanitari sono bloccati dalle diverse parti in conflitto e non possono portare aiuti fondamentali come cibo e medicine. La comunità internazionale può impegnarsi da subito per ottenere questo risultato, le persone, i bambini, stanno morendo di fame. È questo l’appello drammatico lanciato da monsignor Mario Zenari, 68 anni, nunzio apostolico in Siria dal 2009.

Zenari si trova a Damasco fin dall’inizio del conflitto e in questi giorni è a Roma dove ha incontrato il Papa per riferirgli sulla situazione in cui versa il Paese. «In Siria – dice il diplomatico a Linkiesta – si sta combattendo un conflitto medioevale, siamo tornati indietro di secoli, ma di fronte a questo non possiamo restare in silenzio». «In passato - racconta – ho svolto la mia missione in Africa, sono stato in Sahel, lì ho visto scene simili, ma in quel contesto mancavano anche le risorse naturali, qui si muore di fame sotto assedio».

(La rivoluzione siriana è iniziata tre anni fa come rivolta popolare contro il regime autocratico di Assad; in seguito alla repressione messa in atto dalle forze di sicurezza, si è trasformata in una feroce guerra civile a sfondo etnico alimentata col tempo anche da un numero crescente di gruppi fondamentalisti islamici. In Siria si giocano molti interessi geopolitci, ma il Paese è allo stremo).

Monsignor Zenari, a che punto è la crisi umanitaria?
In Siria c’è un conflitto sanguinoso, acerrimo, le distruzioni proseguono, si muore di fame, mancano le medicine. Purtroppo tutto questo non fa più notizia. Ma anche a Damasco a volte si ha la stessa sensazione. Spesso penso che a 3-4 km di distanza da dove mi trovo, dai bar e dai negozi della città, c’è della gente che muore di fame; c’è questo campo palestinese di Yarmouk, che poi è un quartiere, sotto assedio, dove sono entrate solo le Nazioni Unite. Anche a Ghouta, la località in cui si è svolto l’attacco con le armi chimiche l’estate scorsa, non ci si può andare da molti mesi, nessuno sa come la gente vive laggiù. In molti posti non circolano più nemmeno cani e gatti. Secondo le statistiche dell’Onu, in tutta la Siria, in varie località, ci sono circa 250mila persone che vivono sotto assedio. Homs è assediata da quasi due anni. Dobbiamo ripetere che siamo di fronte a una catastrofe umanitaria.

Quando parla di Damasco sembra di sentire la descrizione di Varsavia durante la guerra: nel ghetto si moriva d fame e il resto della città faceva ancora una vita quasi normale...
Sì, ma questo è sotto gli occhi di tutto il mondo, poi le parti in conflitto si rimpallano le responsabilità, cè chi ne ha di più e chi di meno, ma questa è la situazione.

Ma gli aiuti internazionali arrivano?
Mi raccontano di bambini anche di pochi mesi che non hanno latte e le madri gli danno l’acqua con cui viene lavato il riso; 9,3 milioni di siriani hanno bisogno di assistenza umanitaria su una popolazione di 23 milioni di persone. Ma il fatto è che i camion delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni umanitarie sono lì e non riescono a muoversi: latte, riso, medicinali ci sono ma non non hanno il permesso di entrare nelle città assediate, basterebbe qualche ora di cessate il fuoco. Quella in atto è una logica diabolica. La Comunità internazionale deve fare di più, ci sono bambini pelle e ossa.

I negoziati di Ginevra 2 sono stati dunque un fallimento...
Sotto questo punto di vista Ginevra 2 è stata una delusione, un po’ era nell’aria, le parti sono troppo distanti. Un tentativo è stato fatto poi con la risoluzione dellOnu sugli aiuti umanitari, ma è servita a poco anche perché il testo, frutto di molte mediazioni, non prevede sanzioni nel caso in cui non venga applicata.

Per rispondere all’emergenza umanitaria, cosa si può fare nell’immediato?
Ci sarebbe bisogno di un cessate il fuoco totale, ma occorre essere realisti, servirebbe almeno un cessate il fuoco parziale o anche di qualche ora come chiedono diverse organizzazioni per far arrivare gli aiuti, per far entrare i camion e dargli il tempo di scaricare. La matassa politica della crisi del resto si aggroviglia sempre di più ma quella umanitaria va sciolta, sugli aiuti non si deve transigere bisogna rispettare il diritto umanitario internazionale. Si sta conducendo la guerra con metodi rifiutati dalle convenzioni internazionali, stiamo tornando indietro di secoli, siamo al Medioevo. Poi certo le varie parti che si combattono devono fare un passo indietro.

Qual è il contributo della Chiesa e come vivono i cristiani oggi?
La Chiesa agisce soprattutto sul fronte umanitario. Fino ad ora sono stati raccolti e distribuiti 80 milioni in progetti di sostegno dentro e fuori la Siria attraverso le caritas di varie parti del mondo. La situazione dei cristiani è quella di sofferenza, come per tutti. Certo nellultimo anno e mezzo di conflitto con larrivo di combattenti fondamentalisti dallArabia Saudita, dallAfghanistan, dalla Cecenia, sono cominciate le aggressioni alle chiese, le intimidazioni, viene detto ai cristiani: ve ne dovete andare questo è uno stato islamico. Ma per tutto il primo anno e mezzo di guerra i cristiani sono stati rispettati, anzi ai posti di blocco quando venivano riconosciuti, anche solo per il nome, venivano fatti sempre passare. Ora cè il rischio che il mosaico di convivenza fra etnie e religioni vada in pezzi, bisognerà ricostruirlo. Anche perché la violenza genera vendette, odio, rappresaglie.

Può dire qualcosa sulla sorte di padre Paolo Dall’Oglio e degli altri ostaggi?
Gli ostaggi sono diverse migliaia con questo modo di fare la guerra. Abbiamo padre dall’Oglio, due vescovi ortodossi e altri. Questi sono la punta di un iceberg. Certo non possiamo nasconderci che padre Dall’Oglio è stato rapito in una zona fra le più dure, a Raqqa, dove si trovano i più fanatici. Ma io spero sempre.

Sul piano internazionale come vanno le cose? La comunità internazionale è condannata all’immobilismo?
A settembre quando Stati Uniti e Russia hanno trovato un accordo sullo smantellamento degli arsenali chimici del regime di Assad (dopo l’attacco con armi chimiche a Goutha e la conseguente missione nell’area degli ispettori dell’Onu, ndr), hanno dimostrato che se vogliono, le superpotenze, la comunità internazionale, possono raggiungere accordi importanti, in quel momento nessuno ci credeva eppure è stato fatto. Ma ora è tutto più difficile. La prima a fare le spese della crisi in Crimea e Ucraina e del ritorno della guerra fredda è la Siria.

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