7 Aprile Apr 2014 1100 07 aprile 2014

Il Ruanda ricorda i suoi 800mila morti

Un romanzo a 20 anni dal genocidio

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Il naso della Vergine ha qualcosa che non va. Non è il naso maggioritario. Non ha un profilo hutu. È un naso tutsi, è quello degli Inyenzi, degli Scarafaggi. Bisogna abbatterlo, spazzarlo via, è una questione di igiene. Il naso viene distrutto, con un intervento tanto maldestro quanto provvidenziale, e innesca una reazione a catena. Si attiva la macchina dell’odio, e del pregiudizio. La colpa è sicuramente dei tutsi, morte ai tutsi. Quel naso e quella Vergine - una statua, s’intende – sono ruandesi e sono tra i protagonisti di un bel romanzo, "Nostra signora del Nilo", pubblicato recentemente da 66thand2nd, brillante casa editrice romana. L’autrice si chiama Scholastique Mukasonga, è nata in Ruanda, etnia tutsi, nel 1956, e nel 1973 è stata costretta a fuggire, prima in Burundi e poi in Francia, dove vive tuttora. Scholastique non ha vissuto in prima persona il genocidio del 1994, ma ha perso ben 27 membri della famiglia, madre compresa, in quel tragico anno. E soprattutto con quell’odio inter-etnico che sfociò nei massacri ha convissuto sin da bambina.

Oggi le Nazioni unite commemorano ufficialmente il genocidio ruandese, 800.000 morti - alcuni dicono un milione - tra tutsi e hutu moderati, di fronte alla colpevole inazione della comunità internazionale. Vent’anni dopo, mentre per la prima volta un ufficiale hutu viene condannato da un tribunale, a Parigi, per crimini contro l’umanità, il Ruanda vive un boom economico. Il presidente Paul Kagame è un personaggio controverso - ad esempio, si sospetta un ruolo non esattamente neutrale di Kigali nei conflitti che lacerano il vicino Congo - ma il Paese è spesso elogiato in Occidente come modello di stabilità e sviluppo (e, da un altro punto di vista, per avere la rappresentanza parlamentare femminile più ampia del pianeta). Se si vuole realmente comprendere la storia, scavalcando il livello superficiale degli eventi, quello che la scuola degli Annales definiva l’histoire événementielle, per abbracciare le ragioni di lungo periodo, secondo la nota definizione di Braudel, è importante leggere questo romanzo, con cui la Mukasonga abbandona il senso di colpa, smette di indossare i panni della vittima o della sopravvissuta e affronta la tragedia del proprio Paese con gli arnesi che le sono propri, quelli della letteratura (dopo avere pubblicato in passato un’autobiografia, Inyenzi ou les Cafards, e un omaggio alla madre, La femme aux pieds nus, due successi editoriali per Gallimard). Perché il genocidio degli anni Novanta è già in nuce in quegli anni Settanta in cui è ambientato il romanzo.

«Nostra signora del Nilo» è un liceo femminile, arroccato a 2500 metri di altezza, costruito vicino ad una delle presunte sorgenti del più lungo fiume africano. Il Ruanda, dopo la conquista tedesca, era passato sotto mandato belga, subendo l’impronta cattolica. E il vescovo aveva voluto consacrare il Nilo alla Vergine, così che le gocce di acqua benedetta, unendosi alle altre correnti, potessero battezzare l’Africa intera, e «lei, l’Africa cristianizzata, potesse salvare questo mondo sulla via della perdizione». A un primo sguardo si tratta di un normale liceo, con la sola differenza che «si trova spesso tra le nuvole», perché l’anno scolastico coincide con la stagione delle piogge. Eppure ha delle caratteristiche particolari. Anzitutto è una scuola d’élite, non è fucina della classe dirigente -  ancora maschile, all’epoca - ma forgia buone mogli e buone madri, con buone maniere e buone nozioni. Varcato il cancello del liceo, l’unica lingua ammessa è il francese. L’élite parla l’idioma di Molière e soprattutto bandisce in maniera categorica lo swahili, che si addice ai seguaci di Maometto. E poi quella classe di quinta, di cui vengono descritte le vicende, «le opere e i giorni», è un microcosmo che rispecchia tutte le caratteristiche del nuovo Ruanda indipendente. Il Paese è fondato sulle quote, retaggio di una sciagurata decisione di Bruxelles, quella di imporre una carta d’identità e, con essa, la divisione in etnie. Nostra signora del Nilo ammette venti alunne, due tutsi e diciotto hutu.

Il popolo maggioritario, «il popolo delle zappe» deve convivere con un dieci per cento di Inyenzi, di scarafaggi, il popolo minoritario che pratica non l’agricoltura ma l’allevamento, viene da chissà dove e ha lavorato a lungo coi coloni prima di perderne l’appoggio. Ma il liceo non è solo il prodotto del colonialismo e dei suoi guasti. È soprattutto il regno del pregiudizio. I cooperanti francesi vengono guardati con sospetto, soprattutto quel capellone, che nella chioma folta potrebbe nascondere il demone rivoluzionario del maggio parigino. Suor Lydwine che insegna storia e geografia, sostiene che «la storia è per l’Europa, la geografia per l’Africa». Gli europei avevano scoperto l’Africa e l’avevano fatta entrare nella storia. L’Africa è altra cosa, «le montagne, i vulcani, i fiumi, i laghi, i deserti, le foreste».

Il Ruanda degli anni Settanta è un Paese sospeso tra interno ed esterno, usi locali e idee importate, un universo popolato da personaggi come il guaritore Kagabo, «quello che vende strane medicine al mercato», ed in cui alla religione derivata dai coloni - Padre Hermenegilde dimostra a suon di proverbi «che i ruandesi avevano sempre adorato un unico Dio» - si affianca la superstizione autoctona, personificata dagli abavubyi, i pioggiaioli,  «che parlano con la pioggia, la fanno venire o la fermano». A scuotere la normalità non è tanto la visita al liceo della regina del Belgio, Fabiola, o l’arrivo di un diplomatico zairese che reclama i suoi diritti sulla giovane alunna Frida, ma il naso di quella statua, dritto, corto, alla maniera dei tutsi. Non è adunco, come quello attribuito agli ebrei dalla propaganda antisemita, ma allo stesso modo marca un’alterità, un’incompatibilità. I tutsi, del resto, sono i protagonisti di storie inverosimili, di africanissimi protocolli di Sion. E se in alcuni casi queste narrazioni sono innocue - nello specifico, quelle del bizzarro Monsieur de Fontenaille, che crede di avere risolto il mistero: i tutsi vengono dall’Egitto, dall’impero dei faraoni neri, e hanno intrapreso una lunga marcia fino alle sorgenti del Nilo - questa massa di pregiudizi si abbatte sulla loro comunità e, nella scuola, sulle incolpevoli Virginia e Veronica. È l’alunna Gloriosa a prendere l’iniziativa, in uno slancio di proto-femminismo, di cui è pienamente consapevole («saremo donne che fanno politica, finiremo per diventare ministre»). Bisogna cominciare col detutsizzare la santa Vergine.

E anche se il piano diventa un pasticcio, questa suffragetta ruandese è abile nel rovesciare un incidente in un ulteriore tassello della propria strategia politica (e del resto, quante volte è avvenuto nel corso della Storia? Quanti incidenti e quante bugie per determinare le azioni?). «Nessuna bugia, è solo politica», dice Gloriosa a Modesta, l’amica recalcitrante. È stata la politica, la cattivissima politica, nutrita dal pregiudizio, a scatenare i massacri, allora come oggi, nella Repubblica Centrafricana. E deve essere la buona politica a sfidare il pregiudizio, a prevenirlo e a ripararne i danni. Chiedere a Samantha Power, oggi ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, che proprio dal Ruanda, dal Kosovo e dalla Cambogia, prese ispirazione per scrivere il libro con cui vinse il Pulitzer, «A problem from Hell».

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