11 Aprile Apr 2014 1600 11 aprile 2014

Cosa insegna il Salone all’economia italiana

Cosa insegna il Salone all’economia italiana

Luti

«Quest’anno alle varie tribù di visitatori e buyer del Salone – europei, est europei, asiatici, americani e sudamericani - si sono aggiunti anche gli africani. Ormai siamo davvero globali...». Claudio Luti, mister Kartell, presidente del Cosmit, l’ente fieristico che organizza da cinquant’anni il Salone del Mobile, parla orgoglioso seduto su un divanetto morbido e lindo come il cielo di Milano in questo primo squarcio di aprile. Nella red lounge dove ci si può rilassare per un drink tra un’intervista e l’altra ha fatto attaccare alle pareti una ventina di riquadri in bianco e nero con le foto delle grandi famiglie del mobile e del design italiano: Alessi, Astori, Provini, Snaidero, De Zan, Molteni, Cappellini, Perazza, Schiffini, Armellini, Scavolini, Moschini, Colombo, Galimberti, Giorgetti, Vecchiato, Moroso, Lupi, Messina, Fantoni, Mazzei & Morozzi, Anzani & Spinelli, Feltrin, Bestetti, Gismondi, Zucchetti, Riva, Zanotta, Meroni, Castelli e Cassina sembra ti guardino tutti insieme in una specie di hall of fame della creatività. Senza di loro semplicemente non ci sarebbe il Salone del mobile e il mito dell’abitare italiano: quella felice combinazione di ambienti intellettuali e professionali, concentrazione e innovazione industriale che a partire dagli anni Cinquanta/Sessanta ha fatto grande il nostro design nel mondo. «La cosa incredibile – ricorda Luti - è che in un fazzoletto che va dalla zona nord di Milano alla Brianza architetti e designer hanno avuto la possibilità unica di lavorare direttamente nel ricco contesto della piccola industria dell’artigianato e delle botteghe».

Questa in fondo è la radice «che ci permette di restare il centro del mondo nel campo del design, del mobile e della creatività. Molti altri paesi cercano di farci concorrenza, hanno le loro belle Design week, hanno sicuramente più mezzi finanziari e più organizzazione ma noi abbiamo una cosa decisiva che altri non hanno: la filiera». Un artigianato sapiente che la crisi ha piegato ma non spezzato, un’industria innovativa e flessibile che riesce a lavorare tutti i materiali e valorizzare l’eccellenza dei suoi fornitori, un esercito di designer e creativi stranieri che fanno la corsa per lavorare in Italia con le nostre imprese, «cioè nel paese record della disoccupazione giovanile, paradossale no...?», chiosa Mister Kartell. La magia che si riproduce ogni anno col Salone del mobile e porta i negozi del mondo ad avere vetrine piene di cose italiane è esattamente figlia di questa contaminazione: modernità, razionalità, creatività e sapienza artigiana. Ancora oggi se si va tra Lissone e Meda si trovano doratori, intagliatori, falegnami, stuccatori, corniciai, laccatori o divanisti fantastici. Quali altri paesi ce l’hanno?

Alla lunga certo non basta il saper fare e l’intuizione produttiva. «I nostri imprenditori – spiega Luti - sono bravissimi nel fare i mobili ma non abbastanza nella loro distribuzione. Siamo sempre stati meno interessati a distribuire i nostri oggetti, a terziarizzare i processi o le intuizioni industriali. E parlo in generale dell’impresa italiana, non solo del mio settore». Un gap che va colmato in fretta. Oggi diventa fondamentale «il marketing, la comunicazione del prodotto, il saper fare sistema, il fare emergere brand davvero globali. Altrimenti succede che altri paesi che non hanno la nostra filiera ci battono sui margini e sulla penetrazione commerciale». Il mondo è diventato spietato e la catena del valore si è spostata a monte e a valle dei processi produttivi. «Prenda un attimo la mia azienda, la Kartell: siamo in tutto il mondo, siamo campioni nel retail, siamo un brand globale, tutti vogliono lavorare con noi ma sul contract ad esempio possiamo crescere molto. Noi italiani non dobbiamo inventarci cose su cui non abbiamo la taglia, dobbiamo fare bene le cose che sappiamo e possiamo». È questa la sfida che ha davanti il Made in Italy: «non basta più produrre, bisogna seguire il prodotto. Costruire una storia esclusiva intorno all’oggetto». E in questo senso il Salone è un luogo fantastico per sperimentare e misurarsi. È un vero modello che si può trasferire al resto dell’economia italiana. Non solo.

Girare in questi giorni per la fiera è una botta di entusiasmo e adrenalina dentro al corpo di un paese ferito, depresso, incattivito da 5-6 anni di crisi devastante. «Venti per cento di visitatori in più sul Salone dell’anno scorso da 165 paesi del mondo, Milano strapiena e colorata, code perenni per arrivare in fiera, un caos creativo e persino bello anche se aspettare in auto non piace a nessuno», sorride Luti. E poi eventi in ogni anfratto della città, negozi pieni fino a tardi e le vie del centro che sembrano San Siro quando si esce dallo stadio. È la prova che si può fare anche in Italia ma che è urgente uscire dalla lamentazione perenne. Non è vero che tutto è fermo e tutto è compromesso. Non c’è solo lo sprofondo e la dannazione dei padroncini che tanto piace ai nostri talk show, «ci sono anche tante imprese che stanno cambiando pelle e innovano. Con fatica ma lo fanno». Forse che quella gente fotografata in questa stanza, quando ha cominciato, lo ha potuto fare in condizioni migliori di quelle di oggi? Mettevano le proprie creazioni su stradine anguste, non c’erano infrastrutture, ma questo non impedì che in Brianza anche il più piccolo laboratorio artigiano di falegnameria imparasse a costruire banconi da bar o divani che sembravano disegnati da Giò Ponti.

La verità è che in questi anni abbiamo scambiato per una crisi più forte delle altre un cambio di paradigma planetario: un modo codificato di lavorare, produrre e consumare polverizzato in pochi istanti da una tecnologia che ha prodotto una accelerazione spaventosa. «Per questo non possiamo aspettarci soluzioni calate dall’alto», ragiona Luti. «Certo, speriamo che la politica faccia le benedette riforme che attendiamo da anni, tagli tasse e burocrazia, incentivi il credito alle esportazioni, sappia accompagnarci all’estero come fanno i tedeschi o costruire una vera politica anti contraffazione». In Kartell, ad esempio, hanno dovuto costruire un ufficio ad hoc che attacca siti pirata di vendite on line, fa cause in tutto il mondo e cerca di bloccare la distribuzione taroccata. Ma non tutti hanno i mezzi di Kartell. «In ogni caso non possiamo piangerci addosso. Cominciamo noi a fare le cose che si possono fare: più reti tra imprese per imporsi nelle gare di contract, le grandi commesse per alberghi e residenze, più investimenti sull’ecommerce e sui punti vendita» e meno duplicazioni clientelari nelle fiere e nelle missioni all’estero dove le associazioni di categorie e degli imprenditori non hanno certo meno colpe della politica. Questo Luti non lo dice, ma siamo sicuri che condivide...

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook