13 Aprile Apr 2014 1745 13 aprile 2014

Nel Nord Est della “terza rivoluzione industriale”

Nel Nord Est della “terza rivoluzione industriale”

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Venerdì mattina – tra vecchi stereotipi e nuovi politecnici

Il viaggio inizia in treno, con la lettura di una recensione del film «Piccola patria» di Alessandro Rossetto, bravo regista e documentarista padovano. Penso, mentre leggo: eccolo, il Nord Est che chiude bottega, «lo specchio della decadenza del Paese», il Nord Est dell’indipendentismo e dei tanko artigianali, il Nord Est «troppo zeppo» di basi americane e degli immigrati sfruttati e ripudiati come «a Ciudad Juarez, terra di snuff movies e orrori senza fine». Un piccolo Texas – anzi, «un brandello di Texas», come recensione vuole - il cui fallimento (o presunto tale) sarebbe quasi salvifico. Chi vorrebbe, del resto, che prosperasse «un posto torbido dove tutti usano e abusano dei corpi degli altri»? Lo vorrebbe Matteo Renzi, ad esempio, il quale afferma che il Veneto, nei prossimi anni, potrà essere la locomotiva della ripresa italiana. Rileggo questa sua dichiarazione di qualche giorno fa al Vinitaly di Verona, mentre un Minuetto di due carrozze, alimentato a gasolio, semideserto, è fermo da mezz’ora, senza alcun apparente motivo, a Dueville, a metà strada tra Vicenza a Schio. «Magari una locomotiva diversa da questa, Matteo», penso.

Destinazione Schio, dicevamo, patria d’industrie che furono come Lanerossi e Marzotto, dove quest’anno si tiene la settima edizione del Festival delle Città Impresa organizzato da un giornale che fino all’anno scorso si chiamava Nord Est Europa e che oggi è stato ribattezzato Venezie Post. Una metamorfosi semantica, questa, che merita due righe di analisi, in quanto dice molto sull’aria che si respira da queste parti. Nord Est diventa Venezie ed è difficile non leggervi all’interno un’orgogliosa rivendicazione d’indipendenza (perlomeno) culturale: “Non siamo il Nord Est di niente. Siamo le Venezie, punto”. La scelta di sostituire Europa con Post - nel senso di dopo, oltre - mi pare non abbia bisogno di esegesi. Non me ne vogliano Rossetto e il suo recensore, ma - e parlo da lombardo, beninteso - il Festival delle Città Impresa è una delle più interessanti occasioni di riflessione e dibattito sul futuro dell’economia italiana e del made in Italy. Lo è soprattutto quest’anno, laddove il filo rosso che lega dibattiti, conferenze e laboratori è quello dei «nuovi alfabeti dell’economia». Maker, stampanti 3D, l’incontro tra manifattura e tecnologie digitali, le rotte verso il sesto continente dei mercati online: il futuro è qui, verrebbe da dire, e capisci che molto di quel futuro ha le radici ben piantate nel Nord Est (o Venezie, fate voi).

Il primo evento della giornata riguarda, per l’appunto, i giovani. O, come li chiama Stefano Micelli, Presidente del Comitato Scientifico del Festival, gli «utilizzatori finali» delle nuove tecnologie che stanno rendendo concreta la prospettiva di una «terza rivoluzione industriale». Una rivoluzione fatta di stampanti tridimensionali, macchine a controllo numerico e innovativi software di programmazione open source che «hanno decretato la fine delle economie di scala». Non solo, spiega Vladi Finotto, giovane collaboratore di Micelli: «Queste sono le basi su cui costruire la formazione del futuro» e in particolare «quella tecnico-professionale». Scuole, ricorda, di cui nessuno parla e che sono quelle che più di ogni altre intrecciano teoria e pratica, didattica e lavoro, fare e pensare. Spiega Finotto come autonomia e flessibilità siano cruciali per definire una buona formazione professionale «Altrove - spiega - è la comunità locale a dare le linee guida sulla didattica delle scuole, sono gli imprenditori a insegnare alcune delle materie teoriche e le loro imprese sono le “aule” in cui, per qualche giorno alla settimana, gli studenti imparano a lavorare». Laddove lavorare, oggi, vuol dire «non solo saper fare un nuovo abito, ma anche saperlo pubblicizzare e vendere».  La cosa curiosa è che questo tipo di scuola sta nascendo fuori dalla Scuola con la S maiuscola, rivolgendosi non necessariamente ai giovani: sono i celeberrimi Fab Lab, officine - in rete, ma autonome - in cui si fa ricerca informale e si prova, come racconta Francesco Bombardi del Fab Lab di Reggio Emilia, a democratizzare la produzione attraverso la prototipazione rapida e a basso costo. Per questo, la Fondazione Nord Est si è fatta promotrice, insieme a UniCredit, di un progetto che mira a donare una stampante 3D a ciascuno di quattordici istituti tecnico-professionali del Veneto, per fare di ognuno di loro una specie di Fab Lab. Soprattutto, per provare a cambiare partendo dai margini e dal basso, la formazione professionale italiana rendendola per l’appunto più autonoma e aperta al rapporto con l’economia locale, con il mondo del lavoro e - perché no? – con quello dell’auto-imprenditorialità.

Mentre un drone volante, teleguidato dal palco, entra in sala fluttuando tra il pubblico, mi tocca abbandonare l’evento, per tornare ad accomodarmi sull’ormai tristemente noto treno a gasolio, che mi riporterà a Vicenza. La destinazione è la Develon, la cosiddetta «Google del Nord Est» azienda di Altavilla, alle porte di Vicenza, che si occupa di strategie di comunicazione online. Al bar della stazione di Schio, mentre mangio un tramezzino, quattro stranieri di diverse etnie discutono, in italiano, a proposito di quel che avrebbe detto loro un non meglio precisato imam in merito ai dettami del Corano e al bisogno di integrarsi nelle comunità in cui si abita. Due di loro continuano la discussione in treno, nella loro lingua.

Venerdì pomeriggio – l'intreccio virtuoso tra analogico e digitale

Lorenzo Gottin, fondatore di Develon, definisce la sua azienda come una scommessa, iniziata in un garage nel 2002 e rilanciata per dieci anni a colpi d’innovazione autofinanziata, senza chiedere un euro alle banche. «Nel 2012 ho capito che c’era bisogno di un partner finanziario – racconta -. Molto banalmente, mi stavano portando via le persone che avevo formato e avevo bisogno di rilanciare». Fuori c’era la fila di potenziali investitori e non è difficile crederlo, se l’impresa in questione è entrata nella grande crisi del 2008 con un fatturato di circa un milione di euro e, mentre attorno le imprese cadevano come foglie secche, l’ha più che quadruplicato. La scelta è caduta su Veneto Sviluppo, la finanziaria regionale, che è entrata nel capitale con 1,5 milioni di euro, pari al 25% della società, e che con Develon ha realizzato la sua prima operazione di equity sulle nuove tecnologie. Una mossa, questa, che ha dato nuova linfa e nuovi stimoli creativi a una realtà che, a dire il vero, non ne aveva granché bisogno. Develon, oggi, è una macchina che sviluppa la strategia di comunicazione digitale per imprese come Airone, Cariparma, Brembo, Coin e che, con il marchio Fully Commerce, si occupa di progettare e gestire - dalla produzione alla consegna dell’ordine - tutta la filiera dell’eCommerce per realtà come Durex, Cisalfa, Dainese, Seven-Invicta, senza che loro debbano occuparsi di nulla.

Esattamente come per Google con i suoi Labs, le cose più interessanti non stanno nel core business, ma tra gli esperimenti. Quelli del centro di ricerca interno, ad esempio, che si chiama Vip – acronimo di Very Internet People – e che sperimenta e sviluppa nuovi prodotti (uno dei quali, Collektr, ora top secret, sarà presentato tra pochi giorni) e attività di formazione digitale come la Develon School, pensata in collaborazione con alcune locali associazioni di rappresentanza. «Si tratta di 800 ore di formazione che mettiamo a disposizione di una ventina di persone – mi spiegano i ricercatori – condividendo con loro la nostra esperienza e i nostri errori. Oggi il mercato è molto diverso da quello in cui siamo cresciuti noi: la conoscenza è diffusa e la concorrenza è spietata. Basta uno sbaglio e sei fuori». «A me la moda delle start up digitali non è mai piaciuta – li interrompe Gottin –. Io credo che la digitalizzazione sia un sostrato che deve maturare in tutti i settori dell’economia: medico, elettricista, giardiniere. Io voglio digitalizzare tutti, non formare mille startupper, sapendo già che 999 tra loro non riusciranno ad arrivare a farsi finanziare da un venture capitalist».

Quando Gottin dice che vuole digitalizzare tutti, intende davvero tutti. Anche gli albergatori, per i quali ha lanciato un prodotto che si chiama H-Benchmark, che è stato adottato in Trentino e che permette di far conoscere e confrontare a ognuno di loro le performance sue e dei suoi competitor territoriali. Secondo Gottin, questa conoscenza servirà al sistema degli albergatori trentini a fare squadra per sottrarsi al giogo, sovente ricattatorio, di grandi player della domanda turistica aggregata come Booking o Expedia, o, in un prossimo futuro, Google. Accomuna, invece, è rivolta alla pubblica amministrazione e mette in rete i 121 comuni della Provincia, la Questura, la Prefettura e le Asl.  Funziona così: quando uno straniero va in prefettura per richiedere il permesso di soggiorno o il ricongiungimento familiare, anche tutti gli altri enti sono automaticamente avvisati. Peraltro, siccome l’iter parte dai consolati, tre mesi prima, con Accomuna queste realtà sono in grado addirittura di prevedere i flussi migratori in arrivo sul territorio: quanti studenti e di che età dovranno entrare nelle scuole, quanti anziani bisognosi di assistenza medica, quanti giovani in età da lavoro. «Mi hanno dato del leghista – riflette amaro Gottin – ma io sono convinto che il controllo dei flussi sia strategico per l’integrazione. Se conosco, posso pianificare. E se pianifico, è meno probabile che la situazione mi sfugga di mano».

Quasi me ne dimenticavo: Develon è organizzata secondo i dettami della lean production canonizzata da Toyota, attraverso cui punta a rendere responsabili gli addetti e all’aumento della produttività del lavoro. Che, al contrario di quanto dicono le trojke e i loro profeti, non è cresciuta tagliando i costi e le tutele. In Develon, 56 addetti su 70 – età media 28 anni, gran parte dei quali donne - sono a tempo indeterminato e gli altri, stagisti o addetti a tempo determinato, presto lo potranno diventare. Qui ad Altavilla, alle porte di Vicenza, il contratto unico è già realtà, insomma.

Da un vulcano all’altro: faccio appena in tempo a tornare a Schio per ascoltare Andrea Guerra, il Signor Luxottica, azienda di Agordo, Belluno. Colui che Renzi avrebbe voluto come ministro dello Sviluppo economico e che guida un’azienda che fattura 7,3 miliardi, che in Italia produce la metà dei suoi occhiali e ne vende il 3%. Il salone del Lanificio Conte è gremito e Guerra scalda i cuori dei tanti imprenditori accorsi per ascoltarlo. Parla di export, raccontando la strategia di penetrazione di Luxottica in Brasile, Cina, Messico, Turchia. Parla di dimensione d’impresa, con la convinzione che oggi le piccole imprese italiane debbano crescere in dimensione e capitalizzazione se vogliono anche solo provare a competere nel mondo. Soprattutto, però, parla dell’ultima, rivoluzionaria sfida di Luxottica, che ha appena chiuso un accordo con Google, in virtù del quale produrrà i celeberrimi Google Glass a marchio Rayban e Oakley: «Oggi – racconta Guerra – stiamo vivendo un periodo clamoroso di distruzione creativa. Fino a qualche anno fa sapevamo chi fossero i nostri concorrenti, i loro fatturati, i loro prodotti, i loro mercati. Oggi è cambiato tutto: il tuo cliente di ieri sta diventando il tuo fornitore. Il fornitore diventa cliente. E chi faceva tutt’altro, penso a Google, sta diventando un potenziale concorrente». La ricetta? Anticipare la domanda: «Dobbiamo attrezzarci per fare oggetti che nessuno, in questo momento, utilizza».

Venerdì sera – La verità, vi prego, sull’Electrolux

Le lavatrici, invece, sono oggetti che utilizzano tutti. Fino a una decina d’anni fa, un elettrodomestico su due era prodotto in Italia. Dal 2008 a oggi, le cose sono cambiate e le produzioni hanno preso destinazioni diverse, Cina, Turchia e Polonia, in primis. A farne le spese, ovviamente, i lavoratori. Il caso più recente è quello di Electrolux, multinazionale svedese di proprietà della famiglia Wallemberg, potente dinastia del capitalismo socialdemocratico scandinavo. Il caso è noto: qualche mese fa, la proprietà ha detto che era già pronta la delocalizzazione in Polonia e che sarebbe stata evitata soltanto se gli addetti italiani – circa 5.715 persone in cinque stabilimenti, due dei quali, Porcia e Susegana, nel Nord Est - avessero accettato di percepire il medesimo stipendio dei loro omologhi polacchi. Da lì è iniziato un balletto in cui i quattro interlocutori – l’azienda, i sindacati, le organizzazioni imprenditoriali e i politici – hanno spesso cambiato posizione e ruolo.

Al Festival, dopo cena, se ne parla con Dario Di Vico del Corriere della Sera, Paolo Candotti di Unindustria Pordenone e Maurizio Castro, ex manager risorse umane europee di Electrolux, ex senatore Pdl e oggi commissario dell’Acc di Mel, azienda in crisi che fino a qualche tempo fa faceva parte di Electrolux. Castro e Candotti sono due dei promotori di un piano, promosso da Unindustria Pordenone, che proponeva a Electrolux di lasciare i suoi stabilimenti in Italia in cambio di un taglio del costo del lavoro del 20%. Piano, questo, che è stato bocciato sia dai Wallemberg e dai loro collaboratori, sia dalla politica.

Stasera non si dovrebbe discutere di questo, tuttavia, ma dell’accordo siglato qualche giorno fa  e che qualcuno vende come una grande vittoria. Riassumo: niente esuberi fino al 2017, la politica mette i soldi per i contratti di solidarietà e per gli investimenti in innovazione necessari a far recuperare produttività e buone elezioni europee a tutti. Candotti e Castro sono, ovviamente, scettici. Soprattutto Castro. Secondo lui, la marcia indietro di Electrolux è solo strumentale e figlia del clamore che ha suscitato il caso. «Ne ha parlato persino la Toffanin e le casalinghe di Voghera che comprano le lavatrici, guardano la Toffanin», osserva. «Tra due anni arriverà un nuovo manager a dirci che il piano del Governo non è più sostenibile e ci riproveranno, ad andarsene – prosegue – Per questo bisogna comunque agire sul costo del lavoro: perché è quella - non i contratti di solidarietà, non la ricerca e sviluppo - la vera merce di scambio con Electrolux».

In fondo alla platea, in piedi, un signore con la barba bianca scuote la testa. Si chiama Gigi Copiello, ed è uno storico sindacalista vicentino della Cisl. Fu proprio lui, nel 2000, a firmare con Castro l’accordo sui lavoratori a chiamata (i cosiddetti operai squillo, come li definirono allora) che assurse ad esempio del nuovo lavoro a misura di globalizzazione.  Non crede nemmeno a Castro, Copiello, figurarsi a Electrolux. «La produzione di elettrodomestici in Italia è morta, ormai – riflette amaro – Saranno almeno vent’anni che Electrolux non assume italiani nelle sue fabbriche. Oggi sono tutti stranieri, molti africani, c’è persino una delegata sindacale cinese».  È questo il motivo per cui, secondo Copiello, non ci sarà mai un accordo che preveda il taglio del costo del lavoro. Perché i lavoratori sono stranieri e i sindacalisti italiani «A Susegana non vogliono l’accordo, non lo vorranno mai – mi spiega - Sanno che in qualche modo, tra cassa integrazione e contratti di solidarietà, alla pensione ci arriveranno senza patemi. È quello il loro unico orizzonte». Mentre lo saluto, mi congeda con parole che suonano come una sinistra profezia. «Vanno bene le stampanti tridimensionali, gli Andrea Guerra, i nuovi imprenditori digitali, ma i prossimi saranno anni duri, forse ancora più di quelli che abbiamo appena vissuto». Cominciamo a prepararci sin da ora». Nel nuovo alfabeto dell’economia, la casella della C è ancora occupata dalla «crisi».

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