15 Aprile Apr 2014 2030 15 aprile 2014

Autoimpiego, così le donne del Sud sfidano la crisi

Autoimpiego, così le donne del Sud sfidano la crisi

Donne Del Sud

Lo dicono i dati. Di fronte alla crisi economica, il Sud e il Centro Italia stanno soffrendo più del Nord. Basti pensare ai numeri sulla disoccupazione: nel Meridione ha raggiunto quasi il 20% e nel Centro l’11%, mentre nel Settentrione si “ferma” all’8,4 per cento. Eppure, nel magma di indicatori negativi, c’è un segno più che salta all’occhio: quello sull’imprenditoria femminile. Se, come riportano gli ultimi dati di Unioncamere, ogni quattro imprese esistenti nel nostro Paese una ha una donna al comando, molte di queste imprese “rosa” sono concentrate a sorpresa nelle regioni del Centro Sud. In diverse province, come Avellino e Benevento, o regioni, come il Molise, la percentuale delle donne che fa impresa sale addirittuta fino al 30 per cento.

«Non è solo un fenomeno recente», dice Francesca Cuna, segretaria del Comitato per l’imprenditoria femminile di Isernia, «il Molise è sempre stato caratterizzato dall’alta percentuale di imprenditrici, ma il fenomeno è cresciuto in questi anni per l’esigenza di diversificare il rischio all’interno del nucleo familiare». Che significa: se i mariti vengono licenziati o finiscono in cassa integrazione e il reddito familiare diminuisce, come accade sempre più frequentemente al Sud, le donne tendono a sperimentare più di prima. E in un mercato del lavoro nel baratro come quello meridionale, dove solo tre donne su dieci sono occupate, è più “semplice” rischiare con forme di autoimpiego o autoimprenditorialità anziché fare la spola con il curriculum in mano tra un’agenzia del lavoro e l’altra.

Così il “podio” dell’imprenditoria femminile si ferma tutto sotto la linea gotica. Molise (29,7%), Abruzzo (27,8%) e Basilicata (27,7%) sono le regioni in cui l’incidenza della componente imprenditoriale femminile è maggiore. Tra le province, spiccano invece Avellino e Benevento, con oltre il 32%, Frosinone e Isernia, che superano il 30%, Chieti, Campobasso e Grosseto, con percentuali superiori al 29 per cento. Vista anche la morfologia economica di queste zone, certo non si tratta di grandi aziende: sono soprattutto microimprese da uno a nove dipendenti e imprese individuali, da parrucchiere a negozi di abbigliamento. Nella maggior parte dei casi si tratta addirittur di aziende con un solo addetto e un fatturato intorno ai 20mila euro annui, anche se negli ultimi anni si assiste anche all’ingresso delle donne nelle forme societarie. Un aspetto comune è il valore sociale dell’impresa: molte delle aziende “rosa” usano ad esempio energie rinnovabili, fanno rete tra loro con corsi di aggiornamento e formazione, e tendono a valorizzare il territorio in cui nascono.

TASSO DI FEMMINILIZZAZIONE DELLE IMPRESE PER REGIONE

settori in cui si concentrano sono quelli tipicamente a più alto tasso di “femminilizzazione”. «In Molise c’è un’alta concentrazione nei servizi, soprattutto nell’assistenza agli anziani e ai bambini», spiega Cuna, che segue da vicino lo sportello dedicato all’imprenditoria femminile negli uffici della Camera di commercio di Isernia. «Si stanno diffondendo anche centri di insegnamento delle lingue straniere e diverse attività commerciali a guida femminile. Molte donne sono inoltre operatrici nel settore turistico e si trova persino qualche esempio nell’industria, con casi rilevanti di medie aziende della meccanica a elevata vocazione per l’estero a titolarità femminile».

Un grande incentivo, certo, è dato anche dai finanziamenti all’imprenditoria femminile. Come quelli di Invitalia, ex Sviluppo Italia, destinate alle donne disoccupate del Molise: 26mila euro per chi crea una ditta individuale, 129mila per le microimprese, e tutto con il 50% a fondo perduto. «In passato», racconta Cuna, «il dato femminile era distorto. Molte imprese erano intestate alle donne, ma in realtà erano gestite da uomini. Ora c’è un’inversione di tendenza: le donne non fanno più solo da prestanome, c’è una vera e propria presenza delle imprenditrici».

È quello che racconta anche Tiziana Di Sante, presidente del Comitato per l’imprenditoria femminile di Teramo, imprenditrice di quarta generazione, e prima donna della famiglia a entrare in azienda. «Negli ultimi anni c’è stata una trasformazione da una titolarità formale a una fattuale», dice. Che in Abruzzo emerge soprattutto nel settore agricolo, al secondo posto (227.779) in Italia per numero di imprese rosa dopo il commercio (410.048). «Il mondo agricolo abruzzese», spiega Di Sante, «in passato presentava una titolarità femminile solo formale. Solitamente era la donna di casa casalinga titolare della ditta, ma a lavorare erano gli uomini. Era una scelta che si faceva soprattutto per garantire alla donna le tutele previdenziali».

Poi qualcosa è cambiato. «Con la nascita degli agriturismi, che hanno usufruito anche molto dei fondi europei, nel mondo dell’agricoltura sono state create nuove forme di reddito, legate al turismo e alle attività culturali». E qui sono entrare in scena le donne, non solo come mere intestatarie delle aziende, ma come proprietarie effettive. Ecco perché «il dato sull’imprenditoria femminile oggi è più reale di prima: le donne imprenditrici del vino qui ormai sono una realtà consolidata, così come le proprietarie di agriturismi, con il recupero di vecchi casolari che stanno attirando anche molti inglesi nella nostra regione». E ora le donne cominciano anche ad affacciarsi in settori precedentemente di dominio maschile: «In Abruzzo si vedono donne a capo di aziende che si occupano di energia, di intermediazione finanziaria e addirittura di edilizia». E, per la prima volta, «nel settore dei servizi abbiamo raggiunto la perfetta parità tra imprese maschili e imprese femminili».

Forme di autoimpiego che sono anche una risposta alla disoccupazione crescente. E se ad aiutare l’aspirante imprenditrice ci sono pure gli incentivi economici, tutto diventa più semplice. Dietro c’è quasi sempre la famiglia, che spesso finanzia l’impresa nella prima parte di vita. Una rete familiare all’italiana, che resta - soprattutto al Sud - l’ultima frontiera di un welfare fai da te. Una integrazione tutta meridionale tra sfera lavorativa e sfera domestica, che corre in soccorso della donna soprattutto nella conciliazione lavoro-famiglia. Scrive Maurizio Ferrera: «Plaudiamo pure all’intraprendenza (a volte eroica) delle nostre tante superdonne “titolari”. Ma prepariamo anche il terreno per una più equilibrata configurazione tra lavoro, welfare e famiglia».

A tentare l’impresa, non sono solo giovani all’ingresso nel mercato del lavoro, ma anche 50enni licenziate che tentano così di reinventarsi, o ancora donne che cercano di reinserirsi nel mondo del lavoro dopo aver avuto uno o due figli. Ma le difficoltà non mancano. Oltre alla conciliazione tra la vita lavorativa e la vita privata, che – dice Francesca Cuna - «è un problema che affligge tutte le lavoratrici, soprattutto ora che non si ha la disponibilità economica per pagare una baby sitter», i problemi non sono diversi da quelli che incontrano le imprese guidate da uomini. Che si chiamano accesso al credito - un problema per le imprese “rosa”, visto che i tassi di interesse sui fidi richiesti dalle donne sono più alti del 30% - e sostenibilità economica.

La differenza, forse, sta nel modo in cui si affrontano gli stessi problemi. «Ci sono studi di psicologia del lavoro che mostrano come le donne abbiano una maggiore propensione alla conciliazione e minore propensione al rischio. Le donne, inoltre, soffrono di più la burocrazia, e non è un caso che per finanziarsi spesso si rivolgono alle famiglie e non alle banche». Cosa che forse, in Italia, ha portato le imprese femminili a resistere di più alla crisi rispetto a quelle maschili: nel 2013, nonostante tutto il mondo intorno remasse contro, le imprese guidate da una donna hanno trovato comunque il modo di crescere di oltre 3mila unità rispetto al 2012. E il dato incredibile è che sono cresciute anche in alcune regioni non propriamente note per dinamismo economico: Calabria, Campania, Lazio, Puglia, Sardegna, Sicilia.

Anche in questa maggiore resistenza alla congiuntura economica, gli incentivi economici avranno aiutato di sicuro. Oltre ai finanziamenti previsti dalla legge 215 del 1992 e a quelli del fondo di garanzia del ministero dello Sviluppo economico, ci sono i fondi messi in campo dagli enti locali. La Camera di commercio di Teramo, ad esempio, ha destinato 90mila euro alla ristrutturazione delle imprese femminili. Quella di Benevento, invece, ha destinato ben 150mila euro a fondo perduto alle pmi create da donne o da under 35. Soldi sprecati? Pare di no. «Le aziende femminili che hanno usufruito degli incentivi hanno un tasso di mortalità molto minore», risponde Di Sante, «superano la fase di startup e magari nel tempo si allargano, creando poi lavoro anche per altre persone del territorio».

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