16 Aprile Apr 2014 0845 16 aprile 2014

In Eni (grazie a Berlusconi) comanda ancora Scaroni

In Eni (grazie a Berlusconi) comanda ancora Scaroni

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Bisogna tornare indietro al 18 gennaio 2014, giorno del primo incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi nella sede del Partito Democratico, per capire la soddisfazione che circola in queste ore tra i cosiddetti “Scaroni boys” a San Donato, sede dell’Eni, dopo la nomina di Claudio Descalzi ad amministratore delegato. Perché il vero vincitore della partita, anche se deposto, sembra essere proprio Paolo Scaroni, il manager vicentino per quasi nove anni al timone del Cane a sei zampe, capace di imporre con l’aiuto del Cavaliere un manager cresciuto al suo fianco e soprattutto di evitare presidenti scomodi come Leonardo Maugeri o Stefano Cao. C'è chi sostiene che sia stato come al solito il faccendiere Luigi Bisignani a metterci lo zampino, capace di mutare a secondo dei governi dalla prima alla terza repubblica, in una versione ormai 3.0 del lobbismo italiano.  

«Oltre a Berlusconi a vincere è stato lo scaronismo senza Scaroni», ripetono esperti del settore in queste ore. Il leader di Forza Italia, infatti, durante quel pomeriggio al Nazareno, sotto la foto di Che Guevara e Fidel Castro, inserì nel patto per le riforme la riconferma di Scaroni in Eni. Renzi ci pensò su, si confrontò con i suoi, Luca Lotti, Marco Carrai, Lorenzo Guerini e Graziano Delrio. Il rottamatore ha avuto molti dubbi sulla riconferma di questo manager amico del faccendiere Luigi Bisignani, capace di attraversare indenne la prima e la seconda repubblica, da Mani Pulite fino alle ultime inchieste su Saipem in Algeria. E’ stato Denis Verdini, il macellaio fiorentino, a limare, smussare le resistenze di Renzi e dei suoi in questi mesi. Ha inserito i rapporti con la Russia di Vladimir Putin, il ruolo (stranoto) di Eni nei servizi segreti italiani e nelle relazioni diplomatiche. E alla fine ha convinto Carrai e Lotti, strappando l’ennesimo accordo, questa volta di mediazione. 

Così, nell’ultimo incontro a pranzo tra l’ex sindaco di Firenze e Scaroni, i due sono arrivati a una via di mezzo che ha soddisfatto entrambi. Descalzi, da sempre fidatissimo del manager vicentino, anche se  - a quanto si dice - insofferente negli ultimi tempi verso lo strapotere degli scaroniani dentro San Donato, sarebbe diventato amministratore delegato, ma come presidente non ci sarebbe stato spazio per ex dirigenti Eni che avrebbero potuto scalfire il potere costruito in questi anni da Scaroni. Da qui la nomina di Emma Marcegaglia, una quota rosa che non ha alcuna esperienza in ambito energetico: l’ex presidente Giuseppe Recchi arrivava da General Electric, con un’esperienza in grandi infrastrutture e centrali elettriche. 

La vittoria di Scaroni è stata quindi su tutta linea. E si dovrebbe concretizzare dopo l’assemblea del prossimo 8 maggio, quando si dovrà affrontare la questione incarichi interni, l’atteso "spoils system".  In Eni e nella controllata Saipem aspettano Descalzi al varco, in tanti sono convinti che non toccherà più di tanto i ruoli di potere ricoperti dagli Scaroni boys. Che sono pochi, ma di spessore. Dal potente Marco Alverà, figlio di Alvise - storico commercialista del manager vicentino - classe 1975, braccio economico dell’ex amministratore delegato, numero uno di Eni Trading & Shipping, ora distaccato a Londra, fino a Salvatore Sardo, Chief Corporate Operations Officer, vero uomo macchina dentro il colosso energetico. 

Poi Lorenzo Bellodi, vice presidente ai Rapporti Istituzionali. Quindi un altro pezzo da novanta come Stefano Lucchini, Direttore delle Relazioni Istituzionali e Comunicazione in Eni. E ancora Rita Marino, già membro dell’organismo di vigilanza, altra fedelissima di Scaroni. Quindi Rita Leone, assistente storica dell’ex numero uno, che secondo gli spifferi potrebbe seguire l’ex ad di Enel e Techint in Europa, se si concretizzasse l’ipotesi di una nomina a supercommissario dell’Energia. Non solo. Lo stesso Descalzi dovrà trovare un sostituto per il suo ruolo, nella divisione Exploration & Production.

Nel settore c’è soddisfazione per la crescita di «uno nato in casa», ma serpeggia una certa preoccupazione per chi sarà il sostituto. In ballo ci sono Roberto Casula o Antonio Vella, ma quest'ultimo è stato da poco toccato dall'avviso di garanzia per l'Algeria: anche qui c’è il rischio che scoppi una battaglia interna. A quanto si dice Descalzi potrebbe reggere al momento E&P, poi ristrutturare tutto nominando tre direttori per le tre divisioni, mantenendo di fatto il controllo. Il nuovo amministratore delegato si giocherà la faccia sulla riorganizzazione interna, come nella gestione dei file più delicati per il Cane a sei Zampe. La Russia è uno di questi, dopo che un altro fedelissimo di Scaroni, Ernesto Ferlenghi, grande amico di Valentino Valentini, l'uomo "russo" di Berlusconi, ha lasciato Mosca portandosi via tutti i documenti su cui il deputato del Pd, Massimo Mucchetti, ha chiesto di fare luce. 

Geopolitica e affari diplomatici. Il rapporto con gli Stati Uniti di Barack Obama e la guerra in Ucraina. Per Descalzi sarà difficile poi spiegare la situazione del giacimento di Kashagan sul Mar Caspio, dove proprio lui ha avuto un ruolo operativo negli ultimi anni. La vicenda sta diventando sempre più complessa. La produzione è ferma. Non sgorga una goccia di petrolio. E a quanto pare, dopo il blocco degli impianti durante lo scorso autunno, non è ancora chiaro quando ricomincerà a entrare in funzione. I funzionari kazaki sostengono che il fallimento di Kashagan per avviare la produzione stia riducendo le previsioni di crescita economica del Kazakistan del 2-3 per cento. I tubi, arrugginiti e bucati sono ancora da sostituire. E Astana, il 7 marzo scorso, ha colpito il consorzio Ncoc - dove è presente anche Eni come operatore del progetto, con una multa da 737 milioni di dollari per danni ambientali e ritardi. L'inizio, insomma, non è in discesa per il nuovo amministratore delegato. 

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