21 Aprile Apr 2014 1015 21 aprile 2014

A New York il ristorante “spia” i propri futuri clienti

A New York il ristorante “spia” i propri futuri clienti

Eleven

C’è un limite a tutto, anche alla cura e l’attenzione che un gestore può riservare al cliente. Qualcuno dovrebbe dirlo alla direzione dell’Eleven Madison Park di New York, il ristorante tre stelle Michelin che da qualche tempo cerca di tracciare i profili identificativi dei propri clienti prima che varchino la sua porta, setacciando Google e Facebook alla ricerca di informazioni. Per capire meglio chi si accomoderà ai propri tavoli, all’Eleven Madison Park il maître Justin Roller verifica personalmente ogni giorno l’identità di chi ha prenotato, andando a caccia di indizi che rivelino la presenza di chef, giornalisti, critici gastronomici o sommelier tra i convitati.

Roller, però, va anche oltre. Esplora la rete per scoprire la provenienza e i gusti dei vari ospiti, cercando di capire anche il motivo (se c’è) della loro presenza al ristorante: lo scopo è quello di rendere l’esperienza culinaria più personalizzata e intima possibile. Ad esempio, se il cliente festeggia il suo compleanno o un anniversario, sarà accolto con un augurio di benvenuto; e ancora, se un’ospite arriva dal Montana o dal Minnesota, e il ristorante dispone di un cameriere originario dello stesso stato, il cameriere in questione sarà assegnato al tavolo di quel cliente, per cercare di creare un’intesa (anche) territoriale. Quando varcate la soglia dell’elegante ristorante affacciato su Madison Avenue, sappiate che la vostra “fama” vi ha preceduto.

Qui, il livello di attenzione è quasi maniacale. Nel regno retto dallo chef svizzeroDaniel Humm, dove un menu di quattro portate costa 225 dollari (162 euro) bevande escluse, il manuale contenente i dettami di comportamento per il personale è lungo 79 pagine, e ogni dipendente è tenuto a studiarlo fino all’ultima riga. Dal 1998, anno dell’apertura, l’Eleven è sempre stato tra i ristoranti più apprezzati di New York, puntando costantemente sull’eccellenza: questo, però, non gli ha permesso di adagiarsi sugli allori. La sfida è dunque quella di stare al passo con la concorrenza anche attraverso le nuove tecnologie; una sfida che, dalle parti di Mahnhattan, sembrano avere preso fin troppo sul serio.

Il problema non è tanto, o almeno non soltanto, nelle tecniche utilizzate dal ristorante. Il problema è piuttosto alla fonte: se i dati personali non ci fossero, o non fossero così facilmente reperibili attraverso i social network, nessuno potrebbe “spiarci” così da vicino con pochissimi click. Facebook e la privacy sono - da sempre - “in una relazione complicata”, e intanto le funzioni di gestione dei dati sensibili interne alla piattaforma continuano a cambiare. Dall’azienda di Zuckerberg sono consapevoli della situazione, lo ha ammesso al Washington Post il product manager dell’azienda, Michael Novak: «Secondo alcuni utenti abbiamo cambiato le impostazioni sulla privacy troppo spesso in passato, oppure non abbiamo comunicato i cambiamenti come avremmo dovuto».

Per ovviare al problema dei troppi cambiamenti, Facebook sta per implementare - guarda un po’- lennesimo cambiamento, che diventerà effettivo già a partire dai prossimi giorni. Le opzioni di condivisione e di selezione del pubblico dei nostri post saranno rese più visibili e facili da fruire; agli utenti sarà consentito di rendere private le vecchie immagini di copertina, cosa finora impossibile; infine, una finestra pop-up ricorderà agli utenti che devono controllare con la dovuta attenzione le proprie opzioni di privacy quando utilizzano il servizio. Facebook, insomma, sta poco alla volta cercando di migliorarsi. Noi, invece, cosa stiamo aspettando?

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