24 Aprile Apr 2014 1800 24 aprile 2014

L’Atlético big d’Europa grazie ai fondi d’investimento

L’Atlético big d’Europa grazie ai fondi d’investimento

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Nella storia del calcio, spesso hanno fatto simpatia le squadre povere ma belle. Dove per povere si intende mancanti di una tradizione decennale alle spalle (pensiamo alla Grecia nel 2004), ma anche povere nel senso di meno ricche di altre. E nel mondo del pallone di oggi, infarcito di sceicchi e russi carichi di petrodollari, le squadre che vincono tanto spendendo poco sono le favorite di tanti tifosi. Facendo anche la figura di quelle abili con i conti, lontane dalle peripezie dei ricconi di cui sopra per sfuggire alle sanzioni Uefa.

Non sempre però, certe rivelazioni sul campo sono così virtuose nei bilanci come si crede. Nelle ultime settimane, il nuovo grido al miracolo è quello dell’Atletico Madrid, semifinalista di Champions League e in piena corsa per la vittoria del campionato spagnolo. Una serie di risultati che fa parte di un ciclo cominciato con la doppia vittoria in Europa League e Supercoppa Europa nel 2012 ed arrivato nonostante introiti (e di conseguenza spese) minori rispetto alle big del calcio continentale. Guardando bene però gli ultimi bilanci dei Colchoneros, si può notare che anche nella sponda storicamente meno vincente di Madrid le cose non sono così miracolose. Mettiamola così: il ciclo di vittorie dell’Atletico coincide con una serie di manovre poco chiare, che hanno permesso ai bilanci del club di restare a galla e consentendo alle sue casse di avere sì meno ricavi delle grandissime squadre, ma di aumentarli notevolmente.

Proviamo a fare un parallelo tra i successi sul campo e i bilanci del club. Alla fine della stagione 2010/11, l’Atletico Madrid è reduce da un’annata deludente: settimo posto in campionato e fuori dall’Europa League (da campione uscente) ai quarti. La conseguenza è che il club ottiene pochi introiti legati ai risultati, a fronte di un pesante debito nei confronti della Fiscalidad spagnola (215 milioni di euro) e del personale (51,6 milioni). Sono gli anni delle crepe nel sistema di Bankia e del drammatico effetto domino che apre buchi nei conti dei club. Molti, per evitare il tracollo, in quel periodo si rivolgono alla Ley Concursal, un appiglio giuridico che permette alle aziende (e le squadre di calcio lo sono) di saldare solo il 50% dei salari e di spalmare il resto dei debiti in cinque anni.

Altre squadre, per tenere a bada i creditori, si rivolgono invece ai fondi d’investimento, che nasando le difficoltà si propongono di acquistare i diritti di alcuni calciatori. Così fa per esempio l’Espanyol, che cede a un fondo britannico i diritti di 4 giocatori. L’Atletico, invece, sembra fare quello che farebbe subito qualsiasi azienda: pensa a fare cassa. Nel calcio, il  metodo più rapido è quello di vendere giocatori. I Colchoneros, grazie a un parco giocatori notevole (l’anno prima hanno vinto l’Europa League), raggranellano ben 85 milioni di euro. Partono il giovane portiere De Gea (al Manchester United per 20 milioni di euro), l’asso argentino Aguero (al City per 45 milioni), Elias allo Sporting Lisbona per 8,5 milioni e Forlan all’Inter per 5 Milioni.

Tutto bene, tutto regolare: l’Atletico userà questi soldi per saldare almeno la prima rata del debito con il Fisco. E invece, sorpresa: la squadra torna subito sul mercato, spendendo addirittura 91 milioni. Buona parte di questi soldi (40 milioni) vanno nelle casse del Porto per far arrivare nella capitale spagnola il forte attaccante colombiano Falcao. Com’è possibile che l’Atletico riesca a spendere tutti questi soldi? A gestire l’operazione-Falcao è un fondo d’investimento, il Doyen Sports Investment, che ne finanzia il 55% permettendo al club di pagare solo 18 milioni di euro per il cartellino del colombiano e di concentrarsi su altre operazioni (come l’arrivo del turco Arda Turan per 13,5 milioni, dati al Galatasaray anziché alla Fiscalidad).

Nel fondo Doyen è coinvolto Jorge Mendes, potente procuratore portoghese di gente come Cristiano Ronaldo e José Mourinho. Il ricorso al fondo è un escamotage che sta gonfiando di soldi le casse del Porto. Il bilancio 2012/13 evidenza notevoli plusvalenze legate alle cosiddette Tpo (Third party ownership, ovvero i fondi che fanno da intermediari) e derivanti dalle cessioni al Monaco di Moutinho e James Rodriguez. Due calciatori assistiti, per dire le coincidenze, dalla Gestifute di Mendes. Negli ultimi 5 anni fiscali, il Porto ha nel frattempo realizzato grazie ai Tpo plusvalenze per oltre 200 milioni di euro.

Alla fine della stagione 2011/12, le cose per l’Atletico Madrid sono decisamente migliorate rispetto un anno prima. La squadra vince l’Europa League: in finale due dei tre gol li segna Falcao. L’utile netto del club si assesta a 655mila euro, mentre i ricavi della parte sportiva, grazie alla vittoria del trofeo e della Supercoppa Europea, ammontano a 23 milioni di euro. Resta però il debito nei confronti della Fiscalidad: 206 milioni di euro. La Uefa, che nel frattempo ha inaugurato il primo ciclo del Fair Play Finanziario, per far vede che non scherza a settembre 2012 blocca i premi derivanti dalla partecipazione alle coppe a 23 squadre, compreso l’Atletico. Una sospensione temporanea, poi risolta. Il club vede così il proprio fatturato salire a 100,9 milioni di euro.

Arriviamo così alla fine della scorsa stagione, anno in cui l’Atletico Madrid prosegue nel proprio ciclo vincendo la Copa del Rey e classificandosi per la Champions League. Il che significa mettersi in tasca tra i 30 e i 40 milioni di euro. E qui c’è il colpo di genio. Perché l’Atletico può vendere Falcao al Monaco (già in affari con il Porto attraverso Mendes) per 60 milioni di euro, girarne 15 al giocatore e al fondo Doyen come previsto da una clausola del contratto e spartirsi con lo stesso fondo i 45 milioni restanti. Entrambe le parti hanno così fatto un affare: il fondo è rientrato dall’investimento e ha rinsaldato i legami con il ricco patron dei monegaschi, il russo Rybolovyev; l’Atletico ha visto i propri ricavi sportivi aumentare grazie anche alle prestazioni di Falcao.

E il bilancio ne gode. Nel 2012/13 l’utile netto è stato di 2 milioni di euro. Il saldo del trading dei giocatori è positivo per 16 milioni di euro e il club si posiziona al 20° posto della classifica di Deloitte “Football Money League” tra le squadre con i più alti ricavi, con 120 milioni di euro. Certo, nella classifica degli introiti contro il Chelsea, i Colchoneros sono in svantaggio: i Blues sono a quota 300 milioni. E come il Chelsea, l’Atletico continua ad avere i suoi debiti. Il Fisco spagnolo deve ancora ricevere 200,2 milioni di euro. E poi ci sono gli emolumenti arretrati, che ammontano a 63 milioni. «In Spagna se un giocatore ha un salario da 200.000 euro non riceve 12 mensilità da 16-17.000 euro. Viene pagato 3.000 euro al mese e quello che avanza, l’80% del totale, gli viene corrisposto a fine anno. E vista la situazione dei club, il giocatore riceve dei “pagherò” che impiegano mesi o anni a venir pagati. Abbiamo calcatori al bordo del tracollo economico. E per questo stiamo chiedendo alla Liga che modifichi il sistema dei pagamenti», spiegava nel 2011 Luis Manuel Rubiales, presidente dell’Afe, il sindacato iberico dei calciatori.

La spalmatura dei debiti prima o poi finirà. L’Atletico potrebbe saldare il conto impiegando i proventi della Champions di quest’anno. O potrebbe aumentare i propri ricavi costruendosi un nuovo stadio, cosa che sta effettivamente accadendo. Oppure, potrebbe ricorrere ad un’altra operazione in stile Falcao. Sempre che la Uefa non dichiari entro l’anno illegali le Tpo, cosa probabile. Motivo, quest’ultimo, che ha spinto il club a spendere poco sul mercato, generando le voci sul “miracolo dei Colchoneros”

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