26 Aprile Apr 2014 2100 26 aprile 2014

Ucraina dilaniata tra elezioni e memoria storica

Ucraina dilaniata tra elezioni e memoria storica

Joe Biden Ucraina

L’offensiva lanciata dal governo ucraino contro i separatisti filorussi nelle regioni del sudest va avanti a singhiozzo. E non potrebbe essere altrimenti. Sostanzialmente per due motivi. Da un lato si tratta davvero, per ora, di un’operazione antiterrorismo che ha lo scopo di disinnescare la minaccia dei gruppi armati che occupano edifici pubblici e palazzi del potere in diversi centri del Donbass. La strategia è quella di condurre interventi chirurgici evitando il coinvolgimento della popolazione. Dall’altro lato c’è il fatto che a Kiev pochi sanno veramente che pesci pigliare e si è sostanzialmente in balia degli eventi.

Il premier Arseni Yatseniuk e il presidente ad interim Olexandr Turchynov non fanno passo senza consultarsi con i soli che si sono schierati senza se e senza ma al loro fianco, gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane, con i picchi delle visite a Kiev del capo della Cia John Brennan e del vice presidente Joe Biden, la consulenza e il supporto a stelle strisce sono stati evidenti e anche a livello internazionale la Casa Bianca è parsa il megafono della Bankova, con questa impossibilitata e inadeguata a tener testa al Cremlino. Non solo. A meno di un mese dalle elezioni presidenziali, il nuovo establishment ucraino appare frammentato al suo interno e assediato all’esterno dalla destra ultranazionalista di Pravy Sektor, che, pur numericamente insignificante, gioca un ruolo strategicamente determinante.

E il peggio deve probabilmente ancora venire, se si dà retta a Dmitri Yarosh, candidato alle presidenziali e leader dei paramilitari del Settore di destra, che ha annunciato la creazione di un battaglione di 800 miliziani che andrà ad affiancare le truppe regolari di Kiev.

Nonostante il ministro degli interni Arsen Avakov abbia smentito, come suo uso e costume, via Facebook, Pravy Sektor rimane una variabile incontrollabile nello scenario che nei prossimi giorni, con l’inizio di maggio, potrebbe precipitare in maniera definitiva. Le elezioni presidenziali del 25 sono vicinissime, ma sembrano lontane perché nel giro di un paio di settimane lo scenario potrebbe cambiare radicalmente, soprattutto se nei prossimi giorni continuerà la tensione nel Donbass e la cosiddetta operazione antiterrorismo governativa deraglierà in uno scontro aperto, con Mosca che dovrà decidere se rimanere alla finestra o in qualche modo intervenire. Le nuove esercitazioni russe vicino al confine non promettono nulla di buono.

Per l’11 maggio è previsto il referendum sull’autonomia indetto dai ribelli della autonominatasi Repubblica di Donetsk: si tratta in realtà di una farsa, nel senso che una consultazione popolare regolare è di fatto irrealistica, ma la data rimane come un simbolo per le richieste che arrivano dal Sudest. Tanto più che il consiglio regionale del capoluogo regionale del Donbass, come quelli di Lugansk e Odessa, ha chiesto al potere centrale di venire incontro alle istanze di maggiore autonomia finanziaria e di garanzie per l’utilizzo della lingua russa che arrivano non solo da chi ha impugnato le armi, ma da buona parte della popolazione. Anche il governatore dell’oblast di Donetsk, l’oligarca Sergei Taruta, nominato dal capo di stato proprio per sedare i bollori separatisti, si è espresso a favore di un referendum su questi due temi da tenere il 25 maggio. Nelle scorse settimane, sia Yatseniuk che Turchynov avevano già ventilato l’ipotesi, che però è rimasta sino ad oggi solo sulla carta.

Il parlamento lavora a corrente alternata, la maggioranza è divisa, i candidati alle presidenziali, da Petro Poroshenko e Yulia Tymoshenko, hanno fallito nei loro tentativi di mediazione. E il tempo stringe. Anche in vista delle prossime festività, che rischiano di diventare il palcoscenico per la definitiva escalation. Tradizionalmente il 9 maggio si festeggia in Ucraina, e in tutte le ex repubbliche sovietiche, la vittoria sul nazismo in quella che è chiamata la Grande guerra patriottica (1941-45) che coincide in sostanza con la Seconda guerra mondiale. La percezione di questa data è però per ragioni storiche molto differente tra est ed ovest del paese e nel passato recente si è assistito un po’ ovunque, dai Carpazi al Mar Nero, a scontri tra nazionalisti ucraini e militanti filorussi. Incidenti e provocazioni si sono registrati regolarmente ogni anno a Leopoli, Odessa e altrove, dovunque si sono trovati di fronte gli estremisti abituati a celebrare i collaborazionisti nazisti e i nostalgici del comunismo stalinista.

Quest’anno la situazione di fondo è ben peggiore e gli ingredienti per il “worst case” si stanno accumulando giorno dopo giorno, sia in Ucraina che sulla scacchiera internazionale. Gli accordi di Ginevra sono diventati terreno di sfida tra Stati Uniti e Russia. Se i primi rinfacciano a Mosca di continuare a fomentare la rivolta armata, i secondo accusano Washington di stare al fianco non solo di un governo illegittimo, ma pure degli ultra-nazionalisti di Pravy Sektor che le armi le hanno deposte solo a parole. Chi spera di evitare il tracollo è ancora la Germania, impegnata a tessere con l’Osce una tela per fermare i venti di guerra, ma i tentativi di mediazione del ministro degli esteri tedesco Frank Walter Steinmeier e del consigliere federale svizzero Didier Burkhalter rischiano di bruciarsi con l’arrivo del maggio di fuoco.

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