30 Aprile Apr 2014 1500 30 aprile 2014

Ribolla, 4 maggio 1954: qui comincia Luciano Bianciardi

Ribolla, 4 maggio 1954: qui comincia Luciano Bianciardi

Ribollagrisu Apetura

What we call the beginning is often the end. 
And to make an end is to make a beginning.
The end is where we start from.
T.S. Eliot, The Waste Land

Milano, giugno 1954
Nel giugno del 1954, sotto le arcate in ferro battuto che ancora oggi accolgono i treni in arrivo alla Stazione Centrale di Milano, tra migranti, fuori sede di ritorno in città e disoccupati in cerca di lavoro, scese anche Luciano Bianciardi, grossetano, 32 anni da compiere il 14 dicembre, un nuovo lavoro da iniziare e una gran rabbia da smaltire.

A chiamarlo a Milano era stato, pochi giorni prima, Antonello Trombadori, incaricato da Giangiacomo Feltrinelli di mettere in piedi una squadra di giovani intellettuali per dar vita alla sua nuova impresa editoriale, la casa editrice Feltrinelli. E Bianciardi aveva risposto subito, accettando l’incarico, mollando una moglie, un figlio piccolo, una figlia appena nata e un lavoro alla Biblioteca Chelliana di Grosseto.

Quando gli arrivò la proposta di Trombadori, Bianciardi era in un momento delicato della sua vita: era stanco della vita intellettuale della provincia, e soprattutto era incazzato nero.

Per due anni, insieme all’amico Carlo Cassola, aveva girato in lungo e in largo per le campagne grossetane per mettere insieme un’inchiesta, commisionata dal quotidiano l’Avanti, sulle condizioni di vita dei minatori della Maremma. Per quell’inchiesta, i due avevano lavorato sodo, avevano visitato paeselli sperduti, intervistato e stretto amicizia con decine di minatori.

I minatori della Maremma
Quelli tra il 1952 e la metà del 1954 erano stati mesi appassionati, gli unici, probabilmente, ma sicuramente gli ultimi in cui Bianciardi poteva dirsi convinto che il lavoro intellettuale potesse influire sulla realtà, cambiare le cose.

In un articolo pubblicato su Belfagor nel luglio del 1952, Bianciardi scrisse:
 

Io sono con loro, i badilanti e i minatori della mia terra, e ne sono orgoglioso; se in qualche modo la mia poca cultura può giovare al loro lavoro, alla loro esistenza, stimerò buona questa cultura, perché mi permette di restituire, almeno in parte, lavoro che è stato speso anche per me: non m’importa più quando mi dicono che questa è cultura “engagée”.

Fu un sentimento che non durò molto. Nemmeno due anni dopo, infatti, il 4 maggio del 1954, un’esplosione di grisù devastò il pozzo Camorra della miniera di Ribolla, uccise 43 minatori e lasciò per sempre a Luciano Bianciardi uno stimma impossibile da cancellare. Un misto di rabbia, delusione e frustrazione che negli anni successivi Bianciardi tentò di diluire con la scrittura e con l’alcol. E a vincere fu il secondo, ma ci arriviamo.

Prima andiamo a Ribolla, alla mattina del 4 maggio del 1954, esattamente 60 anni fa.

Strage a Ribolla
Erano allincirca le 8.40 del mattino e la prima “gita”, ovvero la prima squadra di minatori, quelli del turno del mattino, era scesa nei pozzi da poco: erano 38 minatori, un sorvegliante, 5 operai della squadra antincendi e un elettricista, 45 in tutto. Quando lesplosione sconvolse i pozzi, una colonna impressionante di fumo uscì dalla bocca del pozzo e il boato si sentì fino in città.

In un villaggio di minatori certe cose le si capisce in un attimo, e probabilmente in quel momento solo in pochi pensarono a una normale esplosione di mina. Nel giro di nemmeno un’ora i minatori che non erano di turno avevano già organizzato autonomamente — e con non poca incoscienza — delle squadre di soccorso, e subito si diressero alla Camorra. Solo la direzione della miniera non sapeva che fare, tanto che fino alle 10 non diramò neppure l’ordine di sgomberare gli altri pozzi. 

Scrive Bianciardi:
 

Le notizie che si diffusero subito erano vaghe e contraddittorie, ma la gravità del disastro fu subito chiara a tutti: le esperienze in una miniera di lignite, e in particolare in una miniera “difficile” come quella di Ribolla, assume sempre proporzioni tragiche.

Quando le squadre di soccorso e i vigili del fuoco riuscirono ad entrare nei pozzi, nel pomeriggio inoltrato, rinvenirono 41 corpi, la maggior parte carbonizzati, una parte asfissiati, alcuni irriconoscibili e sventrati. Gli ultimi due cadaveri furono recuperati più di un mese dopo, sepolti dalle frane seguenti l’esplosione.

43 morti in tutto: la legge della miniera, anche quel giorno, fu tristemente rispettata.

La prima pagina della Domenica del Corriere, dedicata alla tragedia di Ribolla, 16 maggio 1954

Nei giorni successivi la tragedia ebbe, come ovvio, una forte eco sui giornali. Dopotutto si trattava pur sempre del più grave incidente in miniera del dopoguerra. In molti scrissero che quella tragedia fu una tragica fatalità, una sciagura. Si sbagliavano.

Scrive ancora Bianciardi:

La sciagura di Ribolla non fu dovuta a una “tragica fatalità”, ma alla consapevole inadempienza di precise norme di polizia mineraria. Il sistema di lavorazione a fondo cieco era in contrasto con l’articolo 9 del Regolament di polizia mineraria. [...] La ventilazione della sezione Camorra non ottemperava le richieste dell’articolo 28 [...]. La circolazione d’aria nella sezione Camorra era in contrasto con i principi dell’arte mineraria [...]. L’aria di riflusso entrava in contatto diretto con l’aria di afflusso [...].

Non è stata fatalità, ripetiamo; la sciagura è successa perché non si teneva in sufficiente e doverosa considerazione la vita dei minatori.

Bianciardi non era certo l’unico a imputare ai vertici della Montecatini, la società che possedeva e gestiva la miniera di Ribolla, precise e gravi responsabilità per quanto successo. Eppure, come spesso capita in Italia, quando il 26 novembre del 1958 a Verona si chiuse il processo, tutti i sei imputati, tutti della Montecatini, furono assolti «per non avere commesso il fatto».

La è vita agra, quassù
Nel novembre 1958 Bianciardi è già a Milano da 4 anni, ha pubblicato I minatori della Maremma e Il lavoro culturale, primo tassello della trilogia detta “della rabbia” e sta lavorando al secondo, L’integrazione. Ma sarà nel terzo tassello di quella trilogia, in quel capolavorone de La vita agra che Bianciardi riverserà tutta la rabbia e la frustrazione di quei giorni, cercando — invano, anche nella finzione — di vendicare i suoi amici minatori.

Il protagonista de La vita agra è, come nei precedenti suoi romanzi, un alter ego di se stesso, che, senza troppa fantasia, chiama Luciano. Come Bianciardi, anche Luciano arriva a Milano a metà degli anni ’50, incazzato nero. In testa ha una missione: vendicare i minatori di Ribolla facendo esplodere il Torracchione, ovvero la sede della Montecatini, quella che poi diventerà, dopo la fusione con la Edison, a metà degli anni ‘60, la Montedison.

Ma nel romanzo, come nella vita, Luciano Bianciardi fallisce. Nel romanzo, cercando di sopravvivere, faticando, quasi soffocando negli ingranaggi di una vita precaria e alienata, perdendo di vista l’obiettivo, tradendo la missione:
 

Quassù io ero venuto non per far crescere le medie e i bisogni, ma per distruggere il torracchione di vetro e cemento, con tutte le umane relazioni che ci stanno dentro. Mi ci aveva mandato Tacconi Otello, oggi stradino per conto della provincia, con una missione ben precisa, tanto precisa che non occorse nemmeno dirmela.

E se ora ritorno al mio paese, e ci incontro Tacconi Otello, che cosa gli dico? Sono certo che nemmeno stavolta lui dirà niente, ma quel che gli leggerò negli occhi lo so fin da ora. E io cosa posso rispondergli? Posso dirgli, guarda, Tacconi, lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se cashi per terra nessuno ti raccatta, e la forza che ho mi basta appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare, credi pure che la vita è agra, lassù.

Ma sconfitto lo sarà anche dalla vita, lasciandosi prendere dallo sconforto, ancor più dopo l’uscita de La vita agra

Sì, perché lui, che voleva smascherare l’alienazione insita nella vita moderna del tafanarsi e del consumare compulsivamente, lui, che voleva sputtanare la classe intellettuale vuota, complice, schiava di pose e apparenze, si ritrovò non ad essere insultato e ostracizzato, come forse si aspettava, ma osannato, incluso, invitato a tutti i party e a tutte le feste, come un animale allo zoo.

Per Bianciardi fu l’inizio della fine. Incominciò a bere forte fino a quando, il 14 novemrbe del 1972, 18 anni dopo la tragedia di Ribolla, morì in un letto di ospedale, dopo un lento suicidio alla grappa gialla.

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