2 Maggio Mag 2014 0915 02 maggio 2014

McDonald’s contro sindacati: la battaglia sul contratto

McDonald’s contro sindacati: la battaglia sul contratto

Foto Mac

Nota bene. L’articolo non è consigliato a chi:
critica il McDonald’s per la qualità del cibo,
è convinto che Super Size Me sia un bel film,
non accetta che il McDonald’s sia un ristorante.

Uno dei lavori più contestati degli ultimi vent’anni è senza dubbio il cosiddetto “McJob”. Definizione secondo l’Oxford dictionary: “a low-paid job with few prospects”, cioè “un lavoro scarsamente pagato con poche prospettive”. Un vero e proprio nuovo modello di lavoro che, con il passare del tempo, ha assunto nell’immaginario comune una connotazione sempre più negativa. In un post del 2007, Beppe Grillo conia addirittura il termine “McBiagi” — facendo riferimento alla famosa legge intitolata al giuslavorista — utilizzandolo come sinonimo di lavoratore precario: «McBiagi, attività che non richiede nessuna competenza, comporta uno sfruttamento intensivo di breve durata, per la quale bisogna disporre di una laurea».

Attivisti e sindacati sul “McJob” sono da sempre sul piede di guerra, i giornali danno spesso voce ai “McDelusi” e crescono blog e siti che ne raccolgono le testimonianze. In America i dipendenti della più famosa catena di fast food del mondo hanno addirittura promosso una class action, supportati dal Service Employees International Union, e numerose sono le campagne e i film sul tema che hanno spopolato, come il famoso Super size me di Morgan Spurlock. Del McDonald’s viene criticato di tutto e di più: dalla scarsa qualità del panino ai tempi serrati di lavoro, dalla bassa retribuzione alla poca specializzazione, dalla tipologia dei contratti utilizzati all’avversione per le relazioni industriali.

Il “Mc”, però, non ha solo detrattori. C’è anche chi descrive il modello organizzativo dell’azienda come esempio virtuoso. È il caso di Filippo Di Nardo, consulente di comunicazione del lavoro, che nel 2011 ha scritto il libro McJob. Il lavoro da McDonald’s Italia, mostrando come i pregiudizi nei confronti della company siano in realtà una «mistificazione su scala globale».

Ma dove sta la verità? Quali sono le ragioni dell’azienda e quanto è giustificata la posizione dei sindacati? E i lavoratori cosa ne pensano?

1) Organizzazione del lavoro
Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei. Per capire com’è organizzato il Mc, vi basterà guardare la persona dietro al bancone: se indossa una camicia bianca, è un manager; camicia a righe, hostess; maglietta arancione — variabile a seconda delle promozioni in corso — crew. Le attività, invece, sono intercambiabili, perché al Mc tutti fanno tutto o, quantomeno, sanno fare tutto. Solo chi indossa la camicia bianca però, ha un contratto full time. Gli altri, salvo eccezioni, sono dipendenti part time e lavorano da un minimo di otto a un massimo di 32 ore settimanali.

Il primo punto su cui discutono i sostenitori e i detrattori dell’azienda è proprio legato all’utilizzo eccessivo del contratto a tempo parziale. Nel famoso spot pubblicitario a firma di Gabriele Salvatores, il McDonald’s annunciava a gennaio dello scorso anno il suo nutrito piano di assunzioni, 3mila persone in tre anni, alla faccia della crisi economica. Se è vero però che il 90% dei dipendenti in McDonald’s è assunto a tempo indeterminato, è anche vero che il 79% di questi ha contratti part time.

Stefano Dedola, direttore risorse umane di McDonald’s Italia, spiega la posizione dell’azienda: «Dal punto di vista organizzativo, la presenza di un alto numero di lavoratori part time permette di organizzare i turni di lavoro intorno ai momenti in cui l’afflusso della clientela è più alto (i cosiddetti rush)». L’esigenza dell’azienda incontrerebbe poi i bisogni di alcune categorie di lavoratori poiché «chi lavora al Mc è per la maggior parte donna, giovane alla prima esperienza di lavoro o studente». Si tratta quindi di persone che hanno l’esigenza di conciliare i tempi di lavoro con esigenze personali di varia natura quali la cura della famiglia o la possibilità di frequentare – e pagare – i corsi universitari.

Per il sindacato le cose non starebbero proprio così. Fabrizio Russo, funzionario nazionale Filcams Cgil, spiega perché, a seguito della forte campagna mediatica di McDonald’s, la Filcams abbia sentito il bisogno di fare alcune precisazioni: «Ben venga l’azienda che assume, ma le ore di lavoro settimanali per singolo dipendente sono troppo poche. Un lavoratore può accettare un lavoro faticoso solo se questo è in grado di garantirgli un’autosufficienza economica». All’azienda viene criticata la volontà di imporre decisioni unilaterali, come la scelta per il contratto part time che implica a sua volta l’obbligo di turnazione. «A lavorare in un McDonald's non c’è nulla di male», continua Russo, «e nemmeno a lavorare la domenica o la notte se il lavoratore fosse d’accordo. Ma l’azienda dovrebbe concedere la possibilità di scegliere, o quantomeno dovrebbe confrontarsi col sindacato su questa possibilità». Una soluzione della quale discutere è, ad esempio, il turno spezzato, che prevede un turno giornaliero organizzato su due fasce orarie intervallate da una lunga pausa. «Il sindacato è disponibile a parlarne» dice Russo, ma l’azienda precisa: «Con il sindacato abbiamo ragionato in più occasioni di turno spezzato», ricorda Dedola, «ma in molti casi, come ad esempio a Milano, questa proposta non è stata accettata dagli stessi rappresentati sindacali».

L’imposizione del part time non è il solo argomento di discussione. Come riporta Di Nardo nel suo libro, il Mc è il posto ideale per ottenere successo e realizzazione: «In pochissimo tempo», dice l’autore, «è possibile mettere a frutto le proprie competenze e raggiungere i più alti livelli della scala gerarchica. Non a caso il direttore generale di McDonald’s ha iniziato friggendo patatine e molti dei manager di oggi sono partiti dai livelli più bassi della piramide. È interessante poi che il 14% dei manager sia straniero e il 50% sia di genere femminile, il che mostra come il merito sia uno dei fattori fondanti di questa realtà».

Di rado si vedono dietro al bancone persone con i capelli bianchi. Al McDonald’s si può lavorare quindi tutta la vita? L’età media è di soli 28 anni e il dato del turn over annuale è pari al 10–15 per cento. Il ricambio, secondo Fabrizio Russo, esprime insoddisfazione o comunque l’impossibilità di mantenere il posto di lavoro in quanto «con un contratto part time non si ha la possibilità di mantenersi per sempre». Anche in questo caso l’azienda risponde facendo rilevare come il tasso di turn over non rappresenti una reale criticità in quanto contenuto.

2) Company vs franchising
Per ben cinque volte negli ultimi anni il McDonald’s Italia ha vinto il Best work place, l’ambito premio concesso dal Great place to work, società di consulenza americana che, in base alla valutazione diretta dei dipendenti, stila una classifica dei migliori posti nei quali lavorare. Nel 2014 il McDonald’s ha ricevuto anche il premio Top employers, assegnato ai migliori datori di lavoro. Nonostante le prestigiose certificazioni, però, sono molte le critiche che vengono mosse a McDonald’s proprio sulla gestione del personale. Come si conciliano le due cose? È importante fare una distinzione: la company gestisce direttamente, in Italia, solamente il 20% dei suoi punti di ristorazione; il restante 80% è gestito da imprenditori con licenze di franchising.

La Filcams critica soprattutto la gestione operata nella seconda tipologia di ristoranti: «I singoli proprietari di solito gestiscono 2 o 3 ristoranti e devono attenersi agli standard dell’offerta, come la qualità del panino o il marketing, ma per il resto sono liberi di fare ciò che vogliono, non ci risultano imposizioni o controlli sulla gestione del personale».  Il sindacato vorrebbe un’assunzione di responsabilità da parte dell’azienda, la quale «sostiene che comportamenti anomali siano normali in qualsiasi situazione di franchising. Il problema è che oggi l’eccezione è diventata la norma».

Dice Stefano Dedola: «La formula del franchising è uno dei fattori di successo del nostro modello di business. Mc Donald’s dirama delle linee guida concordando progetti e interpretazioni normative. Effettuiamo poi periodicamente incontri di allineamento, in un clima di co-decisione con i singoli gestori. Per questo, c'è comunque uniformità tra company e ristoranti in franchising».

A sentire le testimonianze dei lavoratori, in alcuni casi le differenze si farebbero però sentire. Dice Chiara, vicedirettrice di 31 anni: «Lavoro da undici anni e di cose strane ne ho viste tante. Il nostro ristorante è stato gestito prima da un licenziatario, poi direttamente dalla company e da un paio d’anni abbiamo cambiato ancora proprietà. La differenza si è sentita eccome: sotto company avevamo premi, incentivi e stipendi più alti». Chiara fa l’esempio concreto di “Mistery shopper”, ovvero il cliente misterioso che due volte al mese visita il ristorante, consuma un Mc Menu, e valuta la qualità del servizio e del prodotto finale: dal sorriso della cassiera, al numero di tovaglioli ricevuti, alla freschezza del panino. Spiega Chiara: «Quando ero sotto company le valutazioni positive implicavano premi economici. Oggi posso lavorare bene o male ma lo stipendio non cambia». A Chiara piace il suo lavoro, ma si sente frustrata perché ritiene che il nuovo licenziatario non applichi i valori dell’azienda, non riconoscendo il merito dei suoi dipendenti. «Cosa che sotto company non potrebbe invece accadere».

3) Sindacalizzazione
Provate a digitare su Google la frase “McDonald’s e sindacato” e date un’occhiata ai primi risultati della vostra ricerca. Noterete parole come rivolta, sciopero, boicottaggio, condizioni di lavoro da terzo mondo, e così via. Uno dei primi risultati è il sito fastgeneration.it, sponsorizzato da Filcams Cgil, che raccoglie le insoddisfazioni dei lavoratori pur rivelando una situazione variegata e contrastante delle testimonianze, così come non uniforme è anche il tasso di sindacalizzazione nei vari ristoranti collocati sul territorio nazionale.

Nella Company il tasso di sindacalizzazione si assesta al 40 per cento. È un dato piuttosto rilevante, anche se comunque inferiore a quello di altre aziende del settore turismo. È evidente quindi che un tale dato comporti rapporti costanti e frequenti con il sindacato, come conferma Stefano Dedola. Il numero scende, anche se non è possibile una quantificazione precisa, con riferimento ai ristoranti in franchising, in quanto questi rappresentano uno scenario frammentato di realtà più piccole e articolate.

Fabrizio Russo conferma l’alta percentuale di sindacalizzazione ma non il suo impatto nelle relazioni sindacali dell’azienda. Russo sostiene che negli anni McDonald’s abbia portato avanti la scelta di non parlare con il sindacato e ciò sarebbe dimostrato dal fatto che mai è stato siglato dalla company un contratto aziendale integrativo in Italia. «Nei ristoranti in franchising poi la situazione è ancora più complicata», continua il sindacalista, «essendo delle realtà più piccole, i lavoratori non aderiscono alle associazioni sindacali anche a causa del timore per la reazione del datore di lavoro. Rapporti importanti tra sindacato e azienda ci sono solo in piazze importanti come Milano e Roma, dove i lavoratori sono numerosi». Infine Russo fa notare anche come il comportamento aziendale discende anche da ragioni culturali derivanti dalle origini americane dell’azienda che porterebbero «a intendere l’organizzazione del lavoro in termini di unilateralità».

Le posizioni dell’azienda e del sindacato, pur partendo dal medesimo dato fattuale, giungono quindi agli antipodi. Secondo Stefano Dedola, l’indisponibilità alla sottoscrizione di un contratto integrativo non rappresenta di per sé prova di chiusura e di indisponibilità a relazionarsi con la controparte sindacale: «Noi applichiamo il contratto nazionale, siamo in regola con la legge. La sottoscrizione di un integrativo rischierebbe di produrre delle sclerotizzazioni eccessive nella gestione del personale». Per Dedola non c’è quindi alcuna volontà di frapporre muri, ma la decisione deriverebbe, più che altro, da una scelta organizzativa.

4) Rinnovo del Contratto nazionale
Tema caldo di questo periodo è legato alla possibilità che le aziende del settore dei pubblici esercizi possano arrivare a sottoscrivere un contratto collettivo nazionale specifico, a seguito del recesso dal Ccnl Turismo comunicato da Fipe, la Federazione nazionale delle aziende dei pubblici esercizi di cui fa parte anche McDonald’s. In un primo momento il recesso avrebbe dovuto avere effetto dal 1 maggio 2014, ma poi è stato rimandato al 31 dicembre 2014.

Silvio Moretti, direttore relazioni sindacali previdenziali e formazione di Fipe, spiega che l’intenzione dell’associazione è quella di «ragionare su una nuova piattaforma contrattuale con l’obiettivo di agire sulle voci automatiche dei costi del lavoro non volte a ricompensare effettivamente il merito dei lavoratori, al fine di tagliare costi senza mettere le mani nelle tasche dei lavoratori». Moretti si riferisce alla necessità di ripensare alcuni istituti, come ad esempio gli scatti di anzianità o i permessi di riduzione oraria. L’associazione mira alla sottoscrizione di un contratto nazionale che risponda appieno alle specificità del settore e che possa portare a un rilancio della produttività delle aziende.

Il sindacato in un primo momento ha espresso un secco “no” a prendere parte a una trattativa che poggiasse su queste basi. Secondo la Filcams, si creerebbe il pericolo di un dumping contrattuale. In sostanza ciò significa che in settori molto vicini esisterebbero più contratti collettivi e le aziende si troverebbero nella posizione di potere decidere quale applicare in ragione della sola convenienza economica. «Quello che chiede il sindacato», spiega Fabrizio Russo, «è una semplificazione dei contratti collettivi esistenti a livello nazionale. Le specifiche esigenze delle aziende devono poter essere valorizzate al secondo livello di contrattazione». 

Secondo Fabrizio Russo, McDonald’s avrebbe avuto un peso specifico nella vicenda: «Fipe è un’associazione datoriale che tutela gli interessi dei suoi associati. Se si riflette sul numero dei dipendenti delle aziende aderenti - Autogrill 9mila dipendenti, Chef Express 2500, My chef 1000,  Airest 1000, – è facile intuire quanto conti la posizione di Mc Donald’s, che di dipendenti ne ha circa 17.000».

5) La formazione e le competenze
Il McDonald’s applica all’arte di fare panini e friggere patatine il modello Toyota: ogni azione è “procedimentalizzata” e misurata nei tempi, e il prodotto finale è scomponibile in compiti di semplice esecuzione che gli operatori eseguono alla lettera. Per fare questo, i dipendenti devono essere preparati. Nonostante il marchio venga accusato dai suoi detrattori di essere una moderna catena di montaggio, presupponendo così compiti di bassa specializzazione, in McDonald’s la formazione è fondamentale.

«Fare formazione per un lavoro poco specializzato può sembrare una contraddizione», spiega Filippo Di Nardo, «in realtà è solo grazie all’attività formativa che l’azienda è stata in grado di creare una cultura aziendale». Da un lato esiste la formazione strutturata, diretta ai manager o ai direttori, i quali per svolgere la loro mansione devono ottenere apposite certificazioni interne; dall’altro lato c’è la formazione on the job, il continuo aggiornamento fatto ai crew sulle procedure, l’attenzione nei confronti degli apprendisti. Di Nardo racconta anche come l’utilità della formazione riguardi principalmente due aspetti: «Da un lato la formazione è necessaria per garantire l’intercambiabilità dei ruoli operativi, dall’altro è funzionale alla crescita professionale».

Conferma Chiara, la vicedirettrice: «Ho varie certificazioni che attestano le mie competenze: sono in grado di gestire un gruppo di persone, smistare gli ordini e ho imparato a occuparmi dell’inventario e a fare il bilancio del mese. Ogni sei mesi però tutti, anche i crew, fanno un refresh delle procedure. Non sarebbe possibile lavorare con colleghi non preparati adeguatamente. Muoversi tra i toaster, il front e le griglie non è così facile come sembra. La formazione non è utile solo a garantire il servizio, ma anche a prevenire eventuali infortuni». Una delle accuse più ricorrenti che viene rivolta al McJob è quella di essere un lavoro poco specializzato e pertanto avvilente e faticoso. Ma Chiara risponde: «Non definirei il mio lavoro alienante. Il lavoro è per certi versi ripetitivo, ma la continua interazione con i clienti ed i colleghi rende la giornata movimentata e sempre diversa».

La differenza con l’officina di una qualsiasi fabbrica manifatturiera, insomma, non sembra poi così evidente. Il lavoro di un operaio non appare meno faticoso, pericoloso o ripetitivo. Come mai, allora, proprio il McDonald’s — e il McJob — incarna per l’opinione comune un lavoro così svilente?

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook