17 Maggio Mag 2014 1700 17 maggio 2014

Vendo, vendo, compro, compro

Vendo, vendo, compro, compro

La Borsa Di New York

Pare che si ritrovarono alla Tontine Coffee House di Manhattan, il 17 maggio del 1792, i primi affaristi con la giacca e il cappello, intenti a vendere e comprare pezzi grandi e piccoli di società piccole e grandi, oltre a scatolette di tonno o pepite di qualche metallo prezioso. Non troppo più il là, lungo la medesima, celebre Wall Street, venne più tardi istituita la borsa valori del New York Stock Exchange, che oggi è ancora lì.

Il racconto

IL NONNO DEL NONNO

Non so dove il nonno del nonno avesse racimolato la sua piccola fortuna, se vendendo pomodori al mercato o quando era giovane, vincendo il rodeo di Chattanooga, fatto sta che il vecchio John se voleva qualcosa se la comperava, senza star lì a badare ai cartellini del prezzo.

Un giorno un tipo bussò alla sua porta. Aveva lasciato la carrozza di fronte a casa, quel tipo, e chi viaggia in carrozza ha sempre qualcosa di interessante da raccontare. Il nonno questo lo sapeva e lo fece accomodare, offrendogli pure un whiskey o un tè al gelsomino.

«Mister John...» cominciò quello, con il suo accento del Texas, svelando subito che si chiamava John anche lui, oltre a qualche secondo e terzo nome. Si doveva trattare di più di una fortunata coincidenza e l’ospite John pensò che non fosse il caso di perdesi in chiacchiere e giunse subito al punto.

«Ho una proposta per lei, che la farà diventare ricco.»

A questo punto io avrei già stappato lo spumante e chiamato gli amici per festeggiare, ma nonno John non era il tipo da esaltarsi per così poco.

«Io sono già ricco.» Replicò, con serafica calma. Ed era difficile dargli torto, tanto che l’ospite John non lo fece, ma sorrise.

«È ben per questo che sono passato a trovarla, caro John. – Esclamò – Con la sua ricchezza e la mia, diventeremo entrambi più ricchi ancora.»

Era senz’altro il caso di farsi spiegare meglio e nonno John si accomodò in poltrona con espressione attenta.

«Avrà senz’altro sentito parlare di questa novità del petrolio – raccontò l’ospite John, non senza una certa enfasi – che sarà anche nero e non d’oro, ma dell’oro avrà ben presto il valore e l’importanza, creda a me...»

«Dice?!» Dubitò nonno John.

«Dico, dico – insistette quello – e le dico anche che trivellando qua e là si potrà costruire un impero e il suo nome sarà noto ovunque nel mondo.»

«Firmi qui – concluse – e l’affare sarà fatto.»

Non è chiaro se fosse per il whiskey o per il tè, ma alla fine il nonno firmò.

Diventò più ricco di quanto già non fosse, dirai tu, invece no. L’affare andò a carte quarantotto e al nonno rimase ben poco di quello che aveva racimolato, tanto che dovette rimettersi d’impegno a lavorare.

Ma era un tipo tosto, nonno John e in una decina d’anni era di nuovo il nonno di prima, con la sua piccola fortuna messa insieme chissà come, forse vendendo pomodori al mercato, di sicuro non vincendo il rodeo di Chattanooga, che ormai non aveva più l’età.

Fu così che un giorno un altro tipo bussò alla sua porta, dopo aver parcheggiato la carrozza di fronte a casa e nonno John continuava a pensare che chi viaggiava in carrozza aveva sempre belle cose da raccontare. Lo accolse con un sorriso e gli offrì due cioccolatini e una frittella di mele.

«Mister John...» cominciò quello, con il suo accento newyorkese, e pure quello per prima cosa svelò che si chiamava John anche lui, oltre a qualche secondo, terzo e pure quarto nome. Di nuovo si doveva trattare di più di una fortunata coincidenza e il terzo John pensò che non fosse il caso di perdesi in chiacchiere e giunse subito al punto.

«Ho una proposta per lei, che la farà diventare ricco.»

Nonno John pensò che una esperienza simile l’aveva già vissuta, ma la curiosità gli consigliò di ascoltare, che non si sa mai.

«Io sono già ricco.» Replicò comunque, cercando di mettere subito in chiaro le cose, ma il terzo John non si perse d’animo e sorrise.

«È ben per questo che sono passato a trovarla, caro John. – Esclamò – Con la sua ricchezza e la mia, diventeremo entrambi più ricchi ancora.»

«Avrà senz’altro sentito parlare di questa novità del petrolio...» continuò, ma non per molto, perché nonno John alzò il dito indice della mano destra, interrompendolo, quindi si levò dalla poltrona, offrì un ultimo cioccolatino all’ospite, o una frittella, e gli indicò la porta, invitandolo ad uscire, che di petrolio non ne voleva più sentir parlare.

Non ci fu modo di riprendere il discorso e il terzo John, sorridendo un po’ meno, se ne andò, segnando una ics sul suo taccuino sopra il nome del nonno. Avrebbe dovuto cercare un investitore a qualche altra parte e pare che alla fine qualcuno accettò la sua proposta, perché quel terzo John lì non era un John qualsiasi. Di cognome faceva Rockefeller e, se ai tempi del nonno del nonno era un nome sconosciuto, oggi non più: da New York al mondo intero è simbolo della ricchezza più ricca tra tutte le ricchezze.

Il nonno visse comunque allegramente i suoi anni e probabilmente mai si pentì, ma il bisnipote del terzo John adesso è un Rockefeller anche lui, mentre io sono qui a raccontarti questa storia...

La fotografia

La borsa di New York ogni tanto vive dei giorni traballanti, ma nessuno fu traballante come quel 24 ottobre lì, nel lontano anno 1929. Era un giovedì, che da allora viene ricordato come il giovedì nero. Dopo qualche anno di buoni guadagni, infatti, proprio quel giorno la borsa crollò, causando perdite inimmaginabili. E qualche giorno dopo pure il martedì nero, con il crollo definitivo. Dietro di lei, una dopo l’altra crollarono anche tutte le altre borse del mondo, dando inizio alla più grande depressione della storia. Qualcuno ci guadagnò pure in quel disastro, ma molti che si erano facilmente arricchiti trattando questo e quello si trovarono rapidamente senza un quattrino, come questo qui, che fino a pochi giorni prima aveva i soldi per farsi il macchinone e adesso era costretto a venderlo per cento dollari appena.

Il video

I soldi, si sa, non comprano la felicità. E anche chi li ha sa che i soldi non sono tutto e che al mondo ci sono tante altre cose per le quali vale la pena svegliarsi al mattino. La bella, bellissima Marilyn, per esempio, aveva una predilezione per i diamanti, che non sono certo banconote o monete, anche se quanto a ricchezza fanno la loro scena più che mai. Nel divertente musical Gli uomini preferiscono le bionde ne canta addirittura una canzone, affermando senza indugio che i diamanti sono i migliori amici di una ragazza. Sarà vero?

In questo video Marilyn, già famosissima, si trova in Corea, per tirare su il morale ai soldati laggiù. Quale migliore canzone di questa, luccicante così?!

La pagina web

La zona meridionale dell’isola di Manhattan è la più antica di New York. Fu lì, infatti, che nel Seicento gli olandesi fondarono la città di Nuova Amsterdam, che fu anche il primo nome dato a quella che adesso è la Grande Mela. La famosa Wall Street prende il nome proprio dalle mura della città, perché era la via che le costeggiava. Oggi, a guardarsi intorno, non si nota più quasi nulla, a meno che non si abbia uno sguardo acuto e curioso e una guida, magari on line, che ti sveli i segreti e ti racconti ogni cosa.

Ti consiglio un libro

Giacomo Vaciago e Marco Bosonetto – L’economia è una bella storia – Feltrinelli Kids

Non serve certo andare a Wall Street per imbattersi ogni giorno in soldi grandi e piccoli, che spesso mancano, e avere a che fare con piccoli e grandi problemi di economia. Dai tempi del baratto, secoli e secoli fa, fino alle carte di credito dei giorni nostri, l’economia è una materia che ha accompagnato la storia dell’uomo, quindi potrebbe essere una bella idea scoprire cosa c’è sotto questa parola. E dietro. Un aiuto niente male ce lo danno un economista vero, di quelli che insegnano all’università, e uno scrittore altrettanto vero, più abituato a trovar le parole per farsi capire da tutti. Leggendo il loro libro certo non si diventa ricchi, ma è altrettanto sicuro che non si finirà sul lastrico. E questo vale pure per tutti gli altri libri, romanzi o a fumetti o come piacciono a te.

I nostri eroi

Nel bel centro di New York, a due passi da Central Park, se si passeggia sulla Quinta Strada si arriva dritti dritti al Rockefeller Center. È lì che, in inverno, viene installata la pista di pattinaggio e l’albero di Natale, forse più famoso al mondo.

Ecco, quando un intero pezzo di città – e che città! – porta il tuo nome è probabile che tu sia, o sia stato, discretamente ricco. Ogni dubbio svanisce, poi, se si parla della famiglia Rockefeller e soprattutto del primo tra tutti, John Davison Rockefeller senior, che tutta quella ricchezza l’ha messa insieme. Fu il magnate del petrolio, avendo vissuto proprio negli anni in cui l’utilizzo di questo materiale cambiò del tutto il nostro mondo. Inutile dire che divenne l’uomo più ricco del pianeta, primo ad avere nel taschino un miliardo di dollari, che è come una banconota con su scritto uno, seguito da nove zeri, messi in ordine uno dopo l’altro. Abbastanza per sostenere le spese di famiglia per le prossime cento generazioni. Ogni volta che ti fermi da un benzinaio, pensa che ci sono buone possibilità che quella compagnia faccia parte del giro rockefelleriano...

Non è un caso se, nel disneyano mondo dei paperi, il ricco, ricchissimo Rockerduck ha un nome molto simile a quello del signor Rockefeller. La citazione è molto evidente, tanto più che la prima storia in cui apparve, nel 1961, parlava di benzina, anzi, di una superbenzina.

Siccome due ricconi difficilmente vanno d’accordo, ecco che Rockerduck diventò subito l’avversario in affari di Paperon de’ Paperoni. Con la sua eleganza molto british, bombetta compresa, più che da Wall Street pare uscito dalla borsa di Londra, ma più o meno è la stessa cosa. Non altrettanto fine e raffinato, invece, è negli affari, dove ogni tanto escogita metodi un po’ discutibili, rendendo le storie più complicate e la vita di zio Paperone più ingarbugliata. Il più delle volte, però, i metodi di Rockerduck fanno fallire tutto il piano e a lui non resta che sfogarsi prendendo a morsi la sua povera bombetta.

Non è un papero l’animale simbolo di chi investe i propri quattrini in borsa. Di animali, anzi, ce ne sono due: uno per quando le cose vanno bene; un altro per quando vanno male. Il toro in borsa porta bene, molto bene. Pare sia stato scelto perché simbolo di forza, ma anche perché le sue corna svettano verso l’alto, come i grafici quando indicano un guadagno. Dalle parti di Wall Street, infatti, c’è una bella statua di un toro, come ottimo auspicio. Al contrario, l’animale simbolo della borsa che scende è l’orso, che è stato scelto, pare, perché con le sue zampone lui schiaccia le prede sul terreno, verso il basso, un po’ come ci si sente schiacciati in alcuni momenti poco propizi. È un animale da tenere sempre in considerazione, perché anche quando le cose vanno alla grande è bene ricordarsi che non sarà sempre così. Per fortuna, però, è vero anche il contrario.

Chi lavora in borsa non è mai un riccone multimegamiliardario. Semmai è un dipendente, che compra e vende per suo conto. Questo anche perché non è come andare al mercato, Wall Street, ma bisogna conoscere come le cose funzionano e la lingua tutta particolare che si parla là dentro. Oggi si fa tutto con il computer, ma qualche anno fa si stava collegati anche a quattro o cinque linee telefoniche alla volta. Ancor prima – diciamo fino agli anni Novanta – si strillava ed era un caos. Si urlava a tal punto che le sale di contrattazione si chiamano ancora adesso recinti delle grida. Si gridavano codici, sigle, simboli, utilizzando anche le mani, per strillare pure nel linguaggio dei segni. E alla fine, quando la campanella chiudeva il periodo di contrattazione, tutti al bar a brindare a un affare o per dimenticare una perdita imprevista.

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